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Cartina contagio in Italia
Così la tanto temuta suina… Mi chiedo quali saranno state le condizioni igienico-sanitarie, di profilassi, eccetera, all’inizio del Novecento se al suo apparire fece diciassette milioni di morti.
Dio come sto male. Sono le tre di notte, notte tra sabato 14 e domenica 15 novembre. Mi sveglio improvvisamente, sconvolto. Sento caldo, un caldo soffocante. Non mi manca il respiro, è il mio organismo che sta soffocando. Sto veramente male.
Sento che sto collassando, dopo cosa succederà, avrò uno svenimento o cosa. Il caldo che sento non mi consente di scoprirmi un istante. Un dito fuori dalle coperte e comincio a tremare dal freddo.
Chiamo Linda. Magari avrà da fare. Chiamo il 118. Connetto improvvisamente, Linda lavora al 118. Ma potrebbe essere a casa, starà dormendo. Pensieri a vortice. Non so se è di turno. Aspetto ancora un po’. Vediamo come va. Ma sto male. Non potrò continuare così…
Telefono o no? Non decido. Non posso continuare così, sto male, sto veramente male. Chiamo Linda. No, è solo la febbre. Febbre? Mai sofferto di… mai avuto la febbre… forse da bambino si… ogni anno l’influenza mi prende nel mese di gennaio: dolori alle ossa, scricchiolii da per tutto, situazione infiammatoria generale: occhi, gola, narici, e altri posti che non dico. Sento bruciori da per tutto. Ma niente febbre! Mai avuta. Stanotte invece…
Il medico di cui mi fido non ha fatto il vaccino per se e famiglia, lo sconsiglia, in tv insistono che il vaccino è stato testato ma a quanto pare non è stato testato per niente, non se ne ha notizia sulle riviste specializzate. Lei è d’accordo con chi sostiene che per fare soldi si sono inventati cose dell’altro mondo. Intanto il mio malessere aumenta. Il mio organismo sta raggiungendo il limite, la febbre deve essere altissima, ho la sensazione di annegare. Ma perché Giacomino diceva che il naufragare è dolce in questo mare… Io sto naufragandooooo, ma è bruttissimo… le onde della febbre mi spingono sempre più su, e ancora più su, verso non so cosa, sento che non reggo più, adesso succederà qualcosa… non mi era mai successo di bruciare così… faccio un tentativo per cercare di ordinare al mio organismo di trovare ristoro in qualche modo; conoscevo il training autogeno, una volta, ma non riesce se non si è in esercizio... E io l’ho abbandonato!... in questo momento sarebbe stato utile… comincio ad essere apprensivo, cosa faccio… bisogna decidere…
Non so cosa ho fatto. Ripensandoci, e ripensando a quella sensazione più volte in questi otto giorni, mi convinco di essere svenuto, nel letto, senza aver chiamato nessuno, ma non so se sia vero.

Il giorno dopo è domenica. A una certa ora sento una voce inconfondibile.
“Sono venuta per farti gli auguri”.
“A me? Mamma, a me gli auguri?”
“Vedo che ancora dormi, te li faccio più tardi”.
Sono sveglio. Sento freddo, sono sotto le coperte, sono un pezzo di carne fredda e sono nel letto. Comincio a ricordare, ricordo o ho la sensazione di ricordare… stanotte… ho avuto la febbre, febbre alta, poi altissima, volevo chiamare il 118, poi devo essere svenuto…e oggi è domenica… C’è un invito a pranzo da Linda. Completamente sfebbrato. La sveglia fa le 12.05. Sono sfebbrato ma ho freddo. Alziamoci e mettiamoci in movimento. Ne parlerò a Linda, deciso: vado a pranzo da lei. Faccio per alzarmi, intendo mettermi in mezzo al letto, santo cielo è quello che facciamo tutti quando passiamo da posizione distesa a quella eretta. Tutti ci sediamo un istante sul letto e poi andiamo a prendere gli abiti per uscire o no? Perché io non posso… Io devo alzarmi. Ma che, scherziamo? Vediamo se vince lei o io. Lei chi? Ma la febbre… mi sto rivolgendo alla febbre di stanotte. Ma la stanza perché si mette a girare? Oh no, io adesso chiamo rinforzi, stanotte non l’ho fatto per non disturbare nessuno, ma non passerò un altro solo minuto così.
Ci riprovo. Mi metto seduto e mando al diavolo la febbre di stanotte. Eccomi seduto. Ordino alla stanza di stare ferma. Non girare, okay? Do not move, okay? Sta lì buonina. Le pareti al loro posto. Anche l’armadio, pure la cassettiera… pure lo scaffale coi cd.
Ma devo andarci? A me non va di starmene qui mentre lì c’è una bella tavolata italiana. C’è sempre da divertirsi quando stiamo insieme, e poi mia madre ha cominciato col farmi… ma… mi ha fatto gli auguri? Si, poco fa… Ha fatto gli auguri a me? Ci ha provato, ma non ero ancora perfettamente sveglio e li ha rinviati a più tardi…
Boh. Oggi si, oggi ci farà divertire. Come sempre, del resto. Ma se il buon giorno si vede la mattina… Ha cominciato dicendo che mi farà gli auguri…
Devo farmi forza, mi tiro su. Riesco persino a vestirmi. Ho la barba un po’ lunga, ma va bene così.
Arrivo lì che hanno già finito il primo. C’è allegria. Io mi sono trascinato a stento. Saranno cinquanta metri o poco più.
“Ah finalmente… in ritardo eh… le star si fanno aspettare…”
“Sto morendo Linda…”
“Anch’io, tutti stiamo morendo mentre viviamo…”
“Ma cosa fai, la filosofa?...” Si ride.
“Cosa credi, di poterlo fare solo tu?” Botta e risposta. Non c’è che dire.
“Ecco è arrivato Santino” dice mio cognato. “Adesso comincia il divertimento”.
“Poi passo col piattino” dico, e mi siedo.
Qualcuno di loro mette mano in tasca e tira fuori gli spiccioli.
“No no, quelli non vanno… almeno 500 euro a testa”.
“uuuuhhhh esoso! e-so-so e-so-so e-so-so…”
“Esoso io? Ma avete uno come me a tavola e non scucite 500 euro a testa?”
“Io devo farti gli auguri “ dice mia madre.
Tutti la guardano perplessi. Perplessità che dura un istante e poi giù a ridere…
“Mammì… ma cosa dici… oggi è il 15 di novembre….”
“Ma allora perché siamo qui…”
“Il mio onomastico è il primo di novembre…”
“Ma allora perché siamo qui…”
“Intanto Linda ci invita spesso…”
“Lo so che ci invita spesso… cosa credi che non ho più memoria?”
“Chi tu? Ce l’hai, ce l’hai…hai una memoria di ferro…”
Comincio a mangiare, così spero che lei continui il suo pranzo.
Ma si volta improvvisamente: “Santino, avevo dimenticato, devo farti gli auguri…”
“No, mamma, guarda, è Melo che fa gli anni, lui lì, guardalo, di fronte a te, il tuo primo figlio…
“Ma oggi che festa è…” dice perplessa.
“Oggi mamma è il 15 di novembre… è il suo compleanno…”
“E perché siamo qui…”
“Va be’ mammì famose sta magnata su!…”
Linda interviene: “mamma vuoi l’insalata?”
Vedo che mia madre si gira verso Aurora seduta accanto a lei. Parla piano, non immagina che la stiamo sentendo tutti: “Devo fare gli auguri a Santino” sussurra.
“No mamma” dice Aurora con dolcezza “li devi fare a Melo. Oggi è il 15 di novembre”.
“…ooooggi?” fa lei come se la figlia maggiore avesse detto un’enormità.
“Si si” intervengo io con l’aria sorniona “Confermo. Melo è nato il 15 di novembre; è uno scorpione!”
“Lo so quando è nato mio figlio, cosa credi? Ma oggi perché siamo qui?”
“Per festeggiare Melo”.
“Ah per festeggiare Melo” dice lei finalmente convinta. Si sporge verso l’orecchio della figlia maggiore, e delicatamente dice: “Devo fare gli auguri a Santino”.
“No, a Melo” ribadisce Aurora delicata.
“Ah a Melo a Melo. Si ma devo fare gli auguri a Santino”.
“Mamma intanto finiamo il secondo. Tu l’hai avuta l’insalata?” dice Aurora.
Due minuti dopo arriva la torta.
Scoppia un applauso e “I quattro più quattro di Nora Orlandi” intonano un improbabile Tanti auguri a te.
“Questa l’ha fatta Aurora” dice mia madre.
“Confermo… “ dico e alludo gaudiosamente a qualcosa di veramente buono.
“Aurora è mamma” dice mia madre.
Io la guardo, perplesso, ma mi scappa da ridere.
Lei si riprende, si giustifica: “Io ho l’impressione che Aurora è mia mamma”.
“Però è tua figlia” dico. “La tua figlia maggiore”.
“Ma io ho l’impressione che lei è mia mamma” dice.
“Si, ogni tanto lo dici”.
“E che Melo è mio padre”.
“Ah, ho capito”.
Poi si volta verso di me. “Più tardi ti faccio gli auguri”.
“Sicuramente” dico. “Se hai deciso così… so che mi farai gli auguri”.
“Eh io sai, se prometto mantengo”.
“Caspita se no…”
Povera donna dolce, cosa le sarà successo... Il mese di settembre è stato sconvolgente, per settimane ha fatto sempre così… pensava qualcosa e convinta la diceva. Ma non ne diceva una giusta. Pensavamo fosse andata via con la testa, poi però si è ripresa. Oggi fa così. Strano poi che si sia concentrata su di me. Di solito le sue attenzioni sono tutte concentrate sul suo primo figlio, e io talvolta tra il serio e il faceto scherzo sulla fortuna di essere il terzo figlio, così il complesso di Edipo se l’è sorbito tutto mio fratello. Ma da qualche tempo lo ha eretto a papà, adesso Melo non è più suo figlio ma suo padre.
Speriamo bene, ci ha abituati a grandi recuperi.
Dopo la torta e lo spumante, è il momento del caffé.
Sono stanco. Tutti si stupiscono per il rifiuto del caffé.
“Sto male” dico.
Mio cognato: “deve star male sul serio se rifiuta il caffé…”
“Ermes cosa faccio” chiedo a mia sorella.
“Letto letto e ancora letto. E Tachipirina”.
“Ed echinacea” aggiungo.
“Va bene per l’echinacea. Cucina leggera e non preoccuparti”.
Quando arrivo a casa, mentre salgo le scale, mia madre mi chiama sottovoce.
“Mamma, che c’è, vado a mettermi a letto”.
“Vieni qui, devo farti gli auguri” sussurra.
Scendo stancamente e mi avvicino a lei. Mi tira giù e mi da un bacio, contemporaneamente mi mette un foglio nella tasca del giubbotto. “Prendi queste cinquantamila lire, ti compri un gelato”.
Ricambio il bacio, la ringrazio per agli auguri, e vado su.
Appena entro nel mio appartamento estraggo il regalo dalla tasca. E’ un foglietto da cinque euro. Per lei, ne sono sicuro, sono davvero 50.000 lire.
Mi metto a letto, fisicamente distrutto.

