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E’ una giornata di settembre, tipica del periodo, il sole è forte ma non brucia, non c’è afa né umidità. Il cielo è azzurro e pulito ma ha perduto il colore forte dell’estate piena. La stagione declina dolcemente. Ancora un paio di settimane e sarà autunno.

Ricordo la scuola, il compito in classe d’italiano. Avevo il problema di come iniziare. Soltanto alcuni decenni più tardi avrei scoperto che grandi scrittori – gente da premio Nobel – nelle scuole di scrittura creativa o su riviste specializzate hanno confidato un problema comune:  scrivere la prima mezza pagina di un romanzo, o meglio il primo periodo o, addirittura, la prima frase. Ancora adesso mi succede la stessa cosa. Un momento… Chiariamo subito… Non sto cercando di candidarmi al… No no, voglio solo dire che sono almeno tre o quattro giorni, forse più, che cerco di cominciare in modo degno questo post perché vorrei come ogni anno - in cuor mio, o nel segreto di un file silenzioso - celebrare l’autunno. Purtroppo però non ho l’entusiasmo giusto, e senza un po’ di entusiasmo non mi riesce di scrivere niente.

Così ho deciso di iniziare elencando alcune cose, ma prima vorrei ricreare sulla pagina il clima di convivialità nel quale si trascorreva luglio e agosto, tutti insieme nel tratto di spiaggia sotto casa; dare il senso dell’allegria e del gioco – pallanuoto, partitella di pallone - i remi come pali della porta, a pallavolo la rete veniva rubata momentaneamente a un pescatore - poi avrei ricordato le chiacchiere, ripenso le risate  sotto l’ombrellone ecc.

 

 

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Ma soprattutto comiche e pompose nella loro irrealtà ripenso le ambizioni sentimentali, gli amori impossibili, quelli di prima dell’adolescenza, quando conta solo la malinconia di fine agosto, quando doveva esserci una lei che ripartiva e che inseguivamo immaginandola per le vie misteriose di una città. Ma com’era una città? Eccolo qui il problema. Chi poteva saperlo? Qualcuno per esempio diceva che era un paese più grande. Parliamone. Si discuteva. Sarà stata veramente un paese più grande? Io avevo sentito dire che alla Standa c’era la scala mobile. Mi sparai questa nozione sperando che tutti restassero a bocca aperta. Ma come poteva essere una scala mobile? Una volta pensai alla scala dei raccoglitori di limoni, quella che si appoggiava a un albero e la sera si riportava a casa e veniva appoggiata al muro. Ma la scala mobile si poteva poggiarla a un muro? Ci furono congetture e simposii su cosa poteva essere una scala mobile. Ma poi un tram… avanti, forza, un tram cos’era? Una volta uno se ne comparve che a Milano c’era la metropolitana. Si, va be’… poi tu… Addirittura la metropolitana?… Ma che cos’era, Dio del cielo, che cosa? Sarà stata un’altra specie di scala mobile? Io non ci capivo. Potevamo chiedere alle nostre mamme. Solo che loro, stizzite di non poter rispondere, dicevano: chiedilo alla tua maestra, che ne so io cos’è la metropolitana… “E la scala mobile? Mamma tu lo sai che cos’è la scala mobile?” Che ne sapeva lei, povera donna… Poteva immaginare una scala che si muove? Ora, via, ci mancava pure che la scala si muova. Noi avevamo lo scalone in cemento armato per salire al primo piano, ma non si era mai mosso… A volte penso a quante domande, Dio mio, quante volte avremo fatto sentire ignoranti le nostre madri… I papà no: i papà erano indaffarati – sempre! - sempre burberi, e minacciavano di togliersi la cinghia. Come potevano farsi scoprire ignoranti i papà? Ma scherziamo… Una mamma poteva, ma un papà… Voi lo avete mai visto un papà ignorante? “Mamma tu lo sai che cos’è un tram?” Ora la mamma non rispondeva più. A volte penso agli amori di quell’età perché non erano meno comici. Penso ad esempio che ci si innamorava solo delle ragazze venute da fuori per non perdere lo struggimento di fine agosto. Sentire lo struggimento significava essersi innamorati, eheh, era mica cosa da niente. Ti faceva sentire grande perbacco! Penso che non si poteva fare a meno di quello struggimento e che nessuno volesse rinunciarvi.

 

 

 

 

 

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Cominciava a piovere già ai primi del mese. Sarà stato nient’altro che un acquazzone, ma io ricordo l’odore della terra alla prima pioggia. Mi suscita dentro emozioni. Allora i grandi andavano a lumache, poi a funghi. C’era anche la vendemmia. Quel pestaggio d’uva mandava via l’estate, però era l’ultima festa prima della scuola… E poi il giorno della vendemmia potevi incontrare i cuginetti di un parentado enorme sperso nei paesi nella zona, piccoli paesi irraggiungibili se non a Natale, o Pasqua o, per l’appunto, nel periodo delle vendemmie. E dopo, nei giorni seguenti, prevaleva un silenzio dolce.

