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Santino

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Solare, vitale, di buona compagnia

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Poesia e Musica

e sarò lì per sempre e un giorno, sempre

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 Cartina contagio in Italia
 

 

Così la tanto temuta suina… Mi chiedo quali saranno state le condizioni igienico-sanitarie, di profilassi, eccetera, all’inizio del Novecento se al suo apparire fece diciassette milioni di morti.

Dio come sto male. Sono le tre di notte, notte tra sabato 14 e domenica 15 novembre. Mi sveglio improvvisamente, sconvolto. Sento caldo, un caldo soffocante. Non mi manca il respiro, è il mio organismo che sta soffocando. Sto veramente male.

Sento che sto collassando, dopo cosa succederà, avrò uno svenimento o cosa. Il caldo che sento non mi consente di scoprirmi un istante. Un dito fuori dalle coperte e comincio a tremare dal freddo.

Chiamo Linda. Magari avrà da fare. Chiamo il 118. Connetto improvvisamente, Linda lavora al 118. Ma potrebbe essere a casa, starà dormendo. Pensieri a vortice. Non so se è di  turno. Aspetto ancora un po’. Vediamo come va. Ma sto male. Non potrò continuare così…

Telefono o no? Non decido. Non posso continuare così, sto male, sto veramente male. Chiamo Linda. No, è solo la febbre. Febbre? Mai sofferto di… mai avuto la febbre… forse da bambino si… ogni anno l’influenza mi prende nel mese di gennaio: dolori alle ossa, scricchiolii da per tutto, situazione infiammatoria generale: occhi, gola, narici, e altri posti che non dico. Sento bruciori da per tutto. Ma niente febbre! Mai avuta. Stanotte invece…

Il medico di cui mi fido non ha fatto il vaccino per se e famiglia, lo sconsiglia, in tv insistono che il vaccino è stato testato ma a quanto pare non è stato testato per niente, non se ne ha notizia sulle riviste specializzate. Lei è d’accordo con chi sostiene che per fare soldi si sono inventati cose dell’altro mondo. Intanto il mio malessere aumenta. Il mio organismo sta raggiungendo il limite, la febbre deve essere altissima, ho la sensazione di annegare. Ma perché Giacomino diceva che il naufragare è dolce in questo mare… Io sto naufragandooooo, ma è bruttissimo… le onde della febbre mi spingono sempre più su, e ancora più su, verso non so cosa, sento che non reggo più, adesso succederà qualcosa… non mi era mai successo di bruciare così… faccio un tentativo per cercare di ordinare al mio organismo di trovare ristoro in qualche modo; conoscevo il training autogeno, una volta, ma non riesce se non si è in esercizio... E io l’ho abbandonato!...  in questo momento sarebbe stato utile… comincio ad essere apprensivo, cosa faccio… bisogna decidere…

Non so cosa ho fatto. Ripensandoci, e ripensando a quella sensazione più volte in questi otto giorni, mi convinco di essere svenuto, nel letto, senza aver chiamato nessuno, ma non so se sia vero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il giorno dopo è domenica. A una certa ora sento una voce inconfondibile.

“Sono venuta per farti gli auguri”.

“A me? Mamma, a me gli auguri?”

“Vedo che ancora dormi, te li faccio più tardi”.

Sono sveglio. Sento freddo, sono sotto le coperte, sono un pezzo di carne fredda e sono nel letto. Comincio a ricordare, ricordo o ho la sensazione di ricordare… stanotte… ho avuto la febbre, febbre alta, poi altissima, volevo chiamare il 118, poi devo essere svenuto…e oggi è domenica… C’è un invito a pranzo da Linda. Completamente sfebbrato. La sveglia fa le 12.05. Sono sfebbrato ma ho freddo. Alziamoci e mettiamoci in movimento. Ne parlerò a Linda, deciso: vado a pranzo da lei. Faccio per alzarmi, intendo mettermi in mezzo al letto, santo cielo è quello che facciamo tutti quando passiamo da posizione distesa a quella eretta. Tutti ci sediamo un istante sul letto e poi andiamo a prendere gli abiti per uscire o no? Perché io non posso… Io devo alzarmi. Ma che, scherziamo? Vediamo se vince lei o io. Lei chi? Ma la febbre… mi sto rivolgendo alla febbre di stanotte. Ma la stanza perché si mette a girare? Oh no, io adesso chiamo rinforzi, stanotte non l’ho fatto per non disturbare nessuno, ma non passerò un altro solo minuto così.

Ci riprovo.  Mi metto seduto e mando al diavolo la febbre di stanotte. Eccomi seduto. Ordino alla stanza di stare ferma. Non girare, okay? Do not move, okay? Sta lì buonina.  Le pareti al loro posto. Anche l’armadio, pure la cassettiera… pure lo scaffale coi cd.

Ma devo andarci? A me non va di starmene qui mentre lì c’è una bella tavolata italiana. C’è sempre da divertirsi quando stiamo insieme, e poi mia madre ha cominciato col farmi… ma… mi ha fatto gli auguri? Si, poco fa… Ha fatto gli auguri a me? Ci ha provato, ma non ero ancora perfettamente sveglio e li ha rinviati a più tardi…

Boh. Oggi si, oggi ci farà divertire. Come sempre, del resto. Ma se il buon giorno si vede la mattina… Ha cominciato dicendo che mi farà gli auguri…

Devo farmi forza, mi tiro su. Riesco persino a vestirmi. Ho la barba un po’ lunga, ma va bene così.

Arrivo lì che hanno già finito il primo. C’è allegria. Io mi sono trascinato a stento. Saranno cinquanta metri o poco più.

“Ah finalmente… in ritardo eh… le star si fanno aspettare…”

“Sto morendo Linda…”

“Anch’io, tutti stiamo morendo mentre viviamo…”

“Ma cosa fai, la filosofa?...” Si ride.

“Cosa credi, di poterlo fare solo tu?” Botta e risposta. Non c’è che dire.

“Ecco è arrivato Santino” dice mio cognato. “Adesso comincia il divertimento”.

“Poi passo col piattino” dico, e mi siedo.

Qualcuno di loro mette mano in tasca e tira fuori gli spiccioli.

“No no, quelli non vanno… almeno 500 euro a testa”.

“uuuuhhhh esoso! e-so-so   e-so-so   e-so-so…”

“Esoso io? Ma avete uno come me a tavola e non scucite 500 euro a testa?”

“Io devo farti gli auguri “ dice mia madre.

Tutti la guardano perplessi. Perplessità che dura un istante e poi giù a ridere…

“Mammì… ma cosa dici… oggi è il 15 di novembre….”

“Ma allora perché siamo qui…”

“Il mio onomastico è il primo di novembre…”

“Ma allora perché siamo qui…”

“Intanto Linda ci invita spesso…”

“Lo so che ci invita spesso… cosa credi che non ho più memoria?”

“Chi tu? Ce l’hai, ce l’hai…hai una memoria di ferro…”

Comincio a mangiare, così spero che lei continui il suo pranzo.

Ma si volta improvvisamente: “Santino, avevo dimenticato, devo farti gli auguri…”

“No, mamma, guarda, è Melo che fa gli anni, lui lì, guardalo, di fronte a te, il tuo primo figlio…

“Ma oggi che festa è…” dice perplessa.

“Oggi mamma è il 15 di novembre… è il suo compleanno…”

“E perché siamo qui…”

“Va be’ mammì famose sta magnata su!…”

Linda interviene: “mamma vuoi l’insalata?”

Vedo che mia madre si gira verso Aurora seduta accanto a lei. Parla piano, non immagina che la stiamo sentendo tutti: “Devo fare gli auguri a Santino” sussurra.

“No mamma” dice Aurora con dolcezza “li devi fare a Melo. Oggi è il 15 di novembre”.

“…ooooggi?” fa lei come se la figlia maggiore avesse detto un’enormità.

“Si si” intervengo io con l’aria sorniona “Confermo. Melo è nato il 15 di novembre; è uno scorpione!”

“Lo so quando è nato mio figlio, cosa credi? Ma oggi perché siamo qui?”

“Per festeggiare Melo”.

“Ah per festeggiare Melo” dice lei finalmente convinta. Si sporge verso l’orecchio della figlia maggiore, e delicatamente dice: “Devo fare gli auguri a Santino”.

“No, a Melo” ribadisce Aurora delicata.

“Ah a Melo a Melo. Si ma devo fare gli auguri a Santino”.

“Mamma intanto finiamo il secondo. Tu l’hai avuta l’insalata?” dice Aurora.

Due minuti dopo arriva la torta.

Scoppia un applauso e “I quattro più quattro di Nora Orlandi” intonano un improbabile Tanti auguri a te.

“Questa l’ha fatta Aurora” dice mia madre.

“Confermo… “ dico e alludo gaudiosamente a qualcosa di veramente buono.

“Aurora è mamma” dice mia madre.

Io la guardo, perplesso, ma mi scappa da ridere.

Lei si riprende, si giustifica: “Io ho l’impressione che Aurora è mia mamma”.

“Però è tua figlia” dico. “La tua figlia maggiore”.

“Ma io ho l’impressione che lei è mia mamma” dice.

“Si, ogni tanto lo dici”.

“E che Melo è mio padre”.

“Ah, ho capito”.

Poi si volta verso di me. “Più tardi ti faccio gli auguri”.

“Sicuramente” dico. “Se hai deciso così… so che mi farai gli auguri”.

“Eh io sai, se prometto mantengo”.

“Caspita se no…”

Povera donna dolce, cosa le sarà successo... Il mese di settembre è stato sconvolgente, per settimane ha fatto sempre così… pensava qualcosa e convinta la diceva. Ma non ne diceva una giusta. Pensavamo fosse andata via con la testa, poi però si è ripresa. Oggi fa così. Strano poi che si sia concentrata su di me. Di solito le sue attenzioni sono tutte concentrate sul suo primo figlio, e io talvolta tra il serio e il faceto scherzo sulla fortuna di essere il terzo figlio, così il complesso di Edipo se l’è sorbito tutto mio fratello. Ma da qualche tempo lo ha eretto a papà, adesso Melo non è più suo figlio ma suo padre.

