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Poesia e MusicaArriverà il giorno che gli occhi parleranno per le parole
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E’ una giornata di settembre, tipica del periodo, il sole è forte ma non brucia, non c’è afa né umidità. Il cielo è azzurro e pulito ma ha perduto il colore forte dell’estate piena. La stagione declina dolcemente. Ancora un paio di settimane e sarà autunno. Ricordo la scuola, il compito in classe d’italiano. Avevo il problema di come iniziare. Soltanto alcuni decenni più tardi avrei scoperto che grandi scrittori – gente da premio Nobel – nelle scuole di scrittura creativa o su riviste specializzate hanno confidato un problema comune: scrivere la prima mezza pagina di un romanzo, o meglio il primo periodo o, addirittura, la prima frase. Ancora adesso mi succede la stessa cosa. Un momento… Chiariamo subito… Non sto cercando di candidarmi al… No no, voglio solo dire che sono almeno tre o quattro giorni, forse più, che cerco di cominciare in modo degno questo post perché vorrei come ogni anno - in cuor mio, o nel segreto di un file silenzioso - celebrare l’autunno. Purtroppo però non ho l’entusiasmo giusto, e senza un po’ di entusiasmo non mi riesce di scrivere niente. Così ho deciso di iniziare elencando alcune cose, ma prima vorrei ricreare sulla pagina il clima di convivialità nel quale si trascorreva luglio e agosto, tutti insieme nel tratto di spiaggia sotto casa; dare il senso dell’allegria e del gioco – pallanuoto, partitella di pallone - i remi come pali della porta, a pallavolo la rete veniva rubata momentaneamente a un pescatore - poi avrei ricordato le chiacchiere, ripenso le risate sotto l’ombrellone ecc.
Cominciava a piovere già ai primi del mese. Sarà stato nient’altro che un acquazzone, ma io ricordo l’odore della terra alla prima pioggia. Mi suscita dentro emozioni. Allora i grandi andavano a lumache, poi a funghi. C’era anche la vendemmia. Quel pestaggio d’uva mandava via l’estate, però era l’ultima festa prima della scuola… E poi il giorno della vendemmia potevi incontrare i cuginetti di un parentado enorme sperso nei paesi nella zona, piccoli paesi irraggiungibili se non a Natale, o Pasqua o, per l’appunto, nel periodo delle vendemmie. E dopo, nei giorni seguenti, prevaleva un silenzio dolce. Un gruppetto di noi scendeva verso il mare d’autunno. Adesso aveva un colore verde scuro. Io penso che ci sentivamo traditi da quel mare. Non era più azzurro. Il mare d’autunno, verde-cupo, scuro, le schiume bianche, i cavalloni. Non c’erano più bagnanti, non c’eravamo noi. Mancavano gli ombrelloni, non si giocava a pallavolo… non facevamo i tuffi. Non c’erano più nemmeno le ragazze cittadine di cui eravamo innamorati (ma lo sapevamo solo noi).
Si stava a guardarlo in silenzioso rimpianto, e se non potevamo andare a guardarlo, quando fuori pioveva, avevamo i nostri rifugi, una vecchia casa distrutta, un balcone interno di un casamento abbandonato, tutti in gruppo, immersi nella rigorosa lettura dei fumetti. I nostri erano Capitan Miki, Blek Macigno; Tex Willer. L’ultimo c’è ancora, ma i primi due, Capitan Miki e Blek Macigno, non li ho più visti. Finché una mattina di domenica la meraviglia si materializzò sul banchetto del mercato… Fu a Porta Portese, e i miei occhi si illuminarono… ne chiesi una copia, mi fu risposto… “sessantamila”. Scusi scusi… può ripetere?… Ero sicuro di non aver capito… Il tizio indispettito rispose: “Sessantamila”. Sessantamila… cosa? (Continuavo a non capire). “A bbello… mica li ritrovi in edicola sa?” Seguì ancora altro silenzio… Sessantamila?… “Sessantamila una striscia di Capitan Miki, o Blek Macigno. Li vòi o non li vòi?…” Lo guardai esterrefatto; ero ammutolito. Ma, davvero 60.000 lire per un fumetto?… già La Borsa Valori di Porta Portese aveva reso così preziosi i miei eroi da allontanarmeli? Non potevo dargli 60.000 lire, mica crescono in giardino. Lo avrei fatto, forse, o forse no, però non potevo. E poi, nonostante la voglia di riagguantare ricordi e sensazioni, la spesa mi sembrava… immorale. Un flash-back velocissimo mi riportò mia madre che sperava di essere severa (ma non le riusciva, povera donna)… Mi chiese, in un modo che avrebbe dovuto essere categorico, di farle vedere im-me-dia-ta-men-te quei fumetti, doveva visionarli. “Mamma non li ho”. “Fammeli vedere, cosa significa che non li hai?” Mite, dolce, spaventato, dissi: “Io non ce li ho, li hanno i miei compagni”. “Fattene dare uno e portalo qui, lo devo vedere”. A cercarne una copia andai sotto un carico di frustrazioni. Sapevo che i ragazzi, all’idea che dovessi portarli alla mamma, mi avrebbero usato una ironia intollerabile. Dovevo nascondere il fatto che servivano per la censura genitoriale. Così feci. Mia madre, da par suo, dopo avere sfogliato il fumetto, e avendo visto indiani, e onomatopee per lei incomprensibili – strane parole come “crash, gulp, sigh” - o esclamazioni come “per mille castori” “corpo d’un alce” ecc. … riguardò il fumetto, poi si chiese a alta voce: “Ma tuo padre perché mi assilla con questi giornalini. Io ho altro da fare, devo cucinare, lavare, stirare… E lui mi fa perdere tempo…” Mi sentii risollevato, recuperavo dignità! Mamma mi credeva, aveva fiducia in me, e io mi sentivo grande, ero uno che poteva leggere Blek Macigno e Capitan Miki, ci credereste voi?