Un gruppetto di noi scendeva verso il mare d’autunno. Adesso aveva un colore verde scuro. Io penso che ci sentivamo traditi da quel mare. Non era più azzurro. Il mare d’autunno, verde-cupo, scuro, le schiume bianche, i cavalloni. Non c’erano più bagnanti, non c’eravamo noi. Mancavano gli ombrelloni, non si giocava a pallavolo… non facevamo i tuffi. Non c’erano più nemmeno le ragazze cittadine di cui eravamo innamorati (ma lo sapevamo solo noi). 

 

  MioBlog - Settembre -.jpg

 

Si stava a guardarlo in silenzioso rimpianto, e se non potevamo andare a guardarlo, quando fuori pioveva, avevamo i nostri rifugi, una vecchia casa distrutta, un balcone interno di un casamento abbandonato, tutti in gruppo, immersi nella rigorosa lettura dei fumetti.

I nostri erano Capitan Miki, Blek Macigno; Tex Willer. L’ultimo c’è ancora, ma i primi due, Capitan Miki e Blek Macigno, non li ho più visti. Finché una mattina di domenica la meraviglia si materializzò sul banchetto del mercato… Fu a Porta Portese, e i miei occhi si illuminarono… ne chiesi una copia, mi fu risposto… “sessantamila”. Scusi scusi… può ripetere?… Ero sicuro di non aver capito… Il tizio indispettito rispose: “Sessantamila”. Sessantamila… cosa? (Continuavo a non capire). “A bbello… mica li ritrovi in edicola sa?” Seguì ancora altro silenzio… Sessantamila?… “Sessantamila una striscia di Capitan Miki, o Blek Macigno. Li vòi o non li vòi?…” Lo guardai esterrefatto; ero ammutolito. Ma, davvero 60.000 lire per un fumetto?… già La Borsa Valori di Porta Portese aveva reso così preziosi i miei eroi da allontanarmeli? Non potevo dargli 60.000 lire, mica crescono in giardino. Lo avrei fatto, forse, o forse no, però non potevo. E poi, nonostante la voglia di riagguantare ricordi e sensazioni, la spesa mi sembrava… immorale. Un flash-back velocissimo mi riportò mia madre che sperava di essere severa (ma non le riusciva, povera donna)… Mi chiese, in un modo che avrebbe dovuto essere categorico, di farle vedere im-me-dia-ta-men-te quei fumetti, doveva visionarli. “Mamma non li ho”. “Fammeli vedere, cosa significa che non li hai?” Mite, dolce, spaventato, dissi: “Io non ce li ho, li hanno i miei compagni”. “Fattene dare uno e portalo qui, lo devo vedere”. A cercarne una copia andai sotto un carico di frustrazioni. Sapevo che i ragazzi, all’idea che dovessi portarli alla mamma, mi avrebbero usato una ironia intollerabile. Dovevo nascondere il fatto che servivano per la censura genitoriale. Così feci. Mia madre, da par suo, dopo avere sfogliato il fumetto, e avendo visto indiani, e onomatopee per lei incomprensibili – strane parole come “crash, gulp, sigh” - o esclamazioni come “per mille castori” “corpo d’un alce” ecc. … riguardò il fumetto, poi si chiese a alta voce: “Ma tuo padre perché mi assilla con questi giornalini. Io ho altro da fare, devo cucinare, lavare, stirare… E lui mi fa perdere tempo…”

Mi sentii risollevato, recuperavo dignità! Mamma mi credeva, aveva fiducia in me, e io mi sentivo grande, ero uno che poteva leggere Blek Macigno e Capitan Miki, ci credereste voi?

 

 

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Capitan Miki fumetti.JPG800px-Rome_porta_portese_july_2006.jpgportaportese.JPG

 

Era un settembre autunnale, che non ho scordato; improvvisamente i colori bigi di quei giorni mi davano allegria. Settembre di canzoni, e fumetti, di amori fuori età e impossibili, di sogni precoci e indicibili, tempo di piogge improvvise, di estati finite che lasciavano languori insostenibili, e dopo… dopo veniva il tempo triste della scuola. Ma prima c’era la mitica pioggia, l’odore di terra al primo acquazzone, le vendemmie… Mancavano tante cose. Ma quell’attesa dolce di vedere i cuginetti il giorno della vendemmia, andare a lumache di notte usando copertoni di biciclette come torce elettriche, c’era il piacere dei funghi, il colore del mare, le canzoni… c’era… c’era una bella differenza. Volete mettere?

 

 

 

 

 

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Ma non so perché: ancora a pensarci mi viene su una specie di commozione, ma io provo e provo continuamente a trasformarla in sorriso…

 

 

 

 

spiaggia in autunno.jpg

 

Versi che ammaliano


 

Le stelle, i pianeti, l'universo intero,

ti portano su quella via;

tutto si spegne, è buio,

pure ti conducono lì,

nella piccola isola

in quel pezzo di mare…

ricordo bene

l'isola dei sogni.