Quella notte fu esattamente come la notte scorsa. Forse peggio. Per la seconda volta consecutiva questo accesso violentissimo di febbre.
Cosa faccio. Anche i miei pensieri sono come quelli della notte scorsa. Di giorno sto male ma non ho febbre, di notte invece…
Chiamo Linda. Chiamo il 118. Teniamo presente che Linda lavora al 118. Dio mio come sono stordito. Svegliarsi così nel cuore della notte. Brutta esperienza svegliarsi di soprassalto e stare male. Ancora pensieri a vortice. Non ho chiesto a Linda, non so se è di turno. Aspetto. Vediamo come va. Ma sto male, sto veramente male…
Telefono o no? Non resisto, forse è peggio della notte scorsa, ancora una volta dolori alle ossa, scricchiolii da per tutto, situazione infiammatoria generalizzata: occhi, gola, narici, ecc. Sento bruciori da per tutto. Ma su tutto questa sensazione di arrivare al limite del possibile… horror vacui si, qualcosa del genere… dovrei telefonare. Mi portano in ospedale. E poi se viene la guardia medica che fa… Mi prende la pressione, mi dice che forse ho la febbre suina, e va via dicendo di stare tranquillo; inoltre prima di uscire forse mi chiederà di eventuali patologie, io dirò di no, e così lui andrà via lui stesso più tranquillo e mi dirà di stare tranquillo… E allora? Perché chiamare la guardia medica, che comunque non verrebbe prima di domattina dato il bacino di utenza troppo vasto…
Verso le 16.00 di lunedì pomeriggio.
Entra Aurora. Ha una pila di abiti appena stirati.
“Non ti alzi?”
“Sto male”.
“Cioè?”
“Hai sentito Ermelinda?
“No.”
“Chiamala per favore…”
“Aspetta”. Va di là prende il cordless. La chiama. Me la passa.
“Non credo” mi dice Linda-Ermelinda-Ermes-Lalla-Lallina-Lalletta… E’ la più nomignolata della famiglia, e tutto questo perché il suo nome è troppo lungo e strano, e poco usato da queste parti.
“No”, mi fa “non posso venire E poi è inutile”.
“No, tu adesso vieni qui e…”
“E…? E ti benedico? Non ho la stola” mi fa.
“Vieni senza stola”.
“Ma quando vengo lì… cosa credi… posso solo farti una visita… Presa la tachipirina ieri sera?” Si, l’ho presa. “E oggi?” Anche. “Bye bye fratellone. Ho lo studio”.
“Ma quanto sei studiosa…”
“Ah no? Se non vado in fretta poi trovo una rivoluzione, non potrò attraversare la sala d’attesa…”
Invece poco dopo passa da me. “Non posso farti niente. Non sei orgoglioso di far parte dell’eletta schiera dei pandemici?”
“Come no? Sorgeranno complicazioni?”
“Ma quali complicazioni Santoo… Il tuo organismo funziona alla grande… non hai problemi… e per fortuna non hai fatto il vaccino… quindi sta tranquillo. Io vado…”
“Dove vai?” fingo di trattenerla. “Ripassi stasera?”
“No, andrò in chiesa”.
“In chiesa?”
“Si, ho una riunione”.
“Quale riunione. Perché?”
“Viene il vescovo”.
“Stasera?”
“No-o, settimana prossima”.
“E tu vai in chiesa stasera? Lo aspetti lì per una settimana…”
“Stasera bisogna preparare…”
“Bisogna preparare i preparativi” la provoco scherzando.
“Bravo… bye bye”.
“Che cattiva sorella…” dico.
“Puoi dirlo eh?”
“No, sto solo scherzando. Ma… devo dirtelo che sto solo scherzando?”
“Finiscila Santino, qui c’è gente impegnata da mattina a sera. Vatti a scrivere una poesia, e a noi lasciaci ai nostri prosaici impegni, che quando arriva sera sono io più stanca di quanto tu soffra per la febbre pandemica…”
Anche quella notte, terza consecutiva, ebbi lo stesso accesso violentissimo di febbre. Poi i giorni seguenti rimasi a letto come un pezzo di legno. Stordito. In uno stato che non auguro a nessuno.
E adesso, a una settimana di distanza, non sto propriamente bene, ma ho deciso di saltare fuori dal letto. Per altro Aurora stasera fa la focaccia, non la pizza dei pizzaioli di professione ma una focaccia di cui dovrebbe vantare i diritti d’autore; e che chiunque l’abbia assaggiata una volta non vuol perdere l’occasione seguente. E domani nuovamente da Ermes per un’altra tavolata gaudiosa. Sperando che mia madre una volta ancora non voglia farmi gli auguri. Dopo domenica scorsa ha ripreso a ragionare alla grande. Quasi un miracolo per una donna di 88 anni!


Tu non sai le ore desolate
in questo luogo vago e regolare
se percorri un assorto lungomare
con quelle assenze di presenze vive;
non sai il muretto dove appoggi mani
e scruti tanto intensamente il nulla
nulla vago e lontano di cui non saprai altro
se non che cielo e mare sempre sfuma
in una linea che chiamano orizzonte…
No tu non sai come si perde vivendo
ogni giorno un giorno ad elencare i venti
tramontane scirocco il caldo assassino…
quasi una vita a scrocco del destino…
Sono lì stasera e non è il vento
a suonare il violino sugli infissi
o nei balconi o picchiando sulle insegne
inutilmente accese, oh lavagne
su cui andando scrivo fantasie, cambiando
le parole con tenacia, mie sillabe conteste,
(si, il nome tuo) e ai visi di vecchi manifesti
sui muri di un demotico paese
l’affanno a dare il tuo volto cortese.
Tu non sai tutto questo, mia carezza,
altro saprai nella tua vita altra
dalla mia pensosa di pensieri vani,
altro vivrai da una sera di pioggia
lieve mentre le strade brillano bagliori
e un uomo solo senza meta viene
a un luogo non per lenire sete,
il cuore riarso d'amore amore chiede.
25 - 26.10.2009


Voi ricordate quelle sere insieme,
le sere a cena o in calde pizzerie;
dove sarà stato il nostro incontro
il primo ma anche tutti, tutti gli altri
in posti diversi e diverse città;
a Roma, per esempio, fu forse
al Pantheon forse piazza Navona,
in sere d’estate tra giocolieri
e mimi, festanti venditori, di quadri,
miniature, prestigiatori, pure
madonnari, pittori del futuro,
o musici sbandati, i cantanti,
ritrattisti che in rapidi istanti
carta e matita ritraggono me o te
a dieci euro soltanto; oh dove mai
ci saremo incontrati in che magiche
sere, fu in Emilia o a Genova o a Porto,
o a casa del poeta a Recanati dal nostro
amico eterno che dal borgo selvaggio
volle fuggire ma ahimé ripreso
subito fu, e irriso; o dove ti ho incontrato,
e in che luogo, amico o amica cui
tuttora parlo di cui vedo foto
e del volto le linee, i vari sguardi
di vari tempi e luoghi. Così, mai stanco,
dove vi avrò visti - mi chiedo - e quante volte
o come sarà nata quella stima,
se così cari mi siete che col cuore
dalla mia casa vedo il vostro agire,
il quotidiano ameno, svago lavori,
piccoli impegni o grandi dolori;
e c’è chi a sera a un telefono gratis
assente a calda e pura sintonia;
e il vostro cuore perché più dentro
palpita, sempre, se mani lontane
mani mai strette, mai, pure ho tanto
avuto e io non so se del mio ho dato;
e sarà vero che ciascuno in casa
può esser meno solo tra di noi,
tra noi lontani, lontani e pure amati
che basta un avatar e un nome e una foto -
pur senza mai essersi incontrati?
12. 4. 2009
Nota
Grazie a Francesca per la grafica (bellissima!)