Speriamo bene, ci ha abituati a grandi recuperi.

Dopo la torta e lo spumante, è il momento del caffé.

Sono stanco. Tutti si stupiscono per il rifiuto del caffé.

“Sto male” dico.

Mio cognato: “deve star male sul serio se rifiuta il caffé…”

“Ermes cosa faccio” chiedo a mia sorella.

“Letto letto e ancora letto. E Tachipirina”.

“Ed echinacea” aggiungo.

“Va bene per l’echinacea. Cucina leggera e non preoccuparti”.

Quando arrivo a casa, mentre salgo le scale, mia madre mi chiama sottovoce.

“Mamma, che c’è, vado a mettermi a letto”.

“Vieni qui, devo farti gli auguri” sussurra.

Scendo stancamente e mi avvicino a lei. Mi tira giù e mi da un bacio, contemporaneamente mi mette un foglio nella tasca del giubbotto. “Prendi queste cinquantamila lire, ti compri un gelato”.

Ricambio il bacio, la ringrazio per agli auguri, e vado su.

Appena entro nel mio appartamento estraggo il regalo dalla tasca. E’ un foglietto da cinque euro. Per lei, ne sono sicuro, sono davvero 50.000 lire.

Mi metto a letto, fisicamente distrutto.

 

 

 

 

 

 

 

 

Quella notte fu esattamente come la notte scorsa. Forse peggio. Per la seconda volta consecutiva questo accesso violentissimo di febbre.

Cosa faccio. Anche i miei pensieri sono come quelli della notte scorsa. Di giorno sto male ma non ho febbre, di notte invece…

Chiamo Linda. Chiamo il 118. Teniamo presente che Linda lavora al 118. Dio mio come sono stordito. Svegliarsi così nel cuore della notte. Brutta esperienza svegliarsi di soprassalto e stare male. Ancora pensieri a vortice. Non ho chiesto a Linda, non so se è di  turno. Aspetto. Vediamo come va. Ma sto male, sto veramente male…

Telefono o no? Non resisto, forse è peggio della notte scorsa, ancora una volta dolori alle ossa, scricchiolii da per tutto, situazione infiammatoria generalizzata: occhi, gola, narici, ecc. Sento bruciori da per tutto. Ma su tutto questa sensazione di arrivare al limite del possibile… horror vacui si, qualcosa del genere… dovrei telefonare. Mi portano in ospedale. E poi se viene la guardia medica che fa… Mi prende la pressione, mi dice che forse ho la febbre suina, e va via dicendo di stare tranquillo; inoltre prima di uscire forse mi chiederà di eventuali patologie, io dirò di no, e così lui andrà via lui stesso più tranquillo e mi dirà di stare tranquillo… E allora? Perché chiamare la guardia medica, che comunque non verrebbe prima di domattina dato il bacino di utenza troppo vasto…

 

 

 

Verso le 16.00 di lunedì pomeriggio.

Entra Aurora. Ha una pila di abiti appena stirati.

“Non ti alzi?”

“Sto male”.

“Cioè?”

“Hai sentito Ermelinda?

“No.”

“Chiamala per favore…”

“Aspetta”. Va di là prende il cordless. La chiama. Me la passa.

“Non credo” mi dice Linda-Ermelinda-Ermes-Lalla-Lallina-Lalletta… E’ la più nomignolata della famiglia, e tutto questo perché il suo nome è troppo lungo e strano, e poco usato da queste parti.

“No”, mi fa “non posso venire E  poi è inutile”.

“No, tu adesso vieni qui e…”

“E…?   E ti benedico? Non ho la stola” mi fa.

“Vieni senza stola”.

“Ma quando vengo lì… cosa credi… posso solo farti una visita… Presa la tachipirina ieri sera?” Si, l’ho presa. “E oggi?” Anche. “Bye bye fratellone. Ho lo studio”.

“Ma quanto sei studiosa…”

“Ah no? Se non vado in fretta poi trovo una rivoluzione, non potrò attraversare la sala d’attesa…”

Invece poco dopo passa da me. “Non posso farti niente. Non sei orgoglioso di far parte dell’eletta schiera dei pandemici?”

“Come no? Sorgeranno complicazioni?”

“Ma quali complicazioni Santoo… Il tuo organismo funziona alla grande… non hai problemi…  e per fortuna non hai fatto il vaccino… quindi sta tranquillo. Io vado…”

“Dove vai?” fingo di trattenerla. “Ripassi stasera?”

“No, andrò in chiesa”.

“In chiesa?”

“Si, ho una riunione”.

“Quale riunione. Perché?”

“Viene il vescovo”.

“Stasera?”

“No-o, settimana prossima”.

“E tu vai in chiesa stasera? Lo aspetti lì per una settimana…”

“Stasera bisogna preparare…”

“Bisogna preparare i preparativi” la provoco scherzando.

“Bravo… bye bye”.

“Che cattiva sorella…” dico.

“Puoi dirlo eh?”

“No, sto solo scherzando.  Ma… devo dirtelo che sto solo scherzando?”

“Finiscila Santino, qui c’è gente impegnata da mattina a sera. Vatti a scrivere una poesia, e a noi lasciaci ai nostri prosaici impegni, che quando arriva sera sono io più stanca di quanto tu soffra per la febbre pandemica…”

Anche quella notte, terza consecutiva, ebbi lo stesso accesso violentissimo di febbre. Poi i giorni seguenti rimasi a letto come un pezzo di legno. Stordito. In uno stato che non auguro a nessuno.

E adesso, a una settimana di distanza, non sto propriamente bene, ma ho deciso di saltare fuori dal letto. Per altro Aurora stasera fa la focaccia, non la pizza dei pizzaioli di professione ma una focaccia di cui dovrebbe vantare i diritti d’autore; e che chiunque l’abbia assaggiata una volta non vuol perdere l’occasione seguente. E domani nuovamente da Ermes per un’altra tavolata gaudiosa. Sperando che mia madre una volta ancora non voglia farmi gli auguri. Dopo domenica scorsa ha ripreso a ragionare alla grande. Quasi un miracolo per una donna di 88 anni!

 

 

 

 

 

 

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Tu non sai le ore desolate

in questo luogo vago e regolare

se percorri un assorto lungomare

 

con quelle assenze di presenze vive;

non sai il muretto dove appoggi mani

e scruti tanto intensamente il nulla

 

nulla vago e lontano di cui non saprai altro

se non che cielo e mare sempre sfuma

in una linea che chiamano orizzonte…

 

No tu non sai come si perde vivendo

ogni giorno un giorno ad elencare i venti

tramontane scirocco il caldo assassino…

 

quasi una vita a scrocco del destino…

Sono lì stasera e non è il vento

a suonare il violino sugli infissi

 

o nei balconi o picchiando sulle insegne

inutilmente accese, oh lavagne

su cui andando scrivo fantasie, cambiando

 

le parole con tenacia, mie sillabe conteste,

(si, il nome tuo) e ai visi di vecchi manifesti

sui muri di un demotico paese

 

l’affanno a dare il tuo volto cortese.

Tu non sai tutto questo, mia carezza,

altro saprai nella tua vita altra

 

dalla mia pensosa di pensieri vani,

altro vivrai da una sera di pioggia

lieve mentre le strade brillano bagliori

 

e un uomo solo senza meta viene

a un luogo non per lenire sete,

il cuore riarso d'amore amore chiede.

 

 

25 - 26.10.2009

 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

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Voi ricordate quelle sere insieme,

le sere a cena o in calde pizzerie;

dove sarà stato il nostro incontro

 

il primo ma anche tutti, tutti gli altri

in posti diversi e diverse città;

a Roma, per esempio, fu forse

 

al Pantheon forse piazza Navona,

in sere d’estate tra giocolieri         

e mimi, festanti venditori, di quadri,

 

miniature, prestigiatori, pure

madonnari, pittori del futuro,

o musici sbandati, i cantanti,

 

ritrattisti che in rapidi istanti

carta e matita ritraggono me o te

a dieci euro soltanto; oh dove mai

 

ci saremo incontrati in che magiche

sere, fu in Emilia o a Genova o a Porto,

o a casa del poeta a Recanati dal nostro

 

amico eterno che dal borgo selvaggio

volle fuggire ma ahimé ripreso

subito fu, e irriso; o dove ti ho incontrato,

 

e in che luogo, amico o amica cui

tuttora parlo di cui vedo foto

e del volto le linee, i vari sguardi

 

di vari tempi e luoghi. Così, mai stanco,

dove vi avrò visti - mi chiedo - e quante volte

o come sarà nata quella stima,

 

se così cari mi siete che col cuore

dalla mia casa vedo il vostro agire,

il quotidiano ameno, svago lavori,

 

piccoli impegni o grandi dolori;

e c’è chi a sera a un telefono gratis

assente a calda e pura sintonia;

 

e il vostro cuore perché più dentro

palpita, sempre, se mani lontane

mani mai strette, mai, pure ho tanto

 

avuto e io non so se del mio ho dato;

e sarà vero che ciascuno in casa 

può esser meno solo tra di noi,

 

tra noi lontani, lontani e pure amati

che basta un avatar e un nome e una foto -

pur senza mai essersi incontrati?

 

 

 

12. 4. 2009

 

 

 

Nota

Grazie a Francesca per la grafica (bellissima!)