Non serve la luna,

né le magiche stelle,

hai con te la luce,

luce calda, avvolgente,

luce che brilla

che ti brilla addosso,

scalda la pelle e brucia il cuore,

luce che ti prende…

Non un sogno, è quasi realtà.

Sguardi si fissano,

si parlano,

sussurrano che...

e poi è amore

amore che dà vita all' isola vuota.

Due cuori che si avvolgono...

oh notte dolce, l'isola è vostra, tutta

e quel che succede  

noi si può immaginare,

quello che sentono loro

è realtà...

pura realtà.

 

Francesca Alessandrini

  

http://efrancy1.spaces.live.com

 

 

 Francesca Alessandrini

 

L'immagine di Francesca è il particolare di un polittico realizzato da Andrea - http://sylitaly.spaces.live.com/

Estate?

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Pochi giorni  a  Ferragosto. Ed è domenica. Deserte le strade, le luci di un bar che ha uno spiazzo davanti con i tavoli vuoti. C’è solo una famigliola con i bambini il cui chiasso non è prodotto per rallegrare una scena vuota, e, francamente, triste. Semplicemente una delle tante domeniche tristi in provincia, quella provincia che mi ha sempre fatto pensare che al sud è provincia due volte.

Sono in cerca di un gelato. Apro con gesto familiare il coperchio della gelatiera, ormai il barista non alza nemmeno gli occhi verso di me. E’ poggiato col gomito sul banco e ha il mento nella mano. Guarda fuori o non guarda da nessuna parte. Posiziono il gelato davanti alla sua faccia, bisbiglia “uno e venti”, deposito un euro e venti centesimi sul banco vicino ai suoi gomiti. Bisbiglia grazie, bisbiglio grazie, ed esco. E penso a quanto siamo comici. O tristi. Lui triste perché questa estate niente turisti poco lavoro, io resisto al nulla di questa vita senza colore, senza eventi…

Deserto anche il lungomare. Una strada buia come tante, come le altre, e anche il mare non ha le luci delle barche. Lontano, la costa calabra. Anche chi ama tranquillità e solitudine e fosse qui in cerca di pace ammetterà che in certi periodi dell’anno un po’ di movimento è dovuto. Una dose di allegria – fosse anche solo allegria altrui – è dovuta anche alla provincia. Noi l’avremmo vissuta di riflesso. Invece nemmeno quello. Nemmeno godere dell’altrui allegria. 

Amen.

   

 

  

 

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SorrisoSorrisoSorriso 

Tenerezze da chip a chip

 

 

Piccoli messaggi deliziosi. Si colgono con dolcezza, sono sintomi d’amore, di tenerezza, danno e ricevono gratitudine, scambio di sguardi senza occhi. Surreale? No, internet. Talvolta ti arriva inatteso un fattore di gioia: due punti e tre parentesi. Mai capito il linguaggio delle faccine. Si dice emoticons? Da anni vivo con internet, e, quasi per internet, ma il linguaggio delle faccine non l’ ho imparato. Ma se vuoi ‘quella’ carezza, allora devi imparare questo linguaggio così piccolo, così grazioso, così allusivo, con emozioni non subito decodificabili ma che per questo entrano da qualche parte, passano sotto la soglia. Un occhietto che strizza, un sorriso più o meno lungo, una risata con la D e sento salire un sorriso dal petto alle guance, le labbra si contraggono, quasi a trattenere per pudore un impeto: per non rischiare di parlare allo schermo o al muro qui davanti. Roba da chiedersi di nuovo che cos’è un linguaggio, che cos’è il Linguaggio. Non dimenticherò mai “Struttura del linguaggio poetico”, un libro tra strutturalismo e semiotica; ne avranno fatto uno anche sulle emoticons? Vorrei vedere se no… letterati astuti, sempre pronti, a cavalcare l’onda! Grazie – ai molti ai pochi, ai tanti in generale, a qualcuno in particolare – a chi mi ha suscitato emozioni con due punti e una parentesi, questi che un tempo erano segni di interpunzione adesso servono, al contrario, a far volare messaggi. Sempre con quella grazia, con quella maniera sottilmente allusiva.