La pia dolcezza dei piccoli borghi
dove non ho saputo abitare
mi porta in giorni di intimi ingorghi
al puro regredire ed esultare;
sono luoghi graziosi, solitari,
dove ancora puoi vedere e sentire
i passeri, i cani per le strade,
o i ragazzi a palla nei cortili;
e io talvolta ricerco nei libri
la dolce esperienza di un poeta,
di un autore, un autore purchessia,
che senza dubbi e senz’altro mi dia
un buon motivo per il mio quartiere
dal quale non esco; ma qui dovrei godere,
né mai riesco. Pure so avvertire
l’animo dolce, se voglia gioire.

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Non era una folla, era un popolo che gremiva fino all'inverosimile non solo la piazza ma l'adiacente piazzale Flaminio, le balconate e le terrazze del Pincio, la via di Ripetta, la via del Corso fino a piazza Augusto, la via del Babuino. Addensati come non mi era capitato mai di vedere in situazioni consimili. (Eugenio Scalfari - La Repubblica)

Mi stanno accanto i miei ricordi. Adesso quegli eventi e quelle persone che nel tempo personificavano rimpianti, sono i miei cari ricordi. Mi sono vicini, fanno compagnia.
Sarà settembre, non dico di no. Ho sempre saputo che settembre, in modo particolare, e l’autunno in generale, mi trasformano. Ritorna l'era della riflessione. Quando la luce accecante smette, e la calura (per sua natura antiintellettuale) diminuisce e scompare, torna una poetica perplessità. Riprendi i fili del cuore, le corde interne. Senza pretese. Non lo fai apposta. Succede, e basta.
Forse un bioritmo esistenziale. Una fase bioritmica per ogni stagione, per ogni periodo: e l’autunno è per me. E’ il mio bioritmo positivo. Il mio ritorno vitale. Mentre tutto appa- rentemente decresce, e le giornate si accorciano, io torno al mio migliore abito (mentale), scendere delicatamente, naturalmente, senza forzo, e senza volerlo, sulla strada della flessione creativa.
E forse c’è un bioritmo generale più ampio, quello su scala esistenziale.
Forse per ciò il tempo - che io dico non esistere ma di cui gli altri parlano normalmente - il tempo che viene arbitrariamente definito galantuomo, comincia a convertire i rimpianti in fantasmi benevoli, ricordi amabili, che ci stanno accanto, e chissà forse rivedremo in controluce - come nel film La leggenda del santo bevitore - come una figura angelica che ci sorriderà fino all’ultimo, fino al tramonto. (diario - 7.9.2009)

Tornerai domattina all’alba
quando il cielo porterà i suoi colori
di questo settembre vespertino.
Tornerai anche se il cielo non ci darà l’alba
anche se il mare là in basso
con il suo quieto pulsare
non ci ricorderà il ritmo del cuore.
Tornerai perché per ogni donna c’è un uomo
uno soltanto:
per ciò tornerai da me.

La fine d'agosto...
In una delle prime note avevo descritto le giornate torride di questa estate; la calura, l’umidità, un'estate che gli esperti dicono la più calda e umida degli ultimi dieci anni. Ancora viva e pimpante. Ma oggi, quasi ad illuderci, piove. Piove piano, fin da stamattina, a gocce rade. Il cielo è color piombo. Non fosse caldo sembrerebbe una giornata di novembre.
Avevo descritto quei pomeriggi quando il sole non viene in cucina; sarebbe stata la fine d’agosto. E’ accaduto. Oggi peraltro il sole non si è visto, ma da alcuni giorni la cucina appariva scura e malinconica come sarà fino al prossimo mese di maggio.
Un’altra estate sta andando via. Un’altra stagione della nostra vita. Si può dirlo? O sembra solo retorica, parole di chi finge, di chi vuol fare poesia ad ogni costo. Quando quel meteorologo ha detto del caldo degli ultimi dieci anni ho pensato in un solo atto mentale a questi ultimi dieci anni e ho avuto l’idea che fossero passati nel rapido atto dell’idea. In un istante. In un istante solo andati via dieci anni. E i prossimi? Voleranno nella frazione di un secondo, di un infinitesimale atto di pensiero?
Certamente no. Ma fra dieci anni chi vivrà dirà che dieci anni sono passati in un istante.
Pensieri d’autunno in un piovoso pomeriggio di (fine) estate.
Gli ombrelloni sono stati ammainati, piove sul mare, sulle terrazze con i teloni scuri. C’è acqua nelle pozzanghere, dalle grondaie lo stillicidio lento, ritmato, delle gocce.
Adesso è tempo di chiudere. Sperando di non essere stati retorici, aspetto le emozioni che ogni anno ci porta l’autunno …
Quasi mi spiace chiudere questa nota. Ma va fatto.
Buon proseguimento.
31.8.2009

* * *
L'Inter batte il Milan per quattro reti a zero...
Penso con tristezza a Berlusconi. Poveretto, ultimamente non gliene va bene una.
Penso con tristezza ai milanisti di sinistra e agli interisti di destra. Mentre politica e tifo improvvidamente si intrecciano in entrambe le categorie c’è chi ha motivo di soffrire. Gli interisti che votano Berlusconi non avrebbero voluto vincere stasera?
E i milanisti di sinistra? Si sentono più vicini a Silvio che ormai prende colpi da tutte le parti... ?
Mah. Ai posteri (tra pochi mesi o tra quattro anni) a loro l’ardua sentenza.
29.8.2009

* * *
La parola...
La rabbia di un tale irritato di non potersi riconoscere in questa Italia.
E io penso che da un paio di decenni (almeno) ho l’età anagrafica e intellettuale per rendermi conto che non mi sono mai riconosciuto nel nostro Paese.
Immagino che ciascuno senta un tocco sotto lo sterno a sentire la parola Italia; ma quanto all’orgoglio di essere italiano per molto tempo non ho pensato, e quando l’ho pensato (perché discorsi altrui me ne hanno dato il modo), ho capito che non mi riguardava.
Mio padre non conosceva una parola come ‘cosmopolita’, ma ricordo di avergli sentito dire “non esiste né patria né matria, esiste solo quel luogo dove stai bene, dove vieni rispettato, e hai lavoro, pane, famiglia”. Non sapeva di essere cosmopolita, ma per dirlo e dirlo sdegnosamente si era inventato un neologismo (‘matria’).
28.8.2009
* * *
Monitoraggi...
Pomeriggio (ore sei). Nella piccola stanza-soggiorno bisogna accendere la luce; la settimana scorsa, stessa ora, nella stanza c'era luce naturale.
Mattina (ore sei). Nella mia camera da letto fino a pochi giorni fa entrava la luce, adesso a quell'ora è ancora buio.
Titoli: Pensieri d'attesa.
Il caldo non diminuisce.
Aspettando che passi la brutta stagione.
Ci sarebbe un altro titolo.
... meglio lasciar perdere.
26.8.2009

* * *
Federico Fellini:
"Io, a Rimini, non torno volentieri.
Debbo dirlo.
È una sorta di blocco.
La mia famiglia vi abita ancora, mia madre, mia sorella: ho paura di certi sentimenti? Soprattutto mi pare, il ritorno, un compiaciuto, masochistico rimasticamento della memoria: un'operazione teatrale, letteraria. Certo, essa può avere il suo fascino. Un fascino sonnolento, torbido. Ma ecco: non riesco a considerare Rimini come un fatto oggettivo. È piuttosto, e soltanto, una dimensione della memoria. Infatti, quando mi trovo a Rimini, vengo sempre aggredito da fantasmi già archiviati, sistemati. Forse questi innocenti fantasmi mi porrebbero, se vi restassi, un'imbarazzante muta domanda, alla quale non potrei rispondere con capriole, bugie; mentre bisognerebbe tirar fuori dal proprio paese l'elemento originario, ma senza inganni. Rimini: cos'è. È una dimensione della memoria (una memoria, tra l'altro, inventata adulterata, manomessa) su cui ho speculato tanto che è nato in me una sorta di imbarazzo..."


Rimini qualche decennio addietro, ai tempi di Fellini

Santa Teresa di Riva, il lungomare
Stralcio di biografia adatto alla mia esperienza. Ma per me la gioia più grande è stata partire. So che la parola felicità non è adatta all'umano, non bisogna dirla, ma questo è stato per me partire. Tornare, l' infelicità che sembra destinata a durare. Regredire dal nord al sud, dalla metropoli al piccolo paese, dall'articolata società della Capitale al nulla di una vita quotidiana senza senso... No, nessun rischio di operazioni teatrali, letterarie... solo tristezza, mancanza di senso... vuoto... Difficile immaginare quanto avrei voluto provare nostalgia per la mia terra… E’ triste sapere che non c’è un luogo originario che abbia avuto una sua parte nella costruzione del proprio io etico-psicologico, di un processo strutturante dell’Io. Questo è un altro modo per sentirsi soli nel mondo. Sentirsi sradicati nel proprio luogo nativo significa essere condannati alla solitudine nel mondo. Eppure gli anni vissuti fuori mi hanno dato, addirittura, felicità; forse non sbaglio se mi viene immediato il ricorso all’eterno concetto spiegato dai primi filosofi quando dicevano che per valorizzare il caldo bisogna fare esperienza del freddo e viceversa. Solo dopo che sono partito, e fatto esperienza del lontano, e poi solo perché costretto a tornare mi rendo conto della differenza tra il paese e il luogo altro e di nuovo la differenza tra il luogo “altro” e il paese natio.
...quanti pensieri può suscitare una vita intollerabile…
18.8.2009
* * *
Un momento di tristezza...
E' morta Fernanda Pivano.
Ricordo una sera a casa sua, una chiacchierata che sembrava non finire mai. Indimenticabile.
La sua apertura esclusiva alla letteratura americana, e la chiusura assoluta alla letteratura europea (che considerava, appunto... lettera morta... letteratura morta, una letteratura cioè che aveva ormai definitivamente esaurito le sue energie vitali...)
Tutti gli scrittori americani. Ma soprattutto Pavese, Pavese, Pavese.Ho ricordato quell'incontro in una pagina del mio sito.