 

 

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La pia dolcezza dei piccoli borghi

dove non ho saputo abitare

mi porta in giorni di intimi ingorghi           

 

al puro regredire ed esultare;

sono luoghi graziosi, solitari,                      

dove ancora puoi vedere e sentire

 

i passeri, i cani per le strade,

o i ragazzi a palla nei cortili;

e io talvolta ricerco nei libri

 

la dolce esperienza di un poeta,

di un autore, un autore purchessia,

che senza dubbi e senz’altro mi dia

 

un buon motivo per il mio quartiere

dal quale non esco; ma qui dovrei godere,

né mai riesco. Pure so avvertire

 

l’animo dolce, se voglia gioire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3.10.2009 - Manifestazione per la libertà di stampa

 

 

Non era una folla, era un popolo che gremiva fino all'inverosimile
non solo la piazza ma l'adiacente piazzale Flaminio, le balconate
e le terrazze del Pincio, la via di Ripetta, la via del Corso fino a piazza
Augusto, la via del Babuino. Addensati come non mi era capitato mai
di vedere in situazioni consimili.
(Eugenio Scalfari - La Repubblica)

 

 

 

 
 
 
 

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Mi stanno accanto i miei ricordi. Adesso quegli eventi e quelle persone che nel tempo personificavano rimpianti, sono i miei cari ricordi. Mi sono vicini, fanno compagnia.

Sarà settembre, non dico di no. Ho sempre saputo che settembre, in modo particolare, e l’autunno in generale, mi trasformano. Ritorna l'era della riflessione. Quando la luce accecante smette, e la calura (per sua natura antiintellettuale) diminuisce e scompare, torna una poetica perplessità. Riprendi i fili del cuore, le corde interne. Senza pretese. Non lo fai apposta. Succede, e basta.

Forse un bioritmo esistenziale. Una fase bioritmica per ogni stagione, per ogni periodo:  e l’autunno è per me. E’ il mio bioritmo positivo. Il mio ritorno vitale. Mentre tutto appa- rentemente decresce, e le giornate si accorciano, io torno al mio migliore abito (mentale), scendere delicatamente, naturalmente, senza forzo, e senza volerlo, sulla strada della flessione creativa.

E forse c’è un bioritmo generale più ampio, quello su scala esistenziale.

Forse per ciò il tempo - che io dico non esistere ma di cui gli altri parlano normalmente - il tempo che viene arbitrariamente definito galantuomo, comincia a convertire i rimpianti in fantasmi benevoli, ricordi amabili, che ci stanno accanto, e chissà forse rivedremo in controluce - come nel film La leggenda del santo bevitore - come una figura angelica che ci sorriderà fino all’ultimo, fino al tramonto.  (diario - 7.9.2009)

 

 

 

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Tornerai domattina all’alba

quando il cielo porterà i suoi colori

di questo settembre vespertino.

Tornerai anche se il cielo non ci darà l’alba

anche se il mare là in basso

con il suo quieto pulsare

non ci ricorderà il ritmo del cuore.

Tornerai perché per ogni donna c’è un uomo

uno soltanto:

per ciò tornerai da me.

 

 

 

 

 

Diario d'agosto

 

 

 

 

 

 

 

La fine d'agosto...

 

 

 

 

In una delle prime note avevo descritto le giornate torride di questa estate; la calura, l’umidità, un'estate che gli esperti dicono la più calda e umida degli ultimi dieci anni. Ancora viva e pimpante. Ma oggi, quasi ad illuderci, piove. Piove piano, fin da stamattina, a gocce rade. Il cielo è color piombo. Non fosse caldo sembrerebbe una giornata di novembre. 

Avevo descritto quei pomeriggi quando il sole non viene in cucina; sarebbe stata la fine d’agosto. E’ accaduto. Oggi peraltro il sole non si è visto, ma da alcuni giorni la cucina appariva scura e malinconica come sarà fino al prossimo mese di maggio.

Un’altra estate sta andando via. Un’altra stagione della nostra vita. Si può dirlo? O sembra solo retorica, parole di chi finge, di chi vuol fare poesia ad ogni costo. Quando quel meteorologo ha detto del caldo degli ultimi dieci anni ho pensato in un solo atto mentale a questi ultimi dieci anni e ho avuto l’idea che fossero passati nel rapido atto dell’idea. In un istante. In un istante solo andati via dieci anni. E i prossimi? Voleranno nella frazione di un secondo, di un infinitesimale atto di pensiero?

Certamente no. Ma fra dieci anni chi vivrà dirà che dieci anni sono passati in un istante.

Pensieri d’autunno in un piovoso pomeriggio di (fine) estate.

Gli ombrelloni sono stati ammainati, piove sul mare, sulle terrazze con i teloni scuri. C’è acqua nelle pozzanghere, dalle grondaie lo stillicidio lento, ritmato, delle gocce.

Adesso è tempo di chiudere. Sperando di non essere stati retorici, aspetto le emozioni che ogni anno ci porta l’autunno …

Quasi mi spiace chiudere questa nota. Ma va fatto.

Buon proseguimento.

 

31.8.2009

 

 

 

 

 

 

 

 

 

* * *

 

 

 

L'Inter batte il Milan per quattro reti a zero...

 

 

Penso con tristezza a Berlusconi. Poveretto, ultimamente non gliene va bene una.

Penso con tristezza ai milanisti di sinistra e agli interisti di destra. Mentre politica e tifo improvvidamente si intrecciano in entrambe le categorie c’è chi ha motivo di soffrire. Gli interisti che votano Berlusconi non avrebbero voluto vincere stasera?

E i milanisti di sinistra? Si sentono più vicini a Silvio che ormai prende colpi da tutte le parti... ?

Mah. Ai posteri (tra pochi mesi o tra quattro anni) a loro l’ardua sentenza.

 

 29.8.2009

 

 

 

 

 

 

* * *

 

 

 

 

La parola...

 

La rabbia di un tale irritato di non potersi riconoscere in questa Italia.

E io penso che da un paio di decenni (almeno) ho l’età anagrafica e intellettuale per rendermi conto che non mi sono mai riconosciuto nel nostro Paese.

Immagino che ciascuno senta un tocco sotto lo sterno a sentire la parola Italia; ma quanto all’orgoglio di essere italiano per molto tempo non ho pensato, e quando l’ho pensato (perché discorsi altrui me ne hanno dato il modo), ho capito che non mi riguardava.

Mio padre non conosceva una parola come ‘cosmopolita’, ma ricordo di avergli sentito dire “non esiste né patria né matria, esiste solo quel luogo dove stai bene, dove vieni rispettato, e hai lavoro, pane, famiglia”. Non sapeva di essere cosmopolita, ma per dirlo e dirlo sdegnosamente si era inventato un neologismo (‘matria’).

 

 

28.8.2009

 

 

 

 

 * * *

 

 

Monitoraggi...

 

 

 

Pomeriggio (ore sei). Nella piccola stanza-soggiorno bisogna accendere la luce; la settimana scorsa, stessa ora, nella stanza c'era luce naturale.

Mattina (ore sei). Nella mia camera da letto fino a pochi giorni fa entrava la luce, adesso a quell'ora è ancora buio.

Titoli: Pensieri d'attesa.

         Il caldo non diminuisce.

         Aspettando che passi la brutta stagione. 

 

Ci sarebbe un altro titolo.

... meglio lasciar perdere.

 

 

 26.8.2009

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

* * *

 

 

 

 

Federico Fellini:

 

"Io, a Rimini, non torno volentieri.

Debbo dirlo.

È una sorta di blocco.

La mia famiglia vi abita ancora, mia madre, mia sorella: ho paura di certi sentimenti?
Soprattutto mi pare, il ritorno, un compiaciuto, masochistico rimasticamento della memoria: un'operazione teatrale, letteraria. Certo, essa può avere il suo fascino. Un fascino sonnolento, torbido. Ma ecco: non riesco a considerare Rimini come un fatto oggettivo.
È piuttosto, e soltanto, una dimensione della memoria. Infatti, quando mi trovo a Rimini, vengo sempre aggredito da fantasmi già archiviati, sistemati. Forse questi innocenti fantasmi mi porrebbero, se vi restassi, un'imbarazzante muta domanda, alla quale non potrei rispondere con capriole, bugie; mentre bisognerebbe tirar fuori dal proprio paese l'elemento originario, ma senza inganni. Rimini: cos'è. È una dimensione della memoria (una memoria, tra l'altro, inventata adulterata, manomessa) su cui ho speculato tanto che è nato in me una sorta di imbarazzo..."

 

 

 

 

Rimini qualche decennio addietro, ai tempi di Fellini

 

 

 

 

 

Santa Teresa di Riva, il lungomare

 

 

 

Stralcio di biografia adatto alla mia esperienza. Ma per me la gioia più grande è stata partire. So che la parola felicità non è adatta all'umano,  non bisogna dirla, ma questo è stato per me partire. Tornare, l' infelicità che sembra destinata a durare. Regredire dal nord al sud, dalla metropoli al piccolo paese, dall'articolata società della Capitale al nulla di una vita quotidiana senza senso... No, nessun rischio di operazioni teatrali, letterarie... solo tristezza, mancanza di senso... vuoto... Difficile immaginare quanto avrei voluto provare nostalgia per la mia terra… E’ triste sapere che non c’è un luogo originario che abbia avuto una sua parte nella costruzione del proprio io etico-psicologico, di un processo strutturante dell’Io. Questo è un altro modo per sentirsi soli nel mondo. Sentirsi sradicati nel proprio luogo nativo significa essere condannati alla solitudine nel mondo. Eppure gli anni vissuti fuori mi hanno dato, addirittura, felicità; forse non sbaglio se mi viene immediato il ricorso all’eterno concetto spiegato dai primi filosofi quando dicevano che per valorizzare il caldo bisogna fare esperienza del freddo e viceversa. Solo dopo che sono partito, e fatto esperienza del lontano, e poi solo perché costretto a tornare mi rendo conto della differenza tra il paese e il luogo altro e di nuovo la differenza tra il luogo “altro” e il paese natio. 