 

 

 

 

 

Sorriso                                                                                                                

 

 

 

 

 

 

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La felicità difficile di Novella Torregiani

 

 

 

 

 

Credo che ogni volta che si inizia a leggere un autore o lo si è appena letto, prima di ogni analisi, prima di farsene un’idea, e subito dopo aver soggiaciuto all’incanto dei versi, credo venga naturale pensare al maestro o ai maestri che hanno permesso quella poesia: se si è trattato di maestri involontari nel cumulo caotico dei versi letti, o a quali di essi l’autore si è rivolto dopo ampie e diversificate letture. In questo senso, per quasi tutta la poesia del novecento italiano, valgono le parole che forse prima di ogni altro pronunciò Alfonso Gatto, e che in seguito vennero accettate da tutti: “In un modo o nell’altro” disse “siamo tutti usciti dal pastrano di Ungaretti”. E dunque il discorso vale per Quasimodo, Gatto, Sinisgalli, e altri. Nel caso di Novella Torregiani subito viene da pensare a ‘quel’ pastrano, ma più specificamente si pensa a Salvatore Quasimodo. Sono varie le ragioni – derivazione stilistica ad esempio (magari per il tramite di ulteriori mediazioni) – ma forse sopra tutte le altre, la guerra e il conseguente discredito della intelligenza umana e dell’uso che ne viene fatto: il cui ricordo inquieta Novella Torregiani, pur possedendo ella un animo tendenzialmente sereno; l’animo di una donna che contro la guerra e la follia umana prega; o, che, al massimo dell’ impeto, dolcemente si indigna piuttosto che inveire, quando raggiunto il livello della consapevolezza umana e intellettuale, ha visto, come i poeti vedono, che, sfogliando il libro del tempo, l’Uomo è sempre colpevolmente identico a se stesso; e che, sotto la scorza, intellettualistica e fasulla, della cultura, un ricorrente e altero umanesimo lo sospinge verso quella arroganza con cui rischia di distruggere l’ambiente, gli altri esseri umani; se stesso. Wittgenstein nel suo filosofare si pose un quesito che in noi tutti in un primo momento suscita uno stupore violento. Si chiese: “perchè non posso ammazzare un altro uomo?” Dopo lunga riflessione, ottenne risposta, che, come il quesito, può sembrarci incredibile essendo la risposta fin troppo ovvia. La risposta che scaturì dalle sue riflessioni filosofiche sul perchè un uomo non può sopprimerne un altro è la seguente: “Per la nostra comune umanità”. Dunque è evidente che se un uomo uccide un altro uomo ammazza un po’ anche se stesso: o, magari, anche più di un po’. Dunque questo spiega gli eccessi cui può arrivare l’uomo autore e prodotto di un umanesimo senza limiti. E la nostra comune umanità? Con chi possiamo stabilire una comune umanità? La riposta non dovrebbe prevedere, naturalmente, tutti? Piaga che sanguinerà per tutta la vita, per l’autrice, è la guerra; ella la visse da bambina mentre Salvatore Quasimodo da adulto. Per il poeta di Modica, era vita quotidiana che poteva essere psicologicamente e intellettualmente pensata, acquisita, e smaltita da adulto; non lo stesso per la giovane Novella, nella cui mente tutto è rimasto incomprensibile, e, a tutt’oggi, (cfr. la poesia “Il grido”) quella incomprensione, le si presenta in sogno ma in realtà risale dagli abissi dell’animo in forma di incubo. Cioè, di sintomo che la atterrisce ancora, dandole angoscia. E non c’è nulla, neanche la pietà, che possa addolcire l’atrocità di quella visione onirica. (Nel tormento di notti/ lunghe insonni/ cumuli d'ossa/ turbano la mente./ Non placa l'atroce visione/ la dolce pietà che li avvolge/). Si sente in taluni passaggi, assai personali, anche il coraggio naturale – non vanità, e tanto meno temerarietà intellettuale – di prendere a braccetto un Premio Nobel: (Sei l’uomo della fionda e della pietra/ uomo del mio tempo). E nella citata poesia “Il grido” l’incubo, che non è sinonimo di sogno, induce l’autrice nell’ultimo verso a dichiarare desolatamente: "Uomo: belva di sempre" facendo pensare a una sofferenza che si fa tensione civile, ma forse più che impegno quotidiano, è ricordo costante che nemmeno la pietà riesce ad ammansire e a pacificare. O l’evidenza dell’effimero, per cui tutto muore, tutto è soggetto all’interno mutare delle cose, allo svuotarsi della vita; ma il poeta non può accettare tout court una simile sorte; il poeta, sostiene con ardore di fanciulla Novella Torregiani, tutto crea, tutto ricrea, è questa la divina facoltà dell’artefice, e la vita torna a fiorire tenace là dove prima la si è vista morire. Resta per contro non determinato il tipo di confessione religiosa. Ma una buona verità in proposito è che nella mentalità creativa non esista alcuna demarcazione tra la religiosità laica personale, tipica dei poeti, o la visione religiosa (trascendenza inclusa) di stampo confessionale, o il concetto filosofico - ormai quasi un modo di dire - per cui ' nulla si crea e nulla si distrugge ': fatto sta che Novella, a constatazione avvenuta, dichiara con emozione e sorpresa, la sua certezza: (Ma ostinata la vita fiorisce/ là dove poc'anzi moriva/). E ancora più su, risalendo, come frenare lo stupore davanti alla compiuta bellezza, di lessico, metrica, e perfetta armonia stilistica, davanti alle parole (Assorte spiagge/ in assolato incanto/ intreccio d'ali/ nei leggeri voli/ si stemperano d'oro/). Versi che fanno pensare all’insopprimibile e spontaneo urgere di una volontà felice, a un desiderio di bellezza, che non può essere messo a tacere nonostante la tristezza di un’adolescenza dolorosa, nonostante ricordi quasi penetrati nella carne. Ma dopo la pura bellezza poetica ecco, di nuovo, la desolata tristezza per una umanità che sembra non conoscere la propria fragilità (Ora ho pietà di te / fragile uomo) e arriva a vantare – persino! – la propria condizione: anche qui vediamo la poetessa affratellata nella delusione al già citato Quasimodo, a Ungaretti ("Cessate di uccidere i morti") quando, durante la guerra mondiale, i poeti più e più percepirono il deprecabile degrado dell’uomo pronto all’autodistruzione pur di raggiungere il potere universale. Quella di Novella Torregiani è la pietas tipica dei poeti, ma anche la matura individuazione nell’ Uomo di una umanità quasi inesistente “ora che il tempo/ ha sfogliato libri di saggezza”. E per finire l’esortazione all’umanità perché viva di poesia. Con innocente mitezza, o per merito di una serafica maturità, all’autrice appare doveroso che dal cuore dell’Uomo si levi il canto verso l’azzurro dell’universo, verso l’impensabile infinito: sempre, fino all’ultimo istante di vita: (Canta uomo/ finché alito empie la voce:/ dal cuore all'azzurro/ elèva il tuo poema./ Canta il pensiero/ che supera l'immenso/ prima che giunga/ silenzio/). Il percorso arriva fino alla rassicurante pace che il poeta istituisce senza dubbi tra l’effimero transeunte e l’eterno: (tra effimero ed eterno/ ora sia/ pace/). Vien voglia di chiedersi quali altri tesori vivono ancora nascosti nell’isola intima o, più semplicemente, in fondo al prezioso cassetto in una inspiegabile attesa. Ma forse tanto vale a capire la mitezza di una donna che prega contro la guerra, e la mite indignazione contro la vanagloria di una umanità che pur di non tentare una autentica crescita interumana va verso la catastrofe finale. Ma ci confortano e, soprattutto vengono a sostegno dell’autrice, quei momenti magici, e non rari, che finalmente allietano il suo animo sempre in cerca di letizia: dal fondo dello scrigno segreto, il balzo improvviso e felice di versi intrecciati, come provenienti dall’immersione in un catino pieno d’oro: versi felici, intrisi di pura, aurea, poesia.