* * *
Comunicare...
Pochi giorni fa mi è tornato in mente Professione Reporter.
Perché è un film sulla incomunicabilità, tema costante nell’opera di Antonioni. Ma Professione Reporter va oltre: l’impossibilità di comunicare gli fa perdere - o meglio gli fa decidere la dismissione (del) - la propria identità. Decisione ultima: esatto, ultima; infatti porterà il protagonista alla morte.
Da ragazzo pensavo che la comunicazione è solo una questione di volontà, chi ha voglia di farlo comunica, chi non comunica è perché non ne ha voglia. Sembrerà semplicistico, forse lo è, ma ho pensato così per decenni. Solo da adulto ho scoperto quante difficoltà… (sempre convinto però che la buona volontà può superarle).
Una volta mi sono detto che c’è gente che non ama la verità, che se sente parlare di verità se la ride. Ma poi ho capito che c’è altra gente che non sa riconoscerla. Nemmeno dentro di sé. Questo può sembrare inverosimile, ma accade. E allora… se non si sa individuare la verità nemmeno dentro di sé, come si fa a comunicare?
Parlare lo stesso linguaggio, vivere temi comuni, dovrebbe consentire una buona comunicazione. Ma anche in questi casi non sempre accade, né tutto fila liscio.
Il fattore ‘buona volontà’ e il fattore ‘comprensione’ chi sa perché sembrano banali luoghi comuni. Ad essi non viene dato mai il giusto rilievo.
…babele linguistica… la parola da sola non rende sicura la possibilità di comunicare…
Conclusione alla buona.
No, forse non esiste una vera conclusione…
16.8.2009

* * *
L’acqua del mare
L’ho vista, non so quanti anni fa, dalla mezza collina, da un ponte, o da una terrazza. Non l’ho più vista da vicino. Per me esiste solo un mare. Esiste lo jonio. Sono stato al mare lungo il litorale laziale, ma anche a Rimini e più su fino al Lido degli Estensi. Eppure è questo il pezzo di mare che conosco, non come, ad esempio, lo conoscono i pescatori, ma come lo conoscono i bagnanti si. E’ il mare di Omero e di Quasimodo, il mare della lucentezza jonia.
Bene, il mare in questi giorni, ancora per poco, è di un colore chiaro tra il bianco e l'azzurro.
Solo da lontano, solo in fantasia ho voglia di immergermi con un tuffo e riuscire venti metri più in là dopo aver nuotato sott'acqua...
…ammirare il fondale luminoso ricco di pietre di vario colore, pietre comuni così belle che si vorrebbe pensare pietre preziose.
14.8.2009

* * *
Appunti...
Diario d’agosto e di un’ estate troppo lunga. Il mare ormai un’abitudine dimenticata; impossibile oggi elevarlo a luogo (e ore) di divertimento. L’estate sinonimo di bella stagione è sparita da un pezzo. Rimane l’attesa dell’autunno (la bella stagione). I pensieri sono: il ritorno al fresco naturale, la bellezza dei colori autunnali; l'attesa di una stagione clemente.
Tomasi di Lampedusa – se non ricordo male – diceva che l’autunno siciliano è il più bello del mondo, lui che aveva viaggiato; da viaggiatore non da turista.
Io aspetto che passi. Riparato dalla calura, sto imparando a vedere giorno per giorno dove batte il sole. A che ora passa il sole. A che ora sorge, a che ora fa notte. In queste faccende sto diventando esperto. E so che quando di pomeriggio il sole non entrerà più in cucina dalla finestra, sarà la fine d’agosto, e durerà anche la prima decade di settembre.
Mi ricorda Giovanni Drogo. A furia di aspettare si imparano tante cose. Tutte inutili, tutte utili, ma si imparano tante piccole, piccolissime cose.
11.8.2009

* * *
X Agosto
San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l'aria tranquilla arde e cade, perché sì gran pianto nel concavo cielo favilla. Ritornava una rondine al tetto: l'uccisero: cadde tra spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena dei suoi rondinini. Ora è là, come in croce, che tende quel verme a quel cielo lontano; e il suo nido è nell'ombra, che attende che pigola sempre più piano. Anche un uomo tornava al suo nido: l'uccisero: disse: Perdono; e restò negli aperti occhi un grido: portava due bambole in dono... Ora là, nella casa romita, lo aspettano, aspettano in vano: egli immobile, attonito, addita le bambole al cielo lontano. E tu, Cielo, dall'alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh! d'un pianto di stelle lo inondi quest'atomo opaco del Male!
G. Pascoli
9.8.2009