...quanti pensieri può suscitare una vita intollerabile…

 

18.8.2009

 

 

 

 

 

 

 

 

 * * *

 

 

 

 

Un momento di tristezza...

 

E' morta Fernanda Pivano.

Ricordo una sera a casa sua, una chiacchierata che sembrava non finire mai. Indimenticabile.

La sua apertura esclusiva alla letteratura americana, e la chiusura assoluta alla letteratura europea (che considerava, appunto... lettera morta... letteratura morta, una letteratura cioè che aveva ormai definitivamente esaurito le sue energie vitali...)

Tutti gli scrittori americani. Ma soprattutto Pavese, Pavese, Pavese.Ho ricordato quell'incontro in una pagina del mio sito.

http://www.lafinestra.net/Pivano.html

 

 

 

 

 

 

 

* * *

 

 

 

Comunicare...

 

Pochi giorni fa mi è tornato in mente Professione Reporter.

Perché è un film sulla incomunicabilità, tema costante nell’opera di Antonioni. Ma Professione Reporter va oltre: l’impossibilità di comunicare gli fa perdere - o meglio gli fa decidere la dismissione (del) - la propria identità. Decisione ultima: esatto, ultima; infatti porterà il protagonista alla morte.

Da ragazzo pensavo che la comunicazione è solo una questione di volontà, chi ha voglia di farlo comunica, chi non comunica è perché non ne ha voglia. Sembrerà semplicistico, forse lo è, ma ho pensato così per decenni. Solo da adulto ho scoperto quante difficoltà… (sempre convinto però che la buona volontà può superarle).

Una volta mi sono detto che c’è gente che non ama la verità, che se sente parlare di verità se la ride. Ma poi ho capito che c’è altra gente che non sa riconoscerla. Nemmeno dentro di sé. Questo può sembrare inverosimile, ma accade. E allora… se non si sa individuare la verità nemmeno dentro di sé, come si fa a comunicare?

Parlare lo stesso linguaggio, vivere temi comuni, dovrebbe consentire una buona comunicazione. Ma anche in questi casi non sempre accade, né tutto fila liscio.

Il fattore ‘buona volontà’ e il fattore ‘comprensione’ chi sa perché sembrano banali luoghi comuni. Ad essi non viene dato mai il giusto rilievo.

…babele linguistica… la parola da sola non rende sicura la possibilità di comunicare…

Conclusione alla buona.

No, forse non esiste una vera conclusione…

 

16.8.2009

 

 

 

 

 

 

 

 

* * *

 

 

 

 

L’acqua del mare

 

L’ho vista, non so quanti anni fa, dalla mezza collina, da un ponte, o da una terrazza. Non l’ho più vista da vicino. Per me esiste solo un mare.  Esiste lo jonio. Sono stato al mare lungo il litorale laziale, ma anche a Rimini e più su fino al Lido degli Estensi. Eppure è questo il pezzo di mare che conosco, non come, ad esempio, lo conoscono i pescatori, ma come lo conoscono i bagnanti si. E’ il mare di Omero e di Quasimodo, il mare della lucentezza jonia.

Bene, il mare in questi giorni, ancora per poco, è di un colore chiaro tra il bianco e l'azzurro.

Solo da lontano, solo in fantasia ho voglia di immergermi con un tuffo e riuscire venti metri più in là dopo aver nuotato sott'acqua...

…ammirare il fondale luminoso ricco di pietre di vario colore, pietre comuni così belle che si vorrebbe pensare pietre preziose.

 

 

14.8.2009

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

* * *

 

 

 

 

Appunti... 

 

Diario d’agosto e di un’ estate troppo lunga. Il mare ormai un’abitudine dimenticata; impossibile oggi elevarlo a luogo (e ore) di divertimento. L’estate sinonimo di bella stagione è sparita da un pezzo. Rimane l’attesa dell’autunno (la bella stagione). I pensieri sono: il ritorno al fresco naturale, la bellezza dei colori autunnali; l'attesa di una stagione clemente.

Tomasi di Lampedusa – se non ricordo male – diceva che l’autunno siciliano è il più bello del mondo, lui che aveva viaggiato; da viaggiatore non da turista.

Io aspetto che passi. Riparato dalla calura, sto imparando a vedere giorno per giorno dove batte il sole. A che ora passa il sole. A che ora sorge, a che ora fa notte. In queste faccende sto diventando esperto. E so che quando di pomeriggio il sole non entrerà più in cucina dalla finestra, sarà la fine d’agosto, e durerà anche la prima decade di settembre.  

Mi ricorda Giovanni Drogo. A furia di aspettare si imparano tante cose. Tutte inutili, tutte utili, ma si imparano tante piccole, piccolissime cose.

 

11.8.2009

 

 

 

 

 

 * * *

 

X Agosto

 

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo favilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono...
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!

G. Pascoli

9.8.2009 

 


 

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Tranne che il mio turgido silenzio non voglia infierire
    e querelare il sipario detestabile
che cala sulle alture a strapiombo della notte
    o non voglia esibire
incatenati alla terra gli eucalipti,
le querce che occhieggiano e gli aranci pigmalioni,
gli aironi nel pendolare sole,
e la benvenuta luna appetitosa
affaccendata con artigiane sovente ammiccanti
a recitare un copione in sordina,
benché urli in rabbiosi nitriti come il benefattore mare
e per le radure di realtà e storia
il calice sovrabbondi di angustie e i morelli siano esiliati;
 
Tranne che i gabbiani sulle rive e le ciaule sopra i pioppi
non raccontino le loro conversazioni con la morte
nelle torride stagioni in cui senza passioni né desideri
                    ombra d’uomo cammini,
                       e nelle notti di gelo
l’abito lacero degli alberi irriti le ferite delle gambe
        e capziosi discepoli con disusate esultanze
       succhiano il sangue limpido delle mie ferite,
    benché dipanino intrico di sincerità e derisione,
                           in festa, in festa,
        per le strade di questa nobile terra,
   non mi preoccuperò di rivangare i dolci anni
e la rigogliosa giovinezza dove germogliarono i verdi progetti
                                                                                   del Signore.
 
 
             Nei teneri giorni di sogni azzurro-rosa
sentivo dalle colline a sventrare le valli le campane felici.
          E le mattine cantavano sopra le candide nuvole
                             fra il sole e i pianeti
        e i sottilissimi echi dei contadini innamorati
                                di cieli azzurri
                  picchiavano la roccia dura dei monti.
Nella fiumara d’argento il sole allo zenit sgretolava le pietre.
 
 
E cavalcavo i tappeti fioriti, le strade di notte sentivano inni,
                                  felice e felice
                 col mantello d’oro e il bianco cavallo.
                 Nei verdi giorni di sogni azzurro-rosa
      quando i gabbiani sulle rive e le ciaule sui pioppi
              recitavano i loro conversari con la morte
                           e il mio turgido silenzio
               spingeva gli aironi nel pendolare sole
sentivo dalle colline a sventrare le valli le campane felici.
 
 
 
(La sofferenza sollecita l’ascesi. Il pensiero di Francesco è per l’uomo,
 per la storia. Rievocazione della propria giovinezza).
 
 
Santino Cicala - Candida Suite - Ed. Pellicanolibri
  
 
 
 
 
 Prefazione (o Postfazione?)
 
 

 

 

     Ho letto la Candida Suite di Santino Cicala con un interesse che è cresciuto man mano. Problemi d’ogni sorta s’affacciavano e chiedevano udienza per essere ascoltati, inseriti nel gioco delle parti. Innanzitutto un problema teologico non facile da districare perché affrontato con gli strumenti della poesia e quindi senza il rigore metodologico che appartiene alla filosofia, alla scienza, poi quello della parola che non ha la possibilità di essere capita nella sua vera essenza e quindi si da a chi meglio sa usarla, poi il problema delle metafore, delle allusioni, delle possibilità della poesia di poter avviare a soluzione la vita e la morte pur sapendo che soluzione non esiste.

    Cicala mi ha messo di fronte a questa valanga con naturalezza, con un poemetto che ha il piglio intellettuale della produzione eliotiana, ma che non disdegna il lirismo e le accensioni al punto che mentre discorre (con ironia e con ansia dissacratoria), si serve di lampi tipo “acque perplesse”, “arcobaleni invecchiati” , “contumelie del giorno”.

     Ma ciò che maggiormente colpisce di Candida Suite è l’impasto linguistico usato da Cicala, un ibrido ben mescolato tra aulico e quotidiano, una espressività ottenuta per contrasto pur nell’andamento narrativo. E’ una poesia che in un certo senso sconcerta, perché non si affida a parametri costituiti e cerca una strada nuova per ottenere il massimo di comunicabilità. Cicala ha capito che non bisogna adeguarsi al precostituito e non bisogna ripetere, seppure con intenzioni di rinnovamento, i luoghi comuni. Certo non era facile risolvere tante situazioni intricate con gli strumenti soliti e allora ha voluto provarsi ad entrare nel vivo di un dibattito sul senso della vita e della poesia e non per il gusto di rischiare una teoria, ma per mettersi in gioco nella sua totalità di uomo e di letterato. Qualche volta la valanga di pensieri, le suggestioni delle letture, l’esigenza di dimostrare le sue capacità lo hanno indotto a strafare, a riempire ogni verso di troppo ardore e di troppo “ragionamento”, ma il più delle volte Cicala ha saputo ottenere risultati notevoli, con implicazioni che posso essere variamente interpretate.