 

 

 

 

 

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“Ricorda, quella storiella, che forse non è nemmeno una storia o io non ne ricordo l’autore. Un vescovo impegnato in prima linea viene invitato a un pubblico dibattito e sceglie di non andarci perché considera la serata tempo perso; ma poi ci va e va per dire che si stanno sbagliando. E li lascia a bocca aperta. E insinua che un giorno quando ci troveremo davanti a Gesù, lui ci dirà: ‘Io ebbi fame e tu mi preparasti un gruppo di studio sulla fame nel mondo’. Pare che quegli intellettuali si innervosirono”.

 

Da “Aggrappàti alla parola Amore” Santino Cicala,  1999

 

 

 

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Antonio Pastorino

Poesie Sparse

Un poeta e un genere di poesia che manca nella nostra storia letteraria

 

 

 

 

 

 

 

 

Diceva Mario Spinella, anni fa, che se gli italiani avessero scelto di scrivere in un tono medio e dunque non molto elevato, guardandosi al tempo stesso dal linguaggio accademico e da un linguaggio ordinario, anche in Italia avremmo avuto un romanzo di medio livello e il relativo successo presso il grande pubblico. Queste cose Spinella le scriveva alcuni decenni addietro e nel frattempo c’è stato chi ha provato a mettere in atto questo tipo di narrativa – magari non in gran numero – ma insomma, qualcuno ci ha provato: ad esempio Umberto Eco che ha messo insieme la sua cultura di tuttologo e una rara astuzia intellettuale; o una scrittrice che ha cominciato con un libro illeggibile da una mente edotta (quel Va dove ti porta il cuore la cui ovvietà è sicuramente inferiore al talento dell’autrice), la quale poi ha continuato con libri veri dove sorprendentemente non vi si ritrova la sciatteria furbesca del primo; in proposito va citato un romanzo in cui con mano ferma e gelida, investiga la mente di una malata di schizofrenia. Per ultimo cito lo scadimento totale della nostra letteratura che ha come autore e titolo Federico Moccia, Tre metri sopra il cielo. Per fortuna credo che la lista non sia lunghissima, anche se un diverso fenomeno esiste in sordina, diverso perché riguarda il successo di autori che per fortuna non fanno notizia e non saranno di cattivo esempio per le generazioni future.