Tranne che il mio turgido silenzio non voglia infierire
e querelare il sipario detestabile
che cala sulle alture a strapiombo della notte
o non voglia esibire
incatenati alla terra gli eucalipti,
le querce che occhieggiano e gli aranci pigmalioni,
gli aironi nel pendolare sole,
e la benvenuta luna appetitosa
affaccendata con artigiane sovente ammiccanti
a recitare un copione in sordina,
benché urli in rabbiosi nitriti come il benefattore mare
e per le radure di realtà e storia
il calice sovrabbondi di angustie e i morelli siano esiliati;
Tranne che i gabbiani sulle rive e le ciaule sopra i pioppi
non raccontino le loro conversazioni con la morte
nelle torride stagioni in cui senza passioni né desideri
ombra d’uomo cammini,
e nelle notti di gelo
l’abito lacero degli alberi irriti le ferite delle gambe
e capziosi discepoli con disusate esultanze
succhiano il sangue limpido delle mie ferite,
benché dipanino intrico di sincerità e derisione,
in festa, in festa,
per le strade di questa nobile terra,
non mi preoccuperò di rivangare i dolci anni
e la rigogliosa giovinezza dove germogliarono i verdi progetti
del Signore.
Nei teneri giorni di sogni azzurro-rosa
sentivo dalle colline a sventrare le valli le campane felici.
E le mattine cantavano sopra le candide nuvole
fra il sole e i pianeti
e i sottilissimi echi dei contadini innamorati
di cieli azzurri
picchiavano la roccia dura dei monti.
Nella fiumara d’argento il sole allo zenit sgretolava le pietre.
E cavalcavo i tappeti fioriti, le strade di notte sentivano inni,
felice e felice
col mantello d’oro e il bianco cavallo.
Nei verdi giorni di sogni azzurro-rosa
quando i gabbiani sulle rive e le ciaule sui pioppi
recitavano i loro conversari con la morte
e il mio turgido silenzio
spingeva gli aironi nel pendolare sole
sentivo dalle colline a sventrare le valli le campane felici.
(La sofferenza sollecita l’ascesi. Il pensiero di Francesco è per l’uomo,
per la storia. Rievocazione della propria giovinezza).
Santino Cicala - Candida Suite - Ed. Pellicanolibri
Prefazione (o Postfazione?)
Ho letto la Candida Suite di Santino Cicala con un interesse che è cresciuto man mano. Problemi d’ogni sorta s’affacciavano e chiedevano udienza per essere ascoltati, inseriti nel gioco delle parti. Innanzitutto un problema teologico non facile da districare perché affrontato con gli strumenti della poesia e quindi senza il rigore metodologico che appartiene alla filosofia, alla scienza, poi quello della parola che non ha la possibilità di essere capita nella sua vera essenza e quindi si da a chi meglio sa usarla, poi il problema delle metafore, delle allusioni, delle possibilità della poesia di poter avviare a soluzione la vita e la morte pur sapendo che soluzione non esiste.
Cicala mi ha messo di fronte a questa valanga con naturalezza, con un poemetto che ha il piglio intellettuale della produzione eliotiana, ma che non disdegna il lirismo e le accensioni al punto che mentre discorre (con ironia e con ansia dissacratoria), si serve di lampi tipo “acque perplesse”, “arcobaleni invecchiati” , “contumelie del giorno”.
Ma ciò che maggiormente colpisce di Candida Suite è l’impasto linguistico usato da Cicala, un ibrido ben mescolato tra aulico e quotidiano, una espressività ottenuta per contrasto pur nell’andamento narrativo. E’ una poesia che in un certo senso sconcerta, perché non si affida a parametri costituiti e cerca una strada nuova per ottenere il massimo di comunicabilità. Cicala ha capito che non bisogna adeguarsi al precostituito e non bisogna ripetere, seppure con intenzioni di rinnovamento, i luoghi comuni. Certo non era facile risolvere tante situazioni intricate con gli strumenti soliti e allora ha voluto provarsi ad entrare nel vivo di un dibattito sul senso della vita e della poesia e non per il gusto di rischiare una teoria, ma per mettersi in gioco nella sua totalità di uomo e di letterato. Qualche volta la valanga di pensieri, le suggestioni delle letture, l’esigenza di dimostrare le sue capacità lo hanno indotto a strafare, a riempire ogni verso di troppo ardore e di troppo “ragionamento”, ma il più delle volte Cicala ha saputo ottenere risultati notevoli, con implicazioni che posso essere variamente interpretate.
Da sottolineare ancora una dato significativo. C’è nella poesia di Cicala, come una folata di follia che si sorregge spesso alle parole inusuali, ma più spesso nel sentire con acutezza la crisi del mondo odierno. A tratti è come se il poeta ridiventasse il veggente e riuscisse a captare lo sconvolgimento che si prepara nel futuro. Sono le solite facoltà medianiche che ogni artista possiede? O sono le angosce diluite in parole di un giovane che vede avvicinarsi il mostro nucleare? E’ difficile stabilirlo. A me preme sottolineare che questo libro ha una forza abbastanza strana, che in qualche maniera fa restare perplessi fino a renderci cauti o euforici. Cauti per il fatto che ci rendiamo conto quanto sia terribile l’incomprensione, euforici perché c’è ancora qualcuno che crede nella poesia come catarsi individuale o come indicazione universale. Si badi però che Cicala non è per nulla un illuso: la sua posizione non è uno stanco adagiarsi: dentro di sé si muove una furia ancestrale che vuole vincere l’inesattezza dell’irrazionalismo senza rinnegare mai la fantasia.
Dante Maffìa
Docente di Letteratura Contemporanea
Università di Napoli
Nota
per chi vuol leggere l'opera completa
Ah giorni caldi di un’estate antica
siete rimasti memoria e incanto
negli occhi vitrei e nell’ansia stupita,
del fanciullo che in estasi adorante
vi guardava chiari cielo e mare
puri d’un azzurro che più che estivo
non si potrà mai dire. O giorni ampi
nella memoria ferma, bloccata, lampi
di un flash eterno, di un istante solo.
E sono lì ancora nel primo meriggio
quando il cielo scolora quasi in sonno,
sfuggivo il pranzo per venire al poggio
modica altura, solo, per rapirmi
godendo la calura e il gran silenzio
la solitudine i vasti spazi e solo mia,
quella visione che avvicina a Dio.
30.4.2009
E’ una poesia che desideravo scrivere. Volevo fortissimamente ma ho dovuto aspettare. L’ho portata in grembo per anni e ora non mi importa del risultato. Era qualcosa che volevo esprimere: il ricordo, cioè, dell’estate come l’ho vissuta da bambino. Una sorta di sentimento mistico della bella stagione. Era il solo periodo dell’anno in cui il mio sentimento dell’universo era totale. E so che dichiarare la propria immedesimazione con un vissuto universale sia poco elegante; e un po’ come millantare. Eppure era questo il mio sentimento della bella stagione. Tanti anni fa. Adesso è tutto il contrario.
Tempo fa ho affisso una sorta di avviso in bacheca… Mi rivolgevo a chi avesse voglia di seguirmi mentre pubblicavo una nuovissima (e anche per me, fino a qualche tempo prima, inattesa) esperienza: mi chiedevo se all’inizio del secondo millennio fosse ancora possibile scrivere sul metro della tradizione.
Era il 21 marzo. Oggi, 21 giugno. L’esattezza delle date è casuale.
Ma per ora sospendo. Non è detto che non torni a tediarvi in seguito.
Linda sentii morire ogni gioia nel sapere che la nostra atmosfera non sarebbe mai più stata com’era
da quando l’atomica horror senza attributi era stata provata su città, e uomini e donne, facendo scempio delle loro carni,
dissolvendo in frazioni di un istante intere vite, vite in tutto simili a quelle di chi, folle, uccideva
per sempre affossando se medesimi di colpe e devastando l’aria e la gioia; ma più dolce fu sentirlo da te teneramente
con grazia femminile e di sorella e ho in mente la tua voce esitante il tuo viso triste nell’espressione bella
e il tuo sguardo ricordo in quell’istante.
21.5.2009
Nota Eravamo ragazzi, un tardo pomeriggio, al Ponte; chiacchierando chissà su cosa, chissà come il nostro discorso cadde su un argomento tanto triste: mia sorella disse che da per tutto, anche lì, in campagna, dove eravamo, l'atmosfera non era più la stessa dal giorno in cui era stata usata la bomba atomica. Mi sentii morire dentro, tutto mi si scolorì davanti agli occhi; e per alcuni giorni pensai a questa cosa.
Il luogo che chiamavamo “Al Ponte” era la favolosa cascina dei nonni paterni. “Era la casa delle mie estati lontane” (E. Montale)

Oh perché mai denigrare i tanti
con le mani in tasca e le spalle al muro,
lo sguardo impuro dritto nel vuoto;
o quelli che con il passo di chi
trasandato si mostra sicuro di sé
spalle dritte e pugni chiusi oscillanti
all’altezza delle cosce scattanti
come a sfidare nemici non comprare
il giornale sportivo con gli ultimi spicci.
O in queste mattine grandiose
il passeggio tra l’edicola adorna
e il bar che sforna cappuccini, caffé,
i dolci alla crema sui bei tavolini
allineati e coperti, dove vecchi trentenni
giocano a tresette litigando in cortile;
e giocano, giocano e io non so se ignorando
benché - sia di loro proprietà - il dolore
di vedersi la vita passare aspettando;
giocano si o in piedi urlano per mostrare
al nemico la loro mens sana e intelligente
in questa sacra intangibilità (o veggenza)
della perizia di un gioco dal vero astraente…
Il gioco infinito al bar; e far pagare
il caffé a qualcuno è osanna e peana,
il trionfo che consente il rientro a casa
senza nervi tirati e rilassati sedere
davanti alla tivù a rivedere
la stessa partita che antenne
a pagamento offrono varie volte in un giorno
invariabilmente fin che il giorno di nuovo
rinasce subito dopo il pranzo e
invariabilmente dura fino al pomeriggio, tardi,
in partite infinite, e urla, bestemmie,
e dimostrazioni (ancora) di superiorità di mente
mentre le luci accendono la sera
e la gente rientra con facce perplesse
di cui hai imparato a indovinare
dalle espressioni amare le disattese promesse.
E forse il problema non è più,
o non è mai stato, qui dove l’atarassia
è sconfitta plurisecolare, mai, mai stato
nel non poter più parlare, e non è nemmeno
nel non poter più essere ascoltati, non dico capiti,
ma forse nel sentire più alto il rischio di parlare
col cambio facile tra chi parla e chi alza sguardi
severi, stupiti, gli sguardi sorpresi di chi esterrefatto
si chiede cosa mai accade, pronto a dar del matto
a chi non si sa perché non sia già stato spedito
al Mandalari; qui dove tutto si paga in noncuranza
e dove riso e scherno son letteratura e poesia,
e filosofia superba occasione per ridere
con una risata di malriuscita afasìa...
Bevo il caffé frettolosamente,
oggi è la seconda volta, ma uno
che avevo visto alla ringhiera grigia
a destra, stamattina, è ancora lì, di nuovo,
e sembra abbia in affitto lo spazio, lì,
lo vedo lì da anni, forse ne ho un ricordo
invernale perché ha sempre quel giubbotto
come fosse natale, e una sciarpa,
in questi giorni radiosi di aprile:
sempre lì, sotto il moderno portico
e se ne sta solo, solo ascolta un suo pensiero,
a sguardo perplesso, ma non fuori di sé,
ma dentro, più dentro, che per un’altra volta
potremmo dire ancora retroflesso.
Torno a casa, radendo i muri. Devo
aver dato fiducia a chi non meritava;
a qualcuno che può avermi fatto dubitare
di me se adesso a me chiedo perplesso
dove mai attingo il permesso
di stupirmi di questa piccola vita,
del rimosso dolore di gente giovane adulta
senza occupazione che coccola la nonna,
e la pensione, dicono i giornali, ripetono
consenta in questi 150 anni di crisi
quel lusso vile che sa di fenomenale
che un tempo chiamarono,
con espressione triste ma elegante
questione meridionale.
Torno a casa, radendo i muri, penso
mentre estraggo le chiavi e apro il piccolo
portone a vetri ad un altro giorno andato;
penso a noi separati in casa, in quartiere,
nel borgo oggi imbiancato ma sepolcro
tuttavia, qui dove sono cresciuto,
a Gianni che chiama necropoli le città,
a me che costretto a tornare sogno
un’altra fuga e una volta ancora stupisco
al sorriso trentenne della mia anziana madre,
al suo venirmi incontro a passo di danza,
e a come tornerò, salite due piccole rampe,
al mio tavolino e al computer, miracoloso
regalo di un compleanno passato;
e a me penso in questa oasi di pochi metri quadri,
piccolo modesto appartamento,
un lusso anche per me
tutto devoluto all’ozio letterario.
Ed eccomi, gomito puntato sul tavolo,
guancia nella mano, nell’altra il mouse, fisso sullo schermo l’idea virtuale della carta
e il foglio bianco su cui figgo quotidiani pensieri.
E’ una sera qualunque del duemila. Seduto qui
a vivere pensando, o modellare versi; ma io
- penso - io che ho sognato un’altra vita,
io che ponevo nel pensare la speranza;
io vidi e seppi che il sogno si volse in derisione;
e fu visione disperante di radici.
Fu il limite nostro la rivelazione, il mio e il loro.
Il mare antropologico, penso, tutto riavvolse,
poesia e tresette, io nella mia sconfitta
della radicale visione dell’essere,
loro nella boria beata di un caffé, goduta vittoria.
E sarebbero così reali le differenze?
6-8 aprile 2009
Nota
Questa poesia è l’ideale prosecuzione della precedente. E’ stata scritta all’incirca nello stesso periodo. Stavolta però l’inquadratura - si direbbe con linguaggio cinematografico – non è panoramica. L’occhio di chi osserva è tutto primi piani. Immagini visualizzabili da vicino. Inoltre mi è impossibile parlare di metrica, perché dopo i primi versi del componimento eseguiti con esattezza metrica, il verso si dilata a dismisura, anche se a un computo certosino si finirebbe per accertare che taluni versi pur dilatandosi oltremodo conservano una esattezza in un primo momento incredibile. Esempio: verso a quattordici sillabe: esso non è che un doppio settenario. Con lo stesso metodo si può fissare l’attenzione sugli altri versi, quelli più ampi che danno senso di spazialità; benché i luoghi, i personaggi, sono guardati quasi con l’esattezza dell’entomologo. Qui la macchina da presa è davvero ravvicinata.
E’ tempo di elezioni. Pubblico queste due poesie - la precedente e la presente - sempre perché, come ho già detto nei precedenti post, so che ci sono più di 50.000.000 di persone che mi leggono e così spero di convincerle a votare per il verso giusto. Ovvio no?
Per chi fosse curioso di sapere a cosa corrisponde la parola “Mandalari”, dirò che si tratta dello storico manicomio di Messina, oggi in realtà una più moderna struttura psichiatrica.