    Da sottolineare ancora una dato significativo. C’è nella poesia di Cicala, come una folata di follia che si sorregge spesso alle parole inusuali, ma più spesso nel sentire con acutezza la crisi del mondo odierno. A tratti è come se il poeta ridiventasse il veggente e riuscisse a captare lo sconvolgimento che si prepara nel futuro. Sono le solite facoltà medianiche che ogni artista possiede?  O sono le angosce diluite in parole di un giovane che vede avvicinarsi il mostro nucleare? E’ difficile stabilirlo. A me preme sottolineare che questo libro ha una forza abbastanza strana, che in qualche maniera fa restare perplessi fino a renderci cauti o euforici. Cauti per il fatto che ci rendiamo conto quanto sia terribile l’incomprensione, euforici perché c’è ancora qualcuno che crede nella poesia come catarsi  individuale o come indicazione universale. Si badi però che Cicala non è per nulla un illuso: la sua posizione non è uno stanco adagiarsi: dentro di sé si muove una furia ancestrale che vuole vincere l’inesattezza dell’irrazionalismo senza rinnegare mai la fantasia.

 

                                                                                                    Dante Maffìa

                                                                                                          Docente di Letteratura Contemporanea

                                                                                                                          Università di Napoli

 

 

 
 
 
Nota
 
per chi vuol leggere l'opera completa 
 
 
 
 
 

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Ah giorni caldi di un’estate antica

siete rimasti memoria e incanto

negli occhi vitrei e nell’ansia stupita,

 

del fanciullo che in estasi adorante

vi guardava chiari cielo e mare

puri d’un azzurro che più che estivo

 

non si potrà mai dire. O giorni ampi

nella memoria ferma, bloccata, lampi

di un flash eterno, di un istante solo.

 

E sono lì ancora nel primo meriggio

quando il cielo scolora quasi in sonno,

sfuggivo il pranzo per venire al poggio

 

modica altura, solo, per rapirmi

godendo la calura e il gran silenzio  

la solitudine i vasti spazi e solo mia,

 

 

quella visione che avvicina a Dio.

 

 

 

   30.4.2009

 
 
 
 
 

E’ una poesia che desideravo scrivere. Volevo fortissimamente ma ho dovuto aspettare. L’ho portata in grembo per anni e ora non mi importa del risultato. Era qualcosa che volevo esprimere: il ricordo, cioè, dell’estate come l’ho vissuta da bambino. Una sorta di sentimento mistico della bella stagione. Era il solo periodo dell’anno in cui il mio sentimento dell’universo era totale. E so che dichiarare la propria immedesimazione con un vissuto universale sia poco elegante; e un po’ come millantare. Eppure era questo il mio sentimento della bella stagione. Tanti anni fa. Adesso è tutto il contrario.

Tempo fa ho affisso una sorta di avviso in bacheca… Mi rivolgevo a chi avesse voglia di seguirmi mentre pubblicavo una nuovissima (e anche per me, fino a qualche tempo prima, inattesa) esperienza: mi chiedevo se all’inizio del secondo millennio fosse ancora possibile scrivere sul metro della tradizione.

Era il 21 marzo. Oggi, 21 giugno.  L’esattezza delle date è casuale.

Ma per ora sospendo. Non è detto che non torni a tediarvi in seguito.

 

 

 

 

 

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Linda sentii morire ogni gioia
nel sapere che la nostra atmosfera
non sarebbe mai più stata com’era

da quando l’atomica horror senza attributi
era stata provata su città, e uomini e donne,
facendo scempio delle loro carni,

dissolvendo in frazioni di un istante
intere vite, vite in tutto simili
a quelle di chi, folle, uccideva

per sempre affossando se medesimi
di colpe e devastando l’aria e la gioia;
ma più dolce fu sentirlo da te teneramente

con grazia femminile e di sorella
e ho in mente la tua voce esitante
il tuo viso triste nell’espressione bella

e il tuo sguardo ricordo in quell’istante.

 

21.5.2009

 
 
 
 

Nota
Eravamo ragazzi, un tardo pomeriggio, al Ponte; chiacchierando chissà su cosa, chissà come il nostro discorso cadde su un argomento tanto triste: mia sorella disse che da per tutto, anche lì, in campagna, dove eravamo, l'atmosfera non era più la stessa dal giorno in cui era stata usata la bomba atomica. Mi sentii morire dentro, tutto mi si scolorì davanti agli occhi; e per alcuni giorni pensai a questa cosa.

Il luogo che chiamavamo “Al Ponte” era la favolosa cascina dei nonni paterni. “Era la casa delle mie estati lontane” (E. Montale)





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Oh perché mai denigrare i tanti

con le mani in tasca e le spalle al muro,

lo sguardo impuro dritto nel vuoto;

o quelli che con il passo di chi         

trasandato si mostra sicuro di sé

spalle dritte e pugni chiusi oscillanti

all’altezza delle cosce scattanti

come a sfidare nemici non comprare

il giornale sportivo con gli ultimi spicci.

O in queste mattine grandiose

il passeggio tra l’edicola adorna

e il bar che sforna cappuccini, caffé,

i dolci alla crema sui bei tavolini

allineati e coperti, dove vecchi trentenni

giocano a tresette litigando in cortile;

e giocano, giocano e io non so se ignorando

benché - sia di loro proprietà - il dolore

di vedersi la vita passare aspettando;        

giocano si o in piedi urlano per mostrare

al nemico la loro mens sana e intelligente

in questa sacra intangibilità (o veggenza)

della perizia di un gioco dal vero astraente…

 

 

 

Il gioco infinito al bar; e far pagare

il caffé a qualcuno è osanna e peana,

il trionfo che consente il rientro a casa

senza nervi tirati e rilassati sedere

davanti alla tivù a rivedere

la stessa partita che antenne

a pagamento offrono varie volte in un giorno

invariabilmente fin che il giorno di nuovo

rinasce subito dopo il pranzo e

invariabilmente dura fino al pomeriggio, tardi,

in partite infinite, e urla, bestemmie,

e dimostrazioni (ancora) di superiorità di mente

mentre le luci accendono la sera

e la gente rientra con facce perplesse

di cui hai imparato a indovinare

dalle espressioni amare le disattese promesse.

E forse il problema non è più,

o non è mai stato, qui dove l’atarassia

è sconfitta plurisecolare, mai, mai stato

nel non poter più parlare, e non è nemmeno

nel non poter più essere ascoltati, non dico capiti,

ma forse nel sentire più alto il rischio di parlare

col cambio facile tra chi parla e chi alza sguardi

severi, stupiti, gli sguardi sorpresi di chi esterrefatto

si chiede cosa mai accade, pronto a dar del matto

a chi non si sa perché non sia già stato spedito

al Mandalari; qui dove tutto si paga in noncuranza

e dove riso e scherno son letteratura e poesia,

e filosofia superba occasione per ridere

con una risata di malriuscita afasìa...

 

 

 

Bevo il caffé frettolosamente,

oggi è la seconda volta, ma uno

che avevo visto alla ringhiera grigia

a destra, stamattina, è ancora lì, di nuovo,

e sembra abbia in affitto lo spazio, lì,

lo vedo lì da anni, forse ne ho un ricordo

invernale perché ha sempre quel giubbotto

come fosse natale, e una sciarpa,

in questi giorni radiosi di aprile:

sempre lì, sotto il moderno portico

e se ne sta solo, solo ascolta un suo pensiero,

a sguardo perplesso, ma non fuori di sé,

ma dentro, più dentro, che per un’altra volta

potremmo dire ancora retroflesso.

Torno a casa, radendo i muri. Devo

aver dato fiducia a chi non meritava;

a qualcuno che può avermi fatto dubitare

di me se adesso a me chiedo perplesso

dove mai attingo il permesso

di stupirmi di questa piccola vita,

del rimosso dolore di gente giovane adulta

senza occupazione che coccola la nonna,

e la pensione, dicono i giornali, ripetono

consenta in questi 150 anni di crisi

quel lusso vile che sa di fenomenale

che un tempo chiamarono,

con espressione triste ma elegante

questione meridionale.

 

 

Torno a casa, radendo i muri, penso

mentre estraggo le chiavi e apro il piccolo

portone a vetri ad un altro giorno andato;

penso a noi separati in casa, in quartiere,

nel borgo oggi imbiancato ma sepolcro

tuttavia, qui dove sono cresciuto,

a Gianni che chiama necropoli le città,

a me che costretto a tornare sogno

un’altra fuga e una volta ancora stupisco

al sorriso trentenne della mia anziana madre,

al suo venirmi incontro a passo di danza,

e a come tornerò, salite due piccole rampe,

al mio tavolino e al computer, miracoloso

regalo di un compleanno passato;

e a me penso in questa oasi di pochi metri quadri,

piccolo modesto appartamento,

un lusso anche per me

tutto devoluto all’ozio letterario.

Ed eccomi, gomito puntato sul tavolo,

guancia nella mano, nell’altra il mouse,
fisso sullo schermo l’idea virtuale della carta

e il foglio bianco su cui figgo quotidiani pensieri.

E’ una sera qualunque del duemila. Seduto qui

a vivere pensando, o modellare versi; ma io

- penso - io che ho sognato un’altra vita,

io che ponevo nel pensare la speranza;

io vidi e seppi che il sogno si volse in derisione;

e fu visione disperante di radici.        

Fu il limite nostro la rivelazione, il mio e il loro.

Il mare antropologico, penso, tutto riavvolse,

poesia e tresette, io nella mia sconfitta

della radicale visione dell’essere,

loro nella boria beata di un caffé, goduta vittoria.

E sarebbero così reali le differenze?