Era un settembre autunnale, che non ho scordato; improvvisamente i colori bigi di quei giorni mi davano allegria. Settembre di canzoni, e fumetti, di amori fuori età e impossibili, di sogni precoci e indicibili, tempo di piogge improvvise, di estati finite che lasciavano languori insostenibili, e dopo… dopo veniva il tempo triste della scuola. Ma prima c’era la mitica pioggia, l’odore di terra al primo acquazzone, le vendemmie… Mancavano tante cose. Ma quell’attesa dolce di vedere i cuginetti il giorno della vendemmia, andare a lumache di notte usando copertoni di biciclette come torce elettriche, c’era il piacere dei funghi, il colore del mare, le canzoni… c’era… c’era una bella differenza. Volete mettere?
Ma non so perché: ancora a pensarci mi viene su una specie di commozione, ma io provo e provo continuamente a trasformarla in sorriso…
Versi che ammaliano![]()
Le stelle, i pianeti, l'universo intero, ti portano su quella via; tutto si spegne, è buio, pure ti conducono lì, nella piccola isola in quel pezzo di mare… ricordo bene l'isola dei sogni. Non serve la luna, né le magiche stelle, hai con te la luce, luce calda, avvolgente, luce che brilla che ti brilla addosso, scalda la pelle e brucia il cuore, luce che ti prende… Non un sogno, è quasi realtà. Sguardi si fissano, si parlano, sussurrano che... e poi è amore amore che dà vita all' isola vuota. Due cuori che si avvolgono... oh notte dolce, l'isola è vostra, tutta e quel che succede noi si può immaginare, quello che sentono loro è realtà... pura realtà.
Francesca Alessandrini
http://efrancy1.spaces.live.com
L'immagine di Francesca è il particolare di un polittico realizzato da Andrea - http://sylitaly.spaces.live.com/ Estate?
Pochi giorni a Ferragosto. Ed è domenica. Deserte le strade, le luci di un bar che ha uno spiazzo davanti con i tavoli vuoti. C’è solo una famigliola con i bambini il cui chiasso non è prodotto per rallegrare una scena vuota, e, francamente, triste. Semplicemente una delle tante domeniche tristi in provincia, quella provincia che mi ha sempre fatto pensare che al sud è provincia due volte. Sono in cerca di un gelato. Apro con gesto familiare il coperchio della gelatiera, ormai il barista non alza nemmeno gli occhi verso di me. E’ poggiato col gomito sul banco e ha il mento nella mano. Guarda fuori o non guarda da nessuna parte. Posiziono il gelato davanti alla sua faccia, bisbiglia “uno e venti”, deposito un euro e venti centesimi sul banco vicino ai suoi gomiti. Bisbiglia grazie, bisbiglio grazie, ed esco. E penso a quanto siamo comici. O tristi. Lui triste perché questa estate niente turisti poco lavoro, io resisto al nulla di questa vita senza colore, senza eventi… Deserto anche il lungomare. Una strada buia come tante, come le altre, e anche il mare non ha le luci delle barche. Lontano, la costa calabra. Anche chi ama tranquillità e solitudine e fosse qui in cerca di pace ammetterà che in certi periodi dell’anno un po’ di movimento è dovuto. Una dose di allegria – fosse anche solo allegria altrui – è dovuta anche alla provincia. Noi l’avremmo vissuta di riflesso. Invece nemmeno quello. Nemmeno godere dell’altrui allegria. Amen.
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