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John William Coltrane 23.9.1926 – 17.7.1967
“…sperimentai, per grazia di Dio, un risveglio spirituale. . . per gratitudine, chiesi che mi venissero concessi i mezzi per rendere felici gli altri attraverso la musica…”
“Non c’è mai fine. Ci sono sempre dei suoni nuovi da immaginare, nuovi sentimenti da sperimentare. E c’è la necessità di purificare sempre più questi sentimenti, questi suoni, per arrivare ad immaginare allo stato puro ciò che abbiamo scoperto. In modo da riuscire a vedere con maggior chiarezza ciò che siamo. Solo così riusciamo a dare a chi ci ascolta l’essenza, il meglio di ciò che siamo”.
Brevemente...
Non si può scrivere una breve nota su John Coltrane, una delle personalità creative più alte della storia del ‘900. Era un mistico, un uomo proteso verso l’assoluto. Diceva che ogni volta che si fa qualcosa nel campo dell’arte dev’essere l’ ultima, quella definitiva, quella che si fa come se dopo si debba morire. Dedicò un suo disco fondamentale (uno snodo nella sua opera multiforme) all’Amore Supremo: A Love Supreme. Prima di affermarsi ad altissimi livelli conobbe T. Monk, Miles Davis, poi ecco sulla scena musicale la buona novella del Free Jazz: un altro grande afro-americano, Ornette Coleman, aveva realizzato un’opera fondamentale ("Free Jazz" per l'appunto) che avrebbe lasciato un'impronta indelebile nella Storia della musica. John Coltrane, come accade in certi casi, portò ad altissimi livelli il Free Jazz, anche al di là dello stesso ‘inventore’ Ornette. Nacque una suite dopo l’altra dove il " free" raggiunge vertici indiscutibili e dove la grandezza di Coltrane e la sua tematica mistica volano alti nei cieli della poesia.
Morì giovanissimo. Era stato vittima della droga, di una vita sregolata, smanioso di una ricerca assoluta in campo spirituale e nella tecnica d’improvvisazione.
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E’ una giornata di settembre, tipica del periodo, il sole è forte ma non brucia, non c’è afa né umidità. Il cielo è azzurro e pulito ma ha perduto il colore forte dell’estate piena. La stagione declina dolcemente. Ancora un paio di settimane e sarà autunno. Ricordo la scuola, il compito in classe d’italiano. Avevo il problema di come iniziare. Soltanto alcuni decenni più tardi avrei scoperto che grandi scrittori – gente da premio Nobel – nelle scuole di scrittura creativa o su riviste specializzate hanno confidato un problema comune: scrivere la prima mezza pagina di un romanzo, o meglio il primo periodo o, addirittura, la prima frase. Ancora adesso mi succede la stessa cosa. Un momento… Chiariamo subito… Non sto cercando di candidarmi al… No no, voglio solo dire che sono almeno tre o quattro giorni, forse più, che cerco di cominciare in modo degno questo post perché vorrei come ogni anno - in cuor mio, o nel segreto di un file silenzioso - celebrare l’autunno. Purtroppo però non ho l’entusiasmo giusto, e senza un po’ di entusiasmo non mi riesce di scrivere niente. Così ho deciso di iniziare elencando alcune cose, ma prima vorrei ricreare sulla pagina il clima di convivialità nel quale si trascorreva luglio e agosto, tutti insieme nel tratto di spiaggia sotto casa; dare il senso dell’allegria e del gioco – pallanuoto, partitella di pallone - i remi come pali della porta, a pallavolo la rete veniva rubata momentaneamente a un pescatore - poi avrei ricordato le chiacchiere, ripenso le risate sotto l’ombrellone ecc.
Cominciava a piovere già ai primi del mese. Sarà stato nient’altro che un acquazzone, ma io ricordo l’odore della terra alla prima pioggia. Mi suscita dentro emozioni. Allora i grandi andavano a lumache, poi a funghi. C’era anche la vendemmia. Quel pestaggio d’uva mandava via l’estate, però era l’ultima festa prima della scuola… E poi il giorno della vendemmia potevi incontrare i cuginetti di un parentado enorme sperso nei paesi nella zona, piccoli paesi irraggiungibili se non a Natale, o Pasqua o, per l’appunto, nel periodo delle vendemmie. E dopo, nei giorni seguenti, prevaleva un silenzio dolce. Un gruppetto di noi scendeva verso il mare d’autunno. Adesso aveva un colore verde scuro. Io penso che ci sentivamo traditi da quel mare. Non era più azzurro. Il mare d’autunno, verde-cupo, scuro, le schiume bianche, i cavalloni. Non c’erano più bagnanti, non c’eravamo noi. Mancavano gli ombrelloni, non si giocava a pallavolo… non facevamo i tuffi. Non c’erano più nemmeno le ragazze cittadine di cui eravamo innamorati (ma lo sapevamo solo noi).