Qui - tra la gente che a pigolii si duole
di bisogni antichi (che chi ha il potere ignora)
ma poi al consenso incredibile avvalora
i piani di chi per sé il potere vuole -
tra gente che i malandri via via lusinga
vita non c’è ma vita mia induci a vigilare attenti
nel quotidiano che non da mai nulla,
e i vivi sanno che il respiro costa
qui dove tutto si paga in dignità
e quel che è diritto è scherno o rarità.
Vivo che non sei parte a quei belluini
che ferocia e potere rende caini
che nella certezza di empietà impunita
vivono forti sulla tua - che è la tua - vita
qui è sforzo d’ogni istante alzare gli occhi,
e urlare ciò che spetta è quella forza
che l’onore mina di una genìa funesta
che d’onore bugiardo si riveste.
23.3.2009
Nota
Un quesito costante: al sud la gente dopo aver protestato a bassa voce (a pigolii…) vota quei partiti – o un uomo-partito – che usano il potere per il proprio comodo… scelta masochista, non c’è che dire! Ricordo di aver sentito che uno dei capi della criminalità organizzata richiesto sulla possibilità di sconfiggere la mafia, disse più o meno: “Se la gente pretendesse i propri diritti dallo Stato invece che venire a chiedere favori a noi, forse la mafia potrebbe finire…”
E dal comportamento filo-mafioso (forse inconsapevole) è ispirata questa mia composizione, scritta lo scorso marzo.


Ma nulla mai sostituirà il volume
carta, copertina, note, premessa,
idea e gioia che quello sia il prodotto
di un autore vivente e pure amato
e godi sempre nel bello di acquistare
qualcosa di prezioso da pagare
portare a casa con sé e con quel gusto
interno, risaputo che è più giusto
per il nostro piacere di appagare
anni di attesa spesi a pregustare.
Sapendo che ora resta solo un’ora
per prolungare quella attesa ancora
in autobus sbirciare nelle pagine
e non aprire nell’attesa che il margine
si consumi del tempo che rimane;
e in auto se a casa in auto si ritorna
fermàti infine da un bravo semaforo
l’occasione è prenderlo in una mano
fissare il titolo un’altra volta piano
guardi ghiotto di straforo ad occhi sazi
il libro aperto a caso e dire grazie.
Ed ecco a casa - dopo l’attesa il rimpianto
per l’attesa svanita - “e ora a noi due!”
E mentre è tutto pronto per la cena
a chi ti chiama chiedi di aspettare;
passano ore e quando è tardi ormai
di ritorno in cucina due piatti coperti
dicono che nessuno ti ha aspettato.
Quand’ecco un volto di donna assonnato
viene a chiedere perché non hai cenato
ma tu ringrazi, mah, non sai il motivo,
ti senti pieno, devi aver mangiato,
perché dentro, più dentro, ti senti sfamato.
Nota
Un pezzettino di autobiografia quanto meno gradevole, e in qualche modo gioiosa, sicuramente tra i momenti più belli che la vita, tra mille difficoltà, ci consente. Non solo mi rivedo in questi versi ma sento che i circa 20 milioni di lettori che frequentano quotidianamente il mio blog hanno avuto questa stessa esperienza. Ho scritto questi versi la settimana scorsa e ora leggo - ahimé sbadato - che in questa settimana c’è la Fiera del libro a Torino. Non lo sapevo. Provo lo stupore che si prova davanti alle coincidenze fortuite e positive. Sento che pubblicarli in questi giorni - sia pure senza averlo premeditato - è farlo al momento giusto.

In questi giorni ritorna della vita
il ricordo del giorno tuo ultimo padre
che ignoravi di vita essere ladro,
che refurtiva fosse la gioia di noi tutti
da te odiati, zavorre dipendenti,
che del dolore eri prepotente.
Ora perché hai fatto tanto in vita
in bene e male e più male mi chiedo
perché tanta incoscienza e scienza d’uso
se il tuo giorno finiva lavorando
con un lavoro altro, dopo quello di stato
premio di guerra, e di cui eri invalido.
Padre, Padre di violenza e di sopruso
se la vita non ha sorriso quanta basta
è perché il sorriso eri tu, ferrigno abuso,
di giorni inermi - giorni di mala pasta -
senza gioia o amore per la vita
che ti aveva sottratto dalle dita
ogni dolce carezza e ogni speranza
pura condanna a solitaria fatica
in aride campagne, o tra i colleghi solo.
Pure col tempo sai avevo creduto
mentre crescendo affannavo me da solo
a dimostrarmi che frode, utensile,
e nostra creazione, è il tempo, senza modo:
che in parte inventato anche per pietà
a noi stessi fosse, e fosse galantuomo,
si dice; avesse - malcreduta - carità
per noi tutti figli del caso o del divino
e un ventilato farmaco al rancore.
Ancora, anni addietro, sai ero capace
di essere triste, e ora temo la tristezza
che mi affondi, nel vortice o geenna dell’angoscia;
è diventato impagabile lusso la tristezza
se è punto di partenza e capolinea
per un crollo nel nulla senza fondo.
E io avevo pensato che col tempo
col passare degli anni grado a grado a un più alto
livello avrei integrato temi e allegorie…
e, pure, adesso costretto all’allegria,
costrizione che è droga non terapia,
ridere devo anche se di comico
nulla c’è di me dentro o a me d’intorno.
Anzi, costretto a giorni dolorosi,
al pavore obbligato e allo sconforto
devo fingere a me gioia e ironia
per sfuggire il tracollo; e così sia.
Ma ora qual’è quel tempo giusto…
Va via bel bello - come dirlo adesso
se tutti l’hanno detto - ed è quel tempo
in cui di norma crei enorme il futuro
ti senti eterno e la vita ti è assoluta;
ma poi la cifra del vivere spaura,
la biologia del cigno accenna il canto
naturale e ovvio e se non temi la morte
la condanna temi all’infelicità, dolore forte
che ti blocca in vita ed è come la morte.
Allora aspetti nella noia il giorno
della finale estinzione e forse - forse -
se anche creduto hai a dèi e dintorni
non pensi più che la gioia ritorni…
La vita vera - e tu lo sai ora che non giova -
non è per tutti padre; di imperativi vivo,
per molti la vita non è che una finzione.