Lo stesso discorso andrebbe fatto per la poesia? Si può (è lecito?)  far notare che in Italia mancano autori come Prevert e Neruda? Credo che Pastorino presentato con il meglio del proprio lavoro a un editore adatto avrebbe non poche chances di essere considerato un fenomeno del tutto nuovo. Si aggiunga a ciò che Pastorino dichiara un grande amore per la musica leggera e per questo forse lo si sarebbe potuto pensare uno chansonnier (e in tale schiera collocarlo); egli infatti ci appare assai spesso chansonnier sia nella produzione in versi, sia in una eventuale produzione da paroliere (o come usa dire nel gergo autore di “parole per musica”, dette anche “parole di servizio”; espressioni consuete tra i musicologi e, tra queste, anche l’atroce dicitura “musica di servizio”, cioè musica per le parole – per le parole si, ma anche musica per il teatro, musica per il cinema, eccetera).

Ma un problema sorge immediato: può avere dignità d’arte una musica di servizio? Può la musica essere serva di un’altra forma d’arte? Ogni forma d’arte non deve, per sua stessa struttura ontologica, essere libera? Si può anche solo immaginare una forma d’arte che non sia libera e che non renda liberi, e che non tenda alla libertà? Dunque può esistere una parola – penso ai parolieri di professione – che sia serva delle classiche 18 battute di una canzone? Di certo, il discorso non finirebbe più anche perché come ho scritto altre volte, e tante volte - in una battaglia senza esclusione di colpi – denunciato, la canzone (e tutto ciò che è popolare e leggero) ha avuto prima la sua esaltazione in un’epoca di massiccia e oculata commercializzazione, quindi ha ottenuto giustificazione artistica anche da un punto di vista ideologico-politico-morale. Dunque, calma: meglio non arruolarsi a una battaglia senza speranza, meglio evitare discorsi seri sulla musica leggera, e i film leggeri... I loro sostenitori sono fieramente antidemocratici e non tollerano opposizione di sorta. Magari bisogna indulgere, dar loro atto che ignorano il plutocratico calcolo commerciale che presiede la canzonetta e il film leggero; così come, ahinoi, sconoscono “le lunghe solitudini al laboratorio” (P.P.Pasolini) che necessariamente stanno dietro un’opera poetica, la dimensione temporale e la vastità di pensamenti e ri-pensamenti, il faticoso labor limae che rende un’opera poetica degna di tal nome.

Naturalmente qualcuno si chiederà se questo discorso sull'arte leggera e sulla tendenza a una poesia naif e il suo dichiarato amore per la musica leggera sia un modo per porre in una luce "particolare" un autore come Pastorino.

Certamente no. Pastorino non è un commerciante, la sua carica sentimentale e affettiva lo salva dal rischio della scelta furba, nonostante la sua produzione dal processo di ideazione all’esito espressivo porti l’utente a una lettura facile. Ciò nonostante mai Pastorino ha ritenuto la poesia merce per un baratto – diabolico e inutile - tra il dolore e l’alloro.

Pastorino è poeta vero, e uomo grande; un’ anima pia (il tutto ormai fuori moda), un’anima di grandi tenerezze, di passioni viscerali e di autentica disperazione per quanto concerne il piano affettivo. Non è uno che per puro produttivismo ami ripetersi, tuttavia egli si ripete con il crudele accanimento di chi sa e costantemente dichiara che non esiste terapia al suo disagio di uomo che ama non riamato; e se si ripete è perché accade a tutti di riproporre lo stesso tema, lo stesso problema, quando tale problema non sia stato risolto né si intraveda una soluzione possibile.

 

 

Io poi mi chiedo con i dubbi più sinceri se un autore come Pastorino sia in ritardo o in anticipo sulla Storia. In ritardo sugli autori su detti  (Prevert,  Neruda) o in anticipo sulla svolta che in un prossimo futuro potrebbe avere la poesia in Italia.

Il suo modo di far poesia ci porta a una scrittura semplice, ricca di modi collaudati, una scrittura strenuamente difesa dall’autore al punto che egli considera persino irritante l’altrui proposta di dare una maggiore caratura al suo modo espressivo elettivamente popolare. Pastorino, infatti, definisce naif il proprio poetare, e considera se stesso poeta il cui unico scopo è quello di comunicare con altri esseri umani, sottraendosi in tal modo, anche in prospettiva futura, al raffinamento della propria tecnica ed esibendo versi che grondano amore e disperazione, e lacrime sincere per l’amore perduto. Il tutto nella certezza ripetutamente confessata di mai più incontrare quella figura femminile, figura liberatrice, che possa corrispondere al suo bisogno d’amore.

Sono a tal proposito di validissimo esempio versi (te ne andrai lontano/la tua voce/ non griderà più/il mio nome.../) dove il pensiero del lettore corre al punto più alto, indiscutibile, dell’amore spirituale certo, ma anche fisico, l’amplesso con il nome dell’amato gridato nello spasimo della passione…

E anche le poesie che seguono sono un valido esempio sul suo tenace perseverare nella tristezza che non esista per lui l’incontro d’amore cui ha dedicato e dedica le sue smanie quotidiane.