Si stava a guardarlo in silenzioso rimpianto, e se non potevamo andare a guardarlo, quando fuori pioveva, avevamo i nostri rifugi, una vecchia casa distrutta, un balcone interno di un casamento abbandonato, tutti in gruppo, immersi nella rigorosa lettura dei fumetti. I nostri erano Capitan Miki, Blek Macigno; Tex Willer. L’ultimo c’è ancora, ma i primi due, Capitan Miki e Blek Macigno, non li ho più visti. Finché una mattina di domenica la meraviglia si materializzò sul banchetto del mercato… Fu a Porta Portese, e i miei occhi si illuminarono… ne chiesi una copia, mi fu risposto… “sessantamila”. Scusi scusi… può ripetere?… Ero sicuro di non aver capito… Il tizio indispettito rispose: “Sessantamila”. Sessantamila… cosa? (Continuavo a non capire). “A bbello… mica li ritrovi in edicola sa?” Seguì ancora altro silenzio… Sessantamila?… “Sessantamila una striscia di Capitan Miki, o Blek Macigno. Li vòi o non li vòi?…” Lo guardai esterrefatto; ero ammutolito. Ma, davvero 60.000 lire per un fumetto?… già La Borsa Valori di Porta Portese aveva reso così preziosi i miei eroi da allontanarmeli? Non potevo dargli 60.000 lire, mica crescono in giardino. Lo avrei fatto, forse, o forse no, però non potevo. E poi, nonostante la voglia di riagguantare ricordi e sensazioni, la spesa mi sembrava… immorale. Un flash-back velocissimo mi riportò mia madre che sperava di essere severa (ma non le riusciva, povera donna)… Mi chiese, in un modo che avrebbe dovuto essere categorico, di farle vedere im-me-dia-ta-men-te quei fumetti, doveva visionarli. “Mamma non li ho”. “Fammeli vedere, cosa significa che non li hai?” Mite, dolce, spaventato, dissi: “Io non ce li ho, li hanno i miei compagni”. “Fattene dare uno e portalo qui, lo devo vedere”. A cercarne una copia andai sotto un carico di frustrazioni. Sapevo che i ragazzi, all’idea che dovessi portarli alla mamma, mi avrebbero usato una ironia intollerabile. Dovevo nascondere il fatto che servivano per la censura genitoriale. Così feci. Mia madre, da par suo, dopo avere sfogliato il fumetto, e avendo visto indiani, e onomatopee per lei incomprensibili – strane parole come “crash, gulp, sigh” - o esclamazioni come “per mille castori” “corpo d’un alce” ecc. … riguardò il fumetto, poi si chiese a alta voce: “Ma tuo padre perché mi assilla con questi giornalini. Io ho altro da fare, devo cucinare, lavare, stirare… E lui mi fa perdere tempo…” Mi sentii risollevato, recuperavo dignità! Mamma mi credeva, aveva fiducia in me, e io mi sentivo grande, ero uno che poteva leggere Blek Macigno e Capitan Miki, ci credereste voi?
Era un settembre autunnale, che non ho scordato; improvvisamente i colori bigi di quei giorni mi davano allegria. Settembre di canzoni, e fumetti, di amori fuori età e impossibili, di sogni precoci e indicibili, tempo di piogge improvvise, di estati finite che lasciavano languori insostenibili, e dopo… dopo veniva il tempo triste della scuola. Ma prima c’era la mitica pioggia, l’odore di terra al primo acquazzone, le vendemmie… Mancavano tante cose. Ma quell’attesa dolce di vedere i cuginetti il giorno della vendemmia, andare a lumache di notte usando copertoni di biciclette come torce elettriche, c’era il piacere dei funghi, il colore del mare, le canzoni… c’era… c’era una bella differenza. Volete mettere?
Ma non so perché: ancora a pensarci mi viene su una specie di commozione, ma io provo e provo continuamente a trasformarla in sorriso…
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