Un’aspra sferza, irta di crude asprezze
squarcia la carne infallibilmente;
che a pena, vivo, il sangue si trattiene;
il dolore attorce i corpi – orrida
visione, scultorea come di un dio
ferino in altre ere: incatenato
e dai serpenti morso: è il nostro
amore o colui che presiede sentimenti
più vasti e veritieri, o le emozioni
implose nei tuoi straziati silenzi
e poi esplose in quel flusso violento da piangere nel farsi pentimento.
Vedo il tuo volto impassibile, ora non dolce, intenta a lacrime domare, o piangere o perplessa ripensare
chi al fianco avrai se la parola che si referenzia prima creduta ora cade in disgrazia.
Se altro non c’è che il dono d’altra prova.
E’ amore e della carne dell’anima fa scempio.
Figgo lo sguardo in chi perse la grazia;
un filo cerco nell’intrico umano
lo sguardo volto agli ultimi lucori.
Ora è crepuscolo; il giorno si dissolve.
Amore amore, allevia il tuo dolore;
se ci travolse un tuo confuso errore,
se anonimi strali di norma fugati,
da te furono a ferire destinati
la sorte di noi due innamorati...
10.1.2008 - 3.4.2009
Nota
Endecasillabo come verso principale di questa composizione. Ma non è possibile non eccedere e non decurtare il verso di base. Non è la prima volta che cito - come partner intellettuale di indubbia competenza – Novella Torregiani. La quale commentando uno dei miei post precedenti a questo ha scritto testualmente: “il verseggiare che molto si avvicina alle terzine dantesche... certo, non così osservante delle rime, ma i versi estesi a dodecasillabi o a più sillabe ancora, donano un respiro ampio che ben si adatta al tranquillo conversare di amici; un verseggiare libero, moderno, armonioso, pur se non strettamente incatenato alla classicità”.
Ci siamo capiti subito con Novella. Se mi fossi incatenato alla classicità assolutizzando il verso sarei caduto in quella tarantella che aborro. E dire che questo discorso fece arrabbiare l’amico poeta pesarese più volte citato, Gianni D’Elia. Essendo egli uno dei pochi che nel Novecento ha usato rima, metrica, assonanza, consonanza, e insomma tutto lo strumentario tecnico-stilistico giunto fino a noi come patrimonio della scienza metrica, di fronte a queste mie osservazioni se ne sentì ferito, e dovetti fermarlo e spiegarmi prima che riprendesse il sorriso. E i poeti fanno presto a sentirsi inutili se qualcuno attacca la loro poesia, il loro “lavoro”, la vocazione, di una vita. Io intendevo – e intendo – dire che manca poco alla lingua italiana, se trattata con perfezione metrica a diventare meccanica, e trasformarsi in un modestissimo strambotto. E per di più la rima rende la poesia prevedibile. E cosa c’è di più assurdo della prevedibilità in campo artistico? E oggi con la sua naturale evoluzione la lingua italiana è diventata più aperta, appiattendosi; ed è diventata più adatta al giornalismo, alla divulgazione, alla conversazione. Ma poi con D’Elia ci siamo capiti.
A volte mi torna in mente quello che ha scritto un critico di Borges. Più o meno che la sua poesia muove da un tramonto visto tanti anni prima e che la memoria ha conservato intatto.
Ci sono immagini, e frasi, che ognuno si porta dentro. C’è chi non sa, ma c’è chi sa quanta importanza hanno quelle immagini o quelle frasi.
Non ho mai dimenticato le parole di Garcia Lorca: “mi duole la carne dell’anima”.
Non le ho dimenticate perché mi riguardano. Ovviamente. Sono indimenticabili perché si tratta di un’esperienza che nella vita, di tanto in tanto, purtroppo, ritornano. E anche in questi versi, un incredibile insieme - incredibile a rileggerli dopo - di visionarietà e vita quotidiana, mi ritrovo ad avere descritto senza rendermene conto lo strazio del cuore fisicamente. Come se davvero l’anima avesse una sua fisicità.
P.S.
Ho scritto di getto, e quindi con tutte le imperfezioni del caso, questa poesia nel gennaio dell'anno scorso. L’ho ripresa da qualche settimana, all’inizio di aprile, e l’ho limata quotidianamente. Non mi dispiacerebbe sentire se siete riusciti a leggerla. E soprattutto quale lettura ne date. In fondo l’autore non saprà mai come l'utente legge i suoi pensieri (e la sua scrittura).
Ora è tutto finito, spenta l’alta
caciara, il cuore educato ripensa
al potere vile del vino, del buio
borghese deriva; alle pure anime,
inermi di pensieri e ideali… Andato
Zamboni, Morini, è andato via Gino
felici ubriachi dall’alba alla notte
diabetici cronici col fegato a pezzi;
è andato via Eros che visse trent’anni
col figlio nel cuore e i suoi sedici
anni e una curva e un sottopassaggio;
lì fece costruire una lapide
pose dei fiori ogni giorno e sorrise
sorrise compito nel bar con gli amici
finché il muro eretto al dolore lo fece
schiattare e un giorno salì sorridendo
sul treno del Parkinson, lui mite lui
dolce, o allora quel Mirko che giovane
ancora la moglie annoiata di scarni
guadagni si scelse il ganzo più ricco
di muscoli e soldi; e via ch’è più bello;
e poi tutti gli altri elenco impossibile
di uomini miti devoti più al vino
che al dio dell’ebbrezza, pignoletto e
lambrusco religiosa ubbidienza
e poi senza scienza a quel dio sconosciuto;
e Mario ossessivo nascose gli spasmi
morì senza donne, puliva con cura;
e Sandro ah Sandro che Ugo una sera
gli fece le carte, sei acquario gli disse
il cuore ti può buggerare; e Sandro
rispose di si, sorridendo; ed era
a pena tornato da un medico,
uno di fama; referto alla mano
rischiava la morte, sapeva;
come Gino o Zamboni, pie anime sgombre.
E ora Bologna è una città d’ombre
23.3.2009
Nota
La mia Spoon River...
(Versi sciolti variamente alternati. Prevalgono decasillabi,
endecasillabi e dodecasillabi. Rime interne e assonanze interne
non prestabilite. Idem ipermetrìe, né volute né casuali ma esigenze
del flusso poietico).

Ah Franco poi dovevo ricordarti
i giorni nostri di puri comunardi
quando ancora poco più che adolescenti
forse smarriti o forse più incoscienti
andavamo in un gruppo di discenti
ogni sabato in quei lievi pomeriggi
a discutere – indottrinati e assai ligi –
di preghiera, d’impegno, e teologia
in stanze ricche di filosofia;
io ebbi un invito, anni addietro,
si voleva rifare un nuovo incontro
tutto centrato forse sul ricordo
o forse era verifica dei capi
sui nostri risultati per quei mari,
sapere se il seme sparso in proda
che allora con parole assai di moda
si diceva mare della vita o tutta quella broda.
Ma posso dirti che io ho rifiutato;
subito, in tronco, ma in tono gentile;
che le violenze per diec’anni subite
mi avrebbero dato un’esplosione indegna,
pensavo; e per non dire che il caos regna
anzi è regnato per anni senza tregua
al punto che a fatica si dilegua
scompare, anzi scomparve, l’esperienza di chiesa
tutta incentrata su una ignobile resa
al disimparare personalità, stima di sé e amore
per fare posto a un Cristo dittatore.
Era costui il loro violento plagio
in tempi di marxismo, ’68 e Maggio
la Francia urlava vietato vietare
ma noi qui si doveva pregare
più forte per questi peccatori
che noi ragazzi si vedeva portatori
di una novella veramente nuova
ma furono crisi di coscienza nuova
perché mai conosciute prima d’ora.
Oh eravamo ragazzi tu lo sai e davanti
avemmo – noi per primi Franco noi proprio
nella Storia – gravidanze a fermare
per legge e per legge coppie da scoppiare
tutta roba da sacri referendum
che gli atei laici vedevano esemplare
e per noi laici credenti era furia demente.
Furono crisi drammatiche, violente,
che pochi hanno avuto coraggio di narrare
tranne giornali, tivù, e tutto ciò che assedia,
che chiamano, degnamente, mass media...
Torno da solo a quei pensieri a volte
ai tristi momenti, pure giravolte, all’animo
che su se stesso ancora si rivolta
e par che pace implori un’altra volta.
3.4.2009
Nota
I dolori di una adolescenza inerme, l’horror di un animo violentato in nome di Dio, i cui effetti si sentirono ancora anni dopo…