 

 

I miei giorni con te,
un tempo smarrito,
anzi perduto,
che nemmeno il ricordo
potrà mai ritrovare.
Resta il freddo
di una solitudine
non voluta,
figlia dell'abbandono.
A conforto solo
il tiepido abbraccio
di qualche amicizia vera,
assieme ai sogni.
Quelli non hai potuto
cancellarli e, ancora,
popolano questi
miei giorni di assenza.

 

 

La scelta-esempio è qui necessariamente limitata, considerando la grande profusione di versi di cui egli è capace. E spesso volano parole e frasi consuete che fanno arrabbiare, per eccesso d’affetto, il critico e l’amico: “Non potrai mai amarmi” “Ho bisogno di carezze/ (…) di un abbraccio che mi fasci/ come un salvagente, per non affondare/ in mezzo ai flutti/ della vita“. “Ho bisogno del calore che/ solo, la coperta/ dell'amore/ riesce a dare/”.

La sua solitudine sembra tuttavia trovare a volte brevi scampoli di serenità in momenti come quelli espressi nella poesia che segue, dolcissima, tutta di getto, che acquieta il suo animo e mette a proprio agio il lettore.

 

 

Com'è placido

e sereno

l'imbrunire

in questa sera

di un autunno

ancora imberbe.

Calano le ombre

sulla giornata

che volge al fine:

i pensieri si fanno

frase che vola

sulla fresca brezza

che accompagna il tramonto

per portare un tenero saluto

a chi c'è lontano

nello spazio e nel tempo

ma non nel cuore.

 

(vedi altre poesie del genere in Appendice IV)

 

 

 

Dunque fin qui (a parte i versi appena citati) un gruppetto di versi che grondano emozioni, versi dove la tristezza, la disperazione (nel beninteso senso di non-speranza), viene espressa facilmente, e fatta diluviare senza ritegno; sembra addirittura che l’autore per una sua innocente superstizione intellettuale non abbia nemmeno riletto i versi che propone (ma, possibile che non l’abbia fatto?); si direbbe che manchi della spietata autocritica che costringe ogni autore a sofferenze inevitabili, e, passando per la fase del tormento stilistico, approdare all’ossessione perfezionista. Insomma: sembra che ai testi di Pastorino manchi il lavorìo doloroso dell’autocritica.

Ma saltiamo ad altro: i versi che andiamo ad esaminare sono invece radicalmente diversi. Si tratta di una poesia che merita un encomio speciale. Qui, benché l’autore tratti lo stesso argomento, con lo stesso lessico, non propone più lo stesso andamento espressivo;  egli improvvisamente ci pone davanti, quale gradita sorpresa, uno stile sorprendentemente asciutto. Ci si chiede persino se egli abbia iniziato un percorso nuovo, o, inconsapevolmente abbia cauterizzato la ferita e dunque prosciugato quel pianto sincero e motivato, e in virtù di tale processo abbia finalmente prodotto versi asciutti, sfebbrati, dotati di un superiore sguardo sulla materia che va trattando da decenni…

E’ una poesia certamente nuova, qui tutto viene visto da una postazione superiore, senza urlare a tutti i venti il dolore della solitudine. Ma quante volte Pastorino ci aveva messo di fronte a un prodotto reiterato, somigliantesi, parti facili ma dolorosissimi, quante volte aveva urlato il suo dolore forse fiduciosamente sperando di colpire la sensibilità del lettore o forse accontentandosi del consenso immediato - e irrimediabilmente confortante ed effimero - in un commento tra amici su un foglio elettronico?

Ma ecco la poesia che propone il superiore distacco che da un merito speciale a ogni artista:

 

 

Abbiamo perso,
ma abbiamo anche vinto...

 

Resta il tempo,
quello trascorso insieme,
quello del ricordo...

 

Resta il sapore
dei baci,
la dolcezza
delle carezze,
il calore
degli abbracci.


Resta la trepidazione
dell'attesa,
condita dalla speranza
per un futuro
nel segno del sempre.


Da ultimo,
solo la nostalgia,
il melanconico rimpianto
fanno corona
al cammino
che mi rimane
da compiere
sulle strade
della solitudine.

 

 

 

E continuando sulla scìa delle sue produzioni migliori, cioè di quei versi che non grondano lacrime e sangue, versi anzi ancora asciutti e significativi di un Pastorino diverso, ecco un’apertura alla speranza, ecco una poesia che inizia, e finisce, con i verbi al futuro

 

 

Sarà domani.
Il tuo sorriso
nel rosato chiarore
dell'alba,
la tua carezza
nella fresca brezza
del mattino,
il tuo bacio
nel cielo infuocato
del tramonto,
la luce del tuo sguardo
nel tremulo occhieggiare
delle stelle,
il delicato sapore
della tua pelle
nel profumo
delle rose.
Io sarò lì....
a gustarli.