 

 

6-8 aprile 2009

 
 
 
 

Nota

 

Questa poesia è l’ideale prosecuzione della precedente. E’ stata scritta all’incirca nello stesso periodo. Stavolta però l’inquadratura - si direbbe con linguaggio cinematografico – non è panoramica. L’occhio di chi osserva è tutto primi piani. Immagini visualizzabili da vicino. Inoltre mi è impossibile parlare di metrica, perché dopo i primi versi del componimento eseguiti con esattezza metrica, il verso si dilata a dismisura, anche se a un computo certosino si finirebbe per accertare che taluni versi pur dilatandosi oltremodo conservano una esattezza in un primo momento incredibile. Esempio:  verso a quattordici sillabe: esso non è che un doppio settenario. Con lo stesso metodo si può fissare l’attenzione sugli altri versi, quelli più ampi che danno senso di spazialità; benché i luoghi, i personaggi, sono guardati quasi con l’esattezza dell’entomologo. Qui la macchina da presa è davvero ravvicinata.

E’ tempo di elezioni. Pubblico queste due poesie - la precedente e la presente - sempre perché, come ho già detto nei precedenti post, so che ci sono più di 50.000.000 di persone che mi leggono e così spero di convincerle a votare per il verso giusto. Ovvio no?

 

Per chi fosse curioso di sapere a cosa corrisponde la parola “Mandalari”, dirò che si tratta dello storico manicomio di Messina, oggi in realtà una più moderna struttura psichiatrica.

 
 
 
 
 
 
 
 

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Qui - tra la gente che a pigolii si duole

di bisogni antichi (che chi ha il potere ignora)

ma poi al consenso incredibile avvalora                 

 

i piani di chi per sé il potere vuole -

tra gente che i malandri via via lusinga 

vita non c’è ma vita mia induci a vigilare attenti

 

nel quotidiano che non da mai nulla,

e i vivi sanno che il respiro costa

qui dove tutto si paga in dignità                     

 

e quel che è diritto è scherno o rarità.

Vivo che non sei parte a quei belluini

che ferocia e potere rende caini

 

che nella certezza di empietà impunita 

vivono forti sulla tua - che è la tua - vita

qui è sforzo d’ogni istante alzare gli occhi,

 

e urlare ciò che spetta è quella forza

che l’onore mina di una genìa funesta           

che d’onore bugiardo si riveste.                            

 

 

23.3.2009

 
 
 
 
Nota
 

Un quesito costante: al sud la gente dopo aver protestato a bassa voce (a pigolii…) vota quei partiti – o un uomo-partito – che usano il potere per il proprio comodo… scelta masochista, non c’è che dire! Ricordo di aver sentito che uno dei capi della criminalità organizzata richiesto sulla possibilità di sconfiggere la mafia, disse più o meno: “Se la gente pretendesse i propri diritti dallo Stato invece che venire a chiedere favori a noi, forse la mafia potrebbe finire…”

E dal comportamento filo-mafioso (forse inconsapevole) è ispirata questa mia composizione, scritta lo scorso marzo.

 

 

 

 

 

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Ma nulla mai sostituirà il volume

carta, copertina, note, premessa,

idea e gioia che quello sia il prodotto

 

di un autore vivente e pure amato

e godi sempre nel bello di acquistare

qualcosa di prezioso da pagare

 

portare a casa con sé e con quel gusto

interno, risaputo che è più giusto

per il nostro piacere di appagare

 

anni di attesa spesi a pregustare.

Sapendo che ora resta solo un’ora

per prolungare quella attesa ancora

 

in autobus sbirciare nelle pagine

e non aprire nell’attesa che il margine

si consumi del tempo che rimane;

 

e in auto se a casa in auto si ritorna

fermàti infine da un bravo semaforo

l’occasione è prenderlo in una mano

 

fissare il titolo un’altra volta piano

guardi ghiotto di straforo ad occhi sazi

il libro aperto a caso e dire grazie.

 

Ed ecco a casa - dopo l’attesa il rimpianto

per l’attesa svanita - “e ora a noi due!”

E mentre è tutto pronto per la cena

 

a chi ti chiama chiedi di aspettare;

passano ore e quando è tardi ormai

di ritorno in cucina due piatti coperti

 

dicono che nessuno ti ha aspettato.

Quand’ecco un volto di donna assonnato

viene a chiedere perché non hai cenato

 

ma tu ringrazi, mah, non sai il motivo,

ti senti pieno, devi aver mangiato,

perché dentro, più dentro, ti senti sfamato.

 

 
 
 
 
Nota

 

Un pezzettino di autobiografia quanto meno gradevole, e in qualche modo gioiosa, sicuramente tra i momenti più belli che la vita, tra mille difficoltà, ci consente. Non solo mi rivedo in questi versi ma sento che i circa 20 milioni di lettori che frequentano quotidianamente il mio blog hanno avuto questa stessa esperienza. Ho scritto questi versi la settimana scorsa e ora leggo - ahimé sbadato - che in questa settimana c’è la Fiera del libro a Torino. Non lo sapevo. Provo lo stupore che si prova davanti alle coincidenze fortuite e positive. Sento che pubblicarli in questi giorni - sia pure senza averlo premeditato - è farlo al momento giusto.

 

 

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In questi giorni ritorna della vita

il ricordo del giorno tuo ultimo padre

che ignoravi di vita essere ladro,

 

che refurtiva fosse la gioia di noi tutti

da te odiati, zavorre dipendenti,

che del dolore eri prepotente.

 

Ora perché hai fatto tanto in vita

in bene e male e più male mi chiedo

perché tanta incoscienza e scienza d’uso

 

se il tuo giorno finiva lavorando

con un lavoro altro, dopo quello di stato

premio di guerra, e di cui eri invalido.

 

Padre, Padre di violenza e di sopruso

se la vita non ha sorriso quanta basta

è perché il sorriso eri tu, ferrigno abuso,

 

di giorni inermi - giorni di mala pasta -

senza gioia o amore per la vita

che ti aveva sottratto dalle dita

 

ogni dolce carezza e ogni speranza

pura condanna a solitaria fatica

in aride campagne, o tra i colleghi solo.

 

Pure col tempo sai avevo creduto

mentre crescendo affannavo me da solo

a dimostrarmi che frode, utensile,

 

e nostra creazione, è il tempo, senza modo:

che in parte inventato anche per pietà

a noi stessi fosse, e fosse galantuomo,

 

si dice; avesse - malcreduta - carità

per noi tutti figli del caso o del divino

e un ventilato farmaco al rancore.

 

Ancora, anni addietro, sai ero capace

di essere triste, e ora temo la tristezza

che mi affondi, nel vortice o geenna dell’angoscia;

 

è diventato impagabile lusso la tristezza

se è punto di partenza e capolinea

per un crollo nel nulla senza fondo.              

 

E io avevo pensato che col tempo

col passare degli anni grado a grado a un più alto

livello avrei integrato temi e allegorie…

 

e, pure, adesso costretto all’allegria,

costrizione che è droga non terapia,

ridere devo anche se di comico

 

nulla c’è di me dentro o a me d’intorno.

Anzi, costretto a giorni dolorosi,

al pavore obbligato e allo sconforto

 

devo fingere a me gioia e ironia

per sfuggire il tracollo; e così sia.

Ma ora qual’è quel tempo giusto…

 

Va via bel bello - come dirlo adesso

se tutti l’hanno detto - ed è quel tempo

in cui di norma crei enorme il futuro                 

 

ti senti eterno e la vita ti è assoluta;

ma poi la cifra del vivere spaura,

la biologia del cigno accenna il canto

 

naturale e ovvio e se non temi la morte

la condanna temi all’infelicità, dolore forte

che ti blocca in vita ed è come la morte.

 

Allora aspetti nella noia il giorno

della finale estinzione e forse - forse -

se anche creduto hai a dèi e dintorni

 

non pensi più che la gioia ritorni…

La vita vera - e tu lo sai ora che non giova -

non è per tutti padre; di imperativi vivo,

 

per molti la vita non è che una finzione.

 

 
 
 

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Un’aspra sferza, irta di crude asprezze   

squarcia la carne infallibilmente;  

che a pena, vivo, il sangue si trattiene; 

 

il dolore attorce i corpi – orrida

visione, scultorea come di un dio 

ferino in altre ere: incatenato

 

e dai serpenti morso:  è il nostro

amore o colui che presiede sentimenti

più vasti e veritieri, o le emozioni

 

implose nei tuoi straziati silenzi   

e poi esplose in quel flusso violento
da piangere nel farsi pentimento.

Vedo il tuo volto impassibile, ora
non dolce, intenta a lacrime domare,
o piangere o perplessa ripensare                   

chi al fianco avrai se la parola che si referenzia
prima creduta ora cade in disgrazia.

Se altro non c’è che il dono d’altra prova.

E’ amore e della carne dell’anima fa scempio.

Figgo lo sguardo in chi perse la grazia;

un filo cerco nell’intrico umano

 

lo sguardo volto agli ultimi lucori. 

Ora è crepuscolo; il giorno si dissolve.

Amore amore, allevia il tuo dolore;

 

se ci travolse un tuo confuso errore,       

se anonimi strali di norma fugati,      

da te furono a ferire destinati                                  

la sorte di noi due innamorati...

 

 

10.1.2008 - 3.4.2009

 

 

 

Nota

 

Endecasillabo come verso principale di questa composizione. Ma non è possibile non eccedere e non decurtare il verso di base. Non è la prima volta che cito - come partner intellettuale di indubbia competenza – Novella Torregiani. La quale commentando uno dei miei post precedenti a questo ha scritto testualmente: “il verseggiare che molto si avvicina alle terzine dantesche... certo, non così osservante delle rime, ma i versi estesi a dodecasillabi o a più sillabe ancora, donano un respiro ampio che ben si adatta al tranquillo conversare di amici; un verseggiare libero, moderno, armonioso, pur se non strettamente incatenato alla classicità”.