Così la rabbia così tanto amata
suggerita, imposta, divulgata,
ai tempi della mia candida esperienza
diventava un contrario di sapienza.
Io ero mite, dolce; volevo vivere piano,
la rabbia logorava solo me stesso
non seppi o non volli spenderla al consesso
sociale per natura, minaccia, o tenerezza,
mi rimase - oggi diremmo retroflessa -
dentro, in un viluppo, emozioni e pensieri,
bloccando sviluppi rimasti a lungo in fieri.
Benvenuta fu un giorno la poesia,
a disvelarmi; tra simbolo e allegoria.
Piccolo spazio di autobiografia intima. Ricordo qualche annetto addietro cantautori come Vecchioni, Guccini, Lolli ma anche un poeta, Pier Paolo Pasolini, personaggio di statura ben più elevata, parlare spesso della rabbia come di un valore positivo. Io non riuscivo a viverla, la mia esperienza della rabbia era totalmente negativa. Mi dicevo 'la rabbia appanna la mira'. Non che dovessi mirare a qualcosa ma sentivo che mi rimaneva dentro inceppando i miei processi di crescita, di progresso interiore.
In realtà ciò che mi trasse fuori dai momenti in cui il nostro organismo naturalmente si inceppa fu la poesia che mi permise di entrare in comunicazione e spesso in comunione con gli altri. La prima opera che i pochi che mi leggono conoscono è "Candida Suite" dove simbolo e allegoria non senza un tanto di neosurrealismo mi permisero di esprimermi, dandomi al tempo stesso liberazione e comunicazione.
Mentre rapito andavi
verso il politico divo
ciecamente avversando
il vano astratto della nuova
libreria – lì quella recente
a due passi dal Corso – provai
a coglierti al volo e forse il braccio
ti sfiorai chiamandoti;
ma mi sfuggisti e comico fu
il rendez-vous più tardi tra lo stupore tuo
e il mio allegro tentarti a ricordare,
ma non te n’eri accorto – onor del vero –
e quando dissi cos’era già accaduto
mi fissasti ascoltando, gentile, dispiaciuto...
*
Il fatto
Gianni D’Elia. Poeta. Presentazione di un libro. Non lo conoscevo di persona benché avessi avuto la sensazione di averlo intravisto nella seconda metà degli anni ’80 a Roma, a una serata di poesia. Poi mai visto, non gli avevo mai parlato. Mi procurai il numero a fatica e un pomeriggio gli telefonai. Viveva, e tuttora vive, a Pesaro, era un poeta che molto mi incuriosiva. Ci scambiammo telefonate e lettere, poi una volta mi disse che sarebbe venuto a presentare il suo ultimo libro a Roma. Gli sarebbe piaciuto incontrarmi, mi propose di incontrarci prima o dopo la presentazione del libro.
E quella sera, si era nel 2001 (credo) arrivò finalmente, non mi dispiaceva sentire cosa avrebbero detto della sua ultima fatica. La presentazione era assegnata ad Elio Pecora ma il mattatore assoluto della serata – più che ‘serata’ a dire il vero un tardo pomeriggio – sarebbe stato Pietro Ingrao.
Ingrao, ultraottantenne, uomo di grande semplicità, eloquio colorito tutto parole ossute e quel suo temperamento di fuoco che tentava di moderare - non trattandosi, in fondo, di un comizio...
Era una estate torrida a Roma.
Per fortuna il libro fu presentato nel seminterrato della libreria.
Dopo, fuori, avvicinai D’Elia; mi chiese perché non lo avevo salutato prima.
Prima?
Quando gli dissi com’erano andate le cose si stupì e dispiacque a un tempo.
Me lo ricordo ancora questo ragazzo, passati i cinquanta, smilzo, biondissimo, capelli lunghi come usavano trent’anni prima, adesso giudiziosamente tagliati un po’ oltre la nuca. Poteva sembrare una rockstar, se non che era abbigliato semplicemente, jeans, scarpe sportive aperte a mo’ di sandali. Una magliettina costosa appiccicata agli spuntoni d’ossa delle scapole. Smilzo, sul metro e settanta. E lo ricordo il biondo poeta che mi fissava con un sorriso gentile ma anche lievemente dispiaciuto. Riteneva una colpa non avermi sentito (mentre lo chiamavo e cercavo di acchiapparlo al volo) mentre fendeva la sala zeppa rapito dalla improvvisa visione del divo Ingrao.
Chi vuol scrivere in rima al giorno d’ora
deve lievissimo dar ritmo a tutto il verso
l’italo idioma facile risuona
e troppo scoppiettando - autori cari -
corre veloce verso lo strambotto. Usando
piani lemmi, eluse consonanti doppie,
si può domare una lingua che assai bella
se la si lascia al facile cantare
diventa non volendo tarantella.
Nota
Per i tre o quattro amici che vengono in questo blog affiggo un breve avviso:
a partire da questo post e ancora per altri cinque o sei pubblicherò una serie di piccole
composizioni frutto di una personale ricerca sulla metrica classica adoperata oggi;
o meglio, sulla possibilità di scrivere oggi sul metro della tradizione.
Un grazie per chi resisterà.
Con il nipotino
Sono le gioie ultime
che ci dai
fantasiosa donna?
ora sfiori i novanta,
vieni a passo di danza
traverso il salone elegante
che un tempo fu la tua stanza
povera che i tuoi figli
hanno di gigli adornato e di fresie,
e benedici questo luogo ad oltranza
luogo che un tempo fu umido; e buio.
Rendi grazie per la quotidiana amenità,
ignori angosce e ambasce dei tuoi figli,
vorresti sapere; e chiedi; scattano tutele.
Lamenti solo di non più sentire il parroco
officiante se non giungi per tempo
a sedere ai primi banchi,
scherzi o mannaggia alla vecchiaia
quella, come la tua, età che senti ultima
ma vivi in allegria
compenso del destino forse.
Per una vita di rinunce e speranza.
Tanti Auguri Mammì...!
ot -tan -ta -set-te oh...
Qui eri una ragazzina
avevi "solo" 70 anni !
bruttina questa foto, ma va bene lo stesso...
so che non tieni all'esteriorità...
Ed eccomi qui, sulla porta di casa, jeans giubbotto e scarpe da tennis come un pischello, come non accadeva dal 23 settembre scorso. Tardo pomeriggio. Credo sia il crepuscolo. Non mi regolo più, sarà passato il tramonto. Dalle mie stanze vedo solo una luce grigia, luce invernale come non succedeva da anni che l’inverno fosse inverno, come non accadeva da anni che nella terra dove ogni tanto i preti fanno processioni e preghiere perché piova, ebbene si, non accadeva che piovesse quasi tutti i giorni, non accadeva che il freddo attanagliasse le stanze, quasi premesse dall’esterno. Chissà come sarà fuori. Forse sto esagerando, ma le gambe malferme mi danno ansia, un’ansia reale. Così nel tardo pomeriggio mi sono alzato, mi sono vestito e sono uscito per la prima volta. E' stata un'impresa, magari per altri esagerata, ma per me che l’ho vissuta, il rapporto tra me e l’ambiente era come una enorme agorafobia. Paura di spazi larghi. Già. Dove sono in questo paesucolo gli spazi larghi? Devi andare al mare per avere questo senso di spazialità ampia, ma io sono ancora in mezzo all’uscio, non mi sono chiuso il portone alle spalle. In effetti il senso di insicurezza sulle gambe mi rende comico a me stesso. Ho camminato per il quartiere per qualche minuto, l’ultimo sole ancora intenso occhieggiava sulle pareti delle case. Mi è piaciuto guardare le pareti delle case dipinte qua e là, dall’arbitrio del sole. Tanto mi è piaciuto in quel momento tanto mi compiaccio di scriverne adesso. Ho attraversato come mi dicevano i genitori da bambino: stando bene attento, bisognava prima guardare a destra e poi a sinistra. E io ho guardato da una parte e dall’altra inconsapevole di certificare a me stesso una piccola regressione. Ho percorso marciapiedi con la strana sensazione che potessi inciampare, avevo sicuramente un oggetto imprevisto tra i piedi e abbassavo lo sguardo a fissare rapidamente lo spazio davanti ai miei piedi ma subito altrettanto preoccupato guardavo davanti a me. Che senso di disagio, che fastidio, fortuna per me che riuscivo a risolvere il tutto pensandomi in modo comico.
Ma la distanza non è tanta tra casa mia e il caffè del mio bar preferito. Il barista, però… ancora mi viene su una specie di sorriso, l’ho contenuto perché non si offendesse… il barista mi ha guardato con occhi stralunati, avrà visto un fantasma? Mi sono chiesto persino se in vita mia avevo mai fatto a qualcuno l’effetto del fantasma, del redivivo… Dopo, quando si è ripreso, ha detto che... pensava... mi fossi trasferito (e me l'ha pure detto). “So che lei preferiva vivere a Roma, mi sono detto che forse era tornato nella sua città”. Lasciamo perdere dài… qui comincerebbe un lungo discorso sulla mia città. Sulle radici. Io non sento radici qui dove sono nato e cresciuto ma non le sento in nessun’altra parte del mondo. Non è una bella cosa. Solo chi non l’ha mai vissuta non sa quanto sia triste, forse demotivante, l’assenza di radici.
Ma tornando a casa era già tempo di vita quotidiana, bisogna andare al supermercato, e via di corsa felice come uno che torna alle abitudini quotidiane. Giro più ampio, in macchina stavolta, e passeggiata per i corridoi del supermercato a riempire carrelli. Il 23 di questo mese sarebbero stati sei mesi di convalescenza letto-poltrona, poltrona-letto.
Ed eccomi dunque a questa paginetta di diario. Adesso tocca muoversi, una o due passeggiate al giorno, nei dintorni, in modo da recuperare la mia taglia: non penso minimamente di buttare pantaloni e camicie e giubbotti che adesso non mi vanno più...
Per F.
Ora dal cielo scendono nuvole grigie,
gli orti silenziosi attendono nel freddo
in un cielo di neve:
dimèntico di me il mio pensiero corre a te
avvolta nel dolore che temi
ti persegua per anni.
Ora il silenzio cala negli orti,
umidi della pioggia inattesa:
è già svanito l’esiguo sole,
presagio di primavera.
E qualche passerotto intirizzito
pigola piano,
per non turbare il mistico meriggio d’inverno.
Plana la pace
nel crepuscolo eburneo,
che sopraggiunge,
improvviso.
11.2.2009
h.16.40
E' una poesia fuori dal tempo presente, versi sognati per poter scrivere uno dei generi che più amo: l'idillio. E' dunque
una poesia dove manca tutto ciò che è contemporaneo: strumenti elettrici, attrezzi meccanici, auto, computer, ecc.
Sin dall'inizio Berlusconi ha trasformato la parola comunista da sostantivo in aggettivo (spregiativo). E tutte le volte che la sinistra si arrabbia Berlusconi dice al Paese che la sinistra è stalinista. La sinistra si autoriduce al silenzio e Berlusconi finge di lamentarsi che in Italia non c'è nemmeno l'opposizione. Intanto in Italia è rimasto ancora l'estetismo e l'amore per la superficie degli anni '80, e in questo quelli di destra sono imbattibili, sempre elegantoni e attenti alle forme e alle formalità. E in più dicono loro le cose di sinistra. In questo contesto perché dovrebbe vincere il mite e timido Soru rispetto al brillante e superficiale Berlusconi? (la cosa vale per tutti gli altri leader della sinistra). Aggiungete a questo che a sinistra da sempre si detestano i leader - cioè la figura stessa del leader. E che si è usato Prodi per mandarlo via entro i due anni, manco fosse un intruso...
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