 

(vedi altre poesie simili in Appendice IV)

 

 

 

Dalla scrittura asciutta, che non straripa fuori dal verso, una poesia con una intonazione dura, per certi versi inattesa, per una radicale, sferzante, critica sociale

 

 

San Silvestro

 

Maschere beffarde,

siete voi che mi guardate

dall'alto delle case,

siete voi che incontro

ai crocicchi delle strade:

larve viventi

nei vostri sprazzi di gioia,

futili esseri annegati

in un mare di noia.

Siete voi che rompete la notte

con lo scoppio di inutili fuochi.

Ciò che volete

è già morto,

ciò che sperate

l'avete già avuto,

l'avete distrutto

senza neppure vederlo.

Ciò che avevate

lo riscoprirete

nel freddo di

una bianca tomba.

 

(scritta nei primi anni ’70)

 

 

E’ questo un genere di poesia che, a mio avviso, non incontrerà mai detrattori. Poesia da pieno Novecento, poesia della realtà vissuta e trasportata sulla pagina con grande lucidità attraverso un limpido processo ideativo. Questo genere di poesia è stato scritto in America e nella Francia esistenzialista ed è un modo di scrivere così aderente alla realtà che per tal motivo non potrà mai dispiacere il lettore. Nessuno mai arriccerà il naso, nessuno penserà a una tecnica che possa essere superata nel tempo. E’ come dire che se un autore punta lo sguardo sulla realtà la mano che trascrive ciò che vediamo (e proviamo) non può tremare.

Quella appena letta è una poesia dell’autore ventenne. Ma è limpida, vera; amabile e rispettabile. L'ho letta e riletta prima di convincermi che fosse uscita dalla penna di Antonio Pastorino.

C’è poi una poesia da citare come un evento poietico a sé. Poesia unica nella produzione di Pastorino, dove i versi sono dotati di grande intensità, di perfezione stilistica, con un impasto linguistico di primordine, impasto che si è andato creando nella mente dell’autore ancora prima che egli ponesse mano a carta e penna.

 

 

Quando non ci sarò più
resterà il mio respiro,
mescolato al vento,
a portarti le mie carezze.

 

Quando non ci sarò più
resteranno i miei occhi,
dentro un raggio di sole e di luna,
per portarti la luce.

 

Quando non ci sarò più
resteranno i battiti del  mio cuore,
scanditi sul tempo che passa,
a far da orologio alle tue giornate.

 

Quando non ci sarò più
resterà il mio ricordo,
nei  momenti più difficili,
per conservarti la speranza.

 

Quando non ci sarò più
resterà l'eco della mia voce,
mescolata alla musica,
per cantarti una eterna canzone.

 

Quando non ci sarò più
resteranno le mie parole,
a comporre frasi nuove,
per  una continua poesia.

 

Quando non ci sarò più
resterà sempre il mio amore,
come un fiore deciso a non appassire,
per regalarti il profumo della vita.

 

 

E’ una poesia che da uno scossone al lettore, una poesia che rispetto alla precedente produzione scopre possibilità tecniche nuove, ma lungamente rimaste segrete, alle quali l’autore stesso, chi sa poi perché, non sempre attinge; una poesia che peraltro ha entusiasmato una poetessa di lungo corso come Novella Torreggiani: ”Sono rimasta senza parole! (…) quanto hai scritto è di una bellezza ed intensità emotiva che lascia, ti dirò, in estasi... Meditare su ogni stupenda immagine che hai saputo creare, è elevarsi insieme alla tua anima per raccogliere quanto di più bello un essere umano possa offrire, non solo alla sua donna, ma a tutti, come hai fatto tu con noi, amico carissimo e sempre più elevato nella poesia ”. Parole, queste, che abbiamo trovato a commento dei su detti versi nella pagina web dell’autore in data 23.10.2007.

 

  

Da considerare inoltre un altro capitolo della variegata produzione di Pastorino. E’ un capitolo dove possiamo collocare schizzi, paesaggi bloccati in un flash, versi brevi dotati di rara concisione stilistica; piccole poesie quasi tutte scritte durante l’adolescenza dell’autore o subito dopo.

Ecco un esempio:

 

 

Verrà il tempo
che cadranno le foglie,
il vento d'agosto
avrà spento l'amore.
La gelida nebbia d'autunno
coprirà le carcasse
nei campi.
Tu sola sarai
alta nel cielo,
lontano dagli spari
e dal fumo che,
ad ogni istante,
strappano qualcosa
di noi.

  

Febbraio 1967

 

 

(Vedi altre poesie del genere in Appendice II)

 

 

E’ l'incanto che Pastorino crea sulla pagina con versi che ricordano quelli che con tenerezza e passione abbiamo letto nei libri delle Elementari. Penso a poeti come Ada Negri, Renzo Pezzani, Angiolo Silvio Novaro. Ecco la conferma. La poesia seguente è ancora di quelle in cui la tenerezza trafigge l'animo dando quel sussulto di gioia misto a un attimo di inevitabile nostalgia.

 

 

Natale

 

Un fiocco di neve

dondola appeso

al cielo, brillano cristalli