Ci siamo capiti subito con Novella. Se mi fossi incatenato alla classicità assolutizzando il verso sarei caduto in quella tarantella che aborro. E dire che questo discorso fece arrabbiare l’amico poeta pesarese più volte citato, Gianni D’Elia. Essendo egli uno dei pochi che nel Novecento ha usato rima, metrica, assonanza, consonanza, e insomma tutto lo strumentario tecnico-stilistico giunto fino a noi come patrimonio della scienza metrica, di fronte a queste mie osservazioni se ne sentì ferito, e dovetti fermarlo e spiegarmi prima che riprendesse il sorriso. E i poeti fanno presto a sentirsi inutili se qualcuno attacca la loro poesia, il loro “lavoro”, la vocazione, di una vita. Io intendevo – e intendo – dire che manca poco alla lingua italiana, se trattata con perfezione metrica a diventare meccanica, e trasformarsi in un modestissimo strambotto. E per di più la rima rende la poesia prevedibile. E cosa c’è di più assurdo della prevedibilità in campo artistico? E oggi con la sua naturale evoluzione la lingua italiana è diventata più aperta, appiattendosi; ed è diventata più adatta al giornalismo, alla divulgazione,  alla conversazione. Ma poi con D’Elia ci siamo capiti.

A volte mi torna in mente quello che ha scritto un critico di Borges. Più o meno che la sua poesia muove da un tramonto visto tanti anni prima e che la memoria ha conservato intatto.

Ci sono immagini, e frasi, che ognuno si porta dentro. C’è chi non sa, ma c’è chi sa quanta importanza hanno quelle immagini o quelle frasi.

Non ho mai dimenticato le parole di Garcia Lorca: “mi duole la carne dell’anima”.

Non le ho dimenticate perché mi riguardano. Ovviamente. Sono indimenticabili perché si tratta di un’esperienza che nella vita, di tanto in tanto, purtroppo, ritornano. E anche in questi versi, un incredibile insieme - incredibile a rileggerli dopo - di visionarietà e vita quotidiana, mi ritrovo ad avere descritto senza rendermene conto lo strazio del cuore fisicamente. Come se davvero l’anima avesse una sua fisicità.

 

 

P.S.

Ho scritto di getto, e quindi con tutte le imperfezioni del caso, questa poesia nel gennaio dell'anno scorso. L’ho ripresa da qualche settimana, all’inizio di aprile, e l’ho limata quotidianamente. Non mi dispiacerebbe sentire se siete riusciti a leggerla. E soprattutto quale lettura ne date. In fondo l’autore non saprà mai come l'utente legge i suoi pensieri (e la sua scrittura).

 

.

 

 

 

 

 

 

 

Ora è tutto finito, spenta l’alta

caciara, il cuore educato ripensa

al potere vile del vino, del buio

 

borghese deriva; alle pure anime,

inermi di pensieri e ideali… Andato     

Zamboni, Morini, è andato via Gino

 

felici ubriachi dall’alba alla notte

diabetici cronici col fegato a pezzi;

è andato via Eros che visse trent’anni

 

col figlio nel cuore e i suoi sedici

anni e una curva e un sottopassaggio;

lì fece costruire una lapide

 

pose dei fiori ogni giorno e sorrise

sorrise compito nel bar con gli amici

finché il muro eretto al dolore lo fece

 

schiattare e un giorno salì sorridendo

sul treno del Parkinson, lui mite lui

dolce, o allora quel Mirko che giovane

 

ancora la moglie annoiata di scarni

guadagni si scelse il ganzo più ricco   

di muscoli e soldi; e via ch’è più bello;

 

e poi tutti gli altri elenco impossibile

di uomini miti devoti più al vino

che al dio dell’ebbrezza, pignoletto e

 

lambrusco religiosa ubbidienza

e poi senza scienza a quel dio sconosciuto;

e Mario ossessivo nascose gli spasmi

 

morì senza donne, puliva con cura;

e Sandro ah Sandro che Ugo una sera

gli fece le carte, sei acquario gli disse

 

il cuore ti può buggerare; e Sandro

rispose di si, sorridendo; ed era

a pena tornato da un medico,

 

uno di fama; referto alla mano

rischiava la morte, sapeva;

come Gino o Zamboni, pie anime sgombre.

 

 

E ora Bologna è una città d’ombre

 

 
 
 
23.3.2009
 
 
 
 
Nota
La mia Spoon River...
(Versi sciolti variamente alternati. Prevalgono decasillabi,
endecasillabi e dodecasillabi. Rime interne e assonanze interne
non prestabilite. Idem ipermetrìe, né volute né casuali ma esigenze
del flusso poietico). 
 
 
 
 
 
 
 

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Ah Franco poi dovevo ricordarti

i giorni nostri di puri comunardi

quando ancora poco più che adolescenti

 

forse smarriti o forse più incoscienti

andavamo in un gruppo di discenti

ogni sabato in quei lievi pomeriggi

 

a discutere – indottrinati e assai ligi –

di preghiera, d’impegno, e teologia

in stanze ricche di filosofia; 

 

io ebbi un invito, anni addietro,

si voleva rifare un nuovo incontro

tutto centrato forse sul ricordo

 

o forse era verifica dei capi

sui nostri risultati per quei mari,

sapere se il seme sparso in proda

 

che allora con parole assai di moda

si diceva mare della vita o tutta quella broda.

Ma posso dirti che io ho rifiutato;

 

subito, in tronco, ma in tono gentile;

che le violenze per diec’anni subite

mi avrebbero dato un’esplosione indegna,

 

pensavo; e per non dire che il caos regna           

anzi è regnato per anni senza tregua

al punto che a fatica si dilegua

 

scompare, anzi scomparve, l’esperienza di chiesa

tutta incentrata su una ignobile resa

al disimparare personalità, stima di sé e amore

 

per fare posto a un Cristo dittatore.

Era costui il loro violento plagio

in tempi di marxismo, ’68 e Maggio

 

la Francia urlava vietato vietare

ma noi qui si doveva pregare

più forte per questi peccatori

 

che noi ragazzi si vedeva portatori

di una novella veramente nuova 

ma furono crisi di coscienza nuova

 

perché mai conosciute prima d’ora.

Oh eravamo ragazzi tu lo sai e davanti

avemmo – noi per primi Franco noi proprio

 

nella Storia – gravidanze a fermare

per legge e per legge coppie da scoppiare

tutta roba da sacri referendum                      

 

che gli atei laici vedevano esemplare

e per noi laici credenti era furia demente.

Furono crisi drammatiche, violente,

 

che pochi hanno avuto coraggio di narrare

tranne giornali, tivù, e tutto ciò che assedia,

che chiamano, degnamente, mass media...

 

Torno da solo a quei pensieri a volte

ai tristi momenti, pure giravolte, all’animo

che su se stesso ancora si rivolta

 

e par che pace implori un’altra volta.

 

 

 

3.4.2009

 

 

 

Nota

I dolori di una adolescenza inerme, l’horror di un animo violentato in nome di Dio, i cui effetti si sentirono ancora anni dopo…

 
 
 
 
 
 
 
 
 

.

 
 
 
 
 
 
 

Così la rabbia così tanto amata

suggerita, imposta, divulgata,

ai tempi della mia candida esperienza

 

diventava un contrario di sapienza.

Io ero mite, dolce; volevo vivere piano,

la rabbia logorava solo me stesso

 

non seppi o non volli spenderla al consesso

sociale per natura, minaccia, o tenerezza,

mi rimase - oggi diremmo retroflessa -

 

dentro, in un viluppo, emozioni e pensieri,

bloccando sviluppi rimasti a lungo in fieri.

Benvenuta fu un giorno la poesia,

 

a disvelarmi; tra simbolo e allegoria.

 

 

 

 

  

 

 

 

 

Piccolo spazio di autobiografia intima. Ricordo qualche annetto addietro cantautori come Vecchioni, Guccini, Lolli ma anche un poeta, Pier Paolo Pasolini, personaggio di statura ben più elevata, parlare spesso della rabbia come di un valore positivo. Io non riuscivo a viverla, la mia esperienza della rabbia era totalmente negativa. Mi dicevo 'la rabbia appanna la mira'. Non che dovessi mirare a qualcosa ma sentivo che mi rimaneva dentro inceppando i miei processi di crescita, di progresso interiore.

In realtà ciò che mi trasse fuori dai momenti in cui il nostro organismo naturalmente si inceppa fu la poesia che mi permise di entrare in comunicazione e spesso in comunione con gli altri. La prima opera che i pochi che mi leggono conoscono è "Candida Suite" dove simbolo e allegoria non senza un tanto di neosurrealismo mi permisero di esprimermi, dandomi al tempo stesso liberazione e comunicazione.

 

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Mentre rapito andavi

verso il politico divo

ciecamente avversando

il vano astratto della nuova 

 

libreria – lì quella recente

a due passi dal Corso – provai

a coglierti al volo e forse il braccio

ti sfiorai chiamandoti;

 

ma mi sfuggisti e comico fu

il rendez-vous più tardi tra lo stupore tuo

e il mio allegro tentarti a ricordare,

 

ma non te n’eri accorto – onor del vero –

e quando dissi cos’era già accaduto

mi fissasti ascoltando, gentile, dispiaciuto...

 

 

 
 
 
*
 
Il fatto
 

Gianni D’Elia. Poeta. Presentazione di un libro. Non lo conoscevo di persona benché avessi avuto la sensazione di averlo intravisto nella seconda metà degli anni ’80 a Roma, a una serata di poesia. Poi mai visto, non gli avevo mai parlato. Mi procurai il numero a fatica e un pomeriggio gli telefonai. Viveva, e tuttora vive, a Pesaro, era un poeta che molto mi incuriosiva. Ci scambiammo telefonate e lettere, poi una volta mi disse che sarebbe venuto a presentare il suo ultimo libro a Roma. Gli sarebbe piaciuto incontrarmi, mi propose di incontrarci prima o dopo la presentazione del libro.

E quella sera, si era nel 2001 (credo) arrivò finalmente, non mi dispiaceva sentire cosa avrebbero detto della sua ultima fatica. La presentazione era assegnata ad Elio Pecora ma il mattatore assoluto della serata – più che ‘serata’ a dire il vero un tardo pomeriggio – sarebbe stato Pietro Ingrao. 

Ingrao, ultraottantenne, uomo di grande semplicità, eloquio colorito tutto parole ossute e quel suo temperamento di fuoco che tentava di moderare - non trattandosi, in fondo, di un comizio...

Era una estate torrida a Roma.

Per fortuna il libro fu presentato nel seminterrato della libreria.

Dopo, fuori, avvicinai D’Elia; mi chiese perché non lo avevo salutato prima.

Prima?

Quando gli dissi com’erano andate le cose si stupì e dispiacque a un tempo.

Me lo ricordo ancora questo ragazzo, passati i cinquanta, smilzo, biondissimo, capelli lunghi come usavano trent’anni prima, adesso giudiziosamente tagliati un po’ oltre la nuca. Poteva sembrare una rockstar, se non che era abbigliato semplicemente, jeans, scarpe sportive aperte a mo’ di sandali. Una magliettina costosa appiccicata agli spuntoni d’ossa delle scapole. Smilzo, sul metro e settanta. E lo ricordo il biondo poeta che mi fissava con un sorriso gentile ma anche lievemente dispiaciuto. Riteneva una colpa non avermi sentito (mentre lo chiamavo e cercavo di acchiapparlo al volo) mentre fendeva la sala zeppa rapito dalla improvvisa visione del divo Ingrao.

 

 

 

 

 

 

.

 
 
 
 
 
 
 

Chi vuol scrivere in rima al giorno d’ora

deve lievissimo dar ritmo a tutto il verso

l’italo idioma facile risuona

 

e troppo scoppiettando - autori cari -

corre veloce verso lo strambotto. Usando

piani lemmi, eluse consonanti doppie,

 

si può domare una lingua che assai bella

se la si lascia al facile cantare

diventa non volendo tarantella.

 

 

 

 

Nota

Per i tre o quattro amici che vengono in questo blog affiggo un breve avviso:

a partire da questo post e ancora per altri cinque o sei pubblicherò una serie di piccole

composizioni frutto di una personale ricerca sulla metrica classica adoperata oggi;

o meglio, sulla possibilità di scrivere oggi sul metro della tradizione.

Un grazie per chi resisterà. 

 

 

   

 

 

 

  

 

Ah i compleanni...

 

 

 

 

 

Con il nipotino

 

 

 

 

Sono le gioie ultime

che ci dai

fantasiosa donna?

ora sfiori i novanta,

vieni a passo di danza

traverso il salone elegante

che un tempo fu la tua stanza

povera che i tuoi figli

hanno di gigli adornato e di fresie,

e benedici questo luogo ad oltranza

luogo che un tempo fu umido; e buio.

 

Rendi grazie per la quotidiana amenità,

ignori angosce e ambasce dei tuoi figli,

vorresti sapere; e chiedi; scattano tutele.

Lamenti solo di non più sentire il parroco

officiante se non giungi per tempo

a sedere ai primi banchi,

scherzi o mannaggia alla vecchiaia

quella, come la tua, età che senti ultima

ma vivi in allegria

compenso del destino forse.

Per una vita di rinunce e speranza. 

 

 

 

 

 

Tanti Auguri Mammì...!

ot -tan -ta -set-te  oh...

 

 

 

 

 

 

Qui eri una ragazzina

avevi "solo"  70 anni !

 

bruttina questa foto, ma va bene lo stesso...

so che non tieni all'esteriorità...

 

 

 

 

.

 

 

 

 

Ed eccomi qui, sulla porta di casa, jeans giubbotto e scarpe da tennis come un pischello, come non accadeva dal 23 settembre scorso. Tardo pomeriggio. Credo sia il crepuscolo. Non mi regolo più, sarà passato il tramonto. Dalle mie stanze vedo solo una luce grigia, luce invernale come non succedeva da anni che l’inverno fosse inverno, come non accadeva da anni che nella terra dove ogni tanto i preti fanno processioni e preghiere perché piova, ebbene si, non accadeva che piovesse quasi tutti i giorni, non accadeva che il freddo attanagliasse le stanze, quasi premesse dall’esterno. Chissà come sarà fuori. Forse sto esagerando, ma le gambe malferme mi danno ansia, un’ansia reale. Così nel tardo pomeriggio mi sono alzato, mi sono vestito e sono uscito per la prima volta. E' stata un'impresa, magari per altri esagerata, ma per me che l’ho vissuta, il rapporto tra me e l’ambiente era come una enorme agorafobia. Paura di spazi larghi. Già. Dove sono in questo paesucolo gli spazi larghi? Devi andare al mare per avere questo senso di spazialità ampia, ma io sono ancora in mezzo all’uscio, non mi sono chiuso il portone alle spalle. In effetti il senso di insicurezza sulle gambe mi rende comico a me stesso.
Ho camminato per il quartiere per qualche minuto, l’ultimo sole ancora intenso occhieggiava sulle pareti delle case. Mi è piaciuto guardare le pareti delle case dipinte qua e là, dall’arbitrio del sole. Tanto mi è piaciuto in quel momento tanto mi compiaccio di scriverne adesso. Ho attraversato come mi dicevano i genitori da bambino: stando bene attento, bisognava prima guardare a destra e poi a sinistra. E io ho guardato da una parte e dall’altra inconsapevole di certificare a me stesso una piccola regressione. Ho percorso marciapiedi con la strana sensazione che potessi inciampare, avevo sicuramente un oggetto imprevisto tra i piedi e abbassavo lo sguardo a fissare rapidamente lo spazio davanti ai miei piedi ma subito altrettanto preoccupato guardavo davanti a me. Che senso di disagio, che fastidio, fortuna per me che riuscivo a risolvere il tutto pensandomi in modo comico.
  

Ma la distanza non è tanta tra casa mia e il caffè del mio bar preferito. Il barista, però… ancora mi viene su una specie di sorriso, l’ho contenuto perché non si offendesse… il barista mi ha guardato con occhi stralunati, avrà visto un fantasma? Mi sono chiesto persino se in vita mia avevo mai fatto a qualcuno l’effetto del fantasma, del redivivo… Dopo, quando si è ripreso, ha detto che... pensava... mi fossi trasferito (e me l'ha pure detto). “So che lei preferiva vivere a Roma, mi sono detto che forse era tornato nella sua città”. Lasciamo perdere dài… qui comincerebbe un lungo discorso sulla mia città. Sulle radici. Io non sento radici qui dove sono nato e cresciuto ma non le sento in nessun’altra parte del mondo. Non è una bella cosa. Solo chi non l’ha mai vissuta non sa quanto sia triste, forse demotivante, l’assenza di radici.

Ma tornando a casa era già tempo di vita quotidiana, bisogna andare al supermercato, e via di corsa felice come uno che torna alle abitudini quotidiane. Giro più ampio, in macchina stavolta, e passeggiata per i corridoi del supermercato a riempire carrelli. Il 23 di questo mese sarebbero stati sei mesi di convalescenza letto-poltrona, poltrona-letto.

Ed eccomi dunque a questa paginetta di diario. Adesso tocca muoversi, una o due passeggiate al giorno, nei dintorni, in modo da recuperare la mia taglia: non penso minimamente di buttare pantaloni e camicie e giubbotti che adesso non mi vanno più...


.

 
 
 

 
 
 
 
 
 
                                                         Per F.
 
 

Ora dal cielo scendono nuvole grigie,

gli orti silenziosi attendono nel freddo

in un cielo di neve:

dimèntico di me il mio pensiero corre a te

avvolta nel dolore che temi

ti persegua per anni.

 

Ora il silenzio cala negli orti,

umidi della pioggia inattesa:

è già svanito l’esiguo sole,

presagio di primavera.

 

E qualche passerotto intirizzito

pigola piano,

per non turbare il mistico meriggio d’inverno.

Plana la pace

nel crepuscolo eburneo,

che sopraggiunge,

improvviso.

 

 

11.2.2009

 

h.16.40

 

 

 

 

E' una poesia fuori dal tempo presente, versi sognati per poter scrivere uno dei generi che più amo: l'idillio. E' dunque

una poesia dove manca tutto ciò che è contemporaneo: strumenti elettrici, attrezzi meccanici, auto, computer, ecc.

 

 

Altro che carnevale...

 
 
 
 
 
 

Sin dall'inizio Berlusconi ha trasformato la parola comunista da sostantivo in aggettivo (spregiativo). E tutte le volte che la sinistra si arrabbia Berlusconi dice al Paese che la sinistra è stalinista. La sinistra si autoriduce al silenzio e Berlusconi finge di lamentarsi che in Italia non c'è nemmeno l'opposizione. Intanto in Italia è rimasto ancora l'estetismo e l'amore per la superficie degli anni '80, e in questo quelli di destra sono imbattibili, sempre elegantoni e attenti alle forme e alle formalità. E in più dicono loro le cose di sinistra. In questo contesto perché dovrebbe vincere il mite e timido Soru rispetto al brillante e superficiale Berlusconi? (la cosa vale per tutti gli altri leader della sinistra). Aggiungete a questo che a sinistra da sempre si detestano i leader - cioè la figura stessa del leader. E che si è usato Prodi per mandarlo via entro i due anni, manco fosse un intruso... 

 

 

 

 

 

 
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Conosci il paese dove il limone

è in fiore,

le arance d’oro sfavillano tra le foglie scure,

dal cielo azzurro alita un vento mite,

il mirto è quieto e superbo è l’alloro?

Dimmi, lo conosci?

Laggiù, laggiù con te, vorrei andare

mia amata.


 J. W. Goethe  


 
 
 
 
 
 
 
 
 
           
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 
 
 
 
passaparola
 
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