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    Diario d'agosto

     

     

     

     

     

     

     

    La fine d'agosto...

     

     

     

     

    In una delle prime note avevo descritto le giornate torride di questa estate; la calura, l’umidità, un'estate che gli esperti dicono la più calda e umida degli ultimi dieci anni. Ancora viva e pimpante. Ma oggi, quasi ad illuderci, piove. Piove piano, fin da stamattina, a gocce rade. Il cielo è color piombo. Non fosse caldo sembrerebbe una giornata di novembre. 

    Avevo descritto quei pomeriggi quando il sole non viene in cucina; sarebbe stata la fine d’agosto. E’ accaduto. Oggi peraltro il sole non si è visto, ma da alcuni giorni la cucina appariva scura e malinconica come sarà fino al prossimo mese di maggio.

    Un’altra estate sta andando via. Un’altra stagione della nostra vita. Si può dirlo? O sembra solo retorica, parole di chi finge, di chi vuol fare poesia ad ogni costo. Quando quel meteorologo ha detto del caldo degli ultimi dieci anni ho pensato in un solo atto mentale a questi ultimi dieci anni e ho avuto l’idea che fossero passati nel rapido atto dell’idea. In un istante. In un istante solo andati via dieci anni. E i prossimi? Voleranno nella frazione di un secondo, di un infinitesimale atto di pensiero?

    Certamente no. Ma fra dieci anni chi vivrà dirà che dieci anni sono passati in un istante.

    Pensieri d’autunno in un piovoso pomeriggio di (fine) estate.

    Gli ombrelloni sono stati ammainati, piove sul mare, sulle terrazze con i teloni scuri. C’è acqua nelle pozzanghere, dalle grondaie lo stillicidio lento, ritmato, delle gocce.

    Adesso è tempo di chiudere. Sperando di non essere stati retorici, aspetto le emozioni che ogni anno ci porta l’autunno …

    Quasi mi spiace chiudere questa nota. Ma va fatto.

    Buon proseguimento.

     

    31.8.2009

     

     

     

     

     

     

     

     

     

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    L'Inter batte il Milan per quattro reti a zero...

     

     

    Penso con tristezza a Berlusconi. Poveretto, ultimamente non gliene va bene una.

    Penso con tristezza ai milanisti di sinistra e agli interisti di destra. Mentre politica e tifo improvvidamente si intrecciano in entrambe le categorie c’è chi ha motivo di soffrire. Gli interisti che votano Berlusconi non avrebbero voluto vincere stasera?

    E i milanisti di sinistra? Si sentono più vicini a Silvio che ormai prende colpi da tutte le parti... ?

    Mah. Ai posteri (tra pochi mesi o tra quattro anni) a loro l’ardua sentenza.

     

     29.8.2009

     

     

     

     

     

     

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    La parola...

     

    La rabbia di un tale irritato di non potersi riconoscere in questa Italia.

    E io penso che da un paio di decenni (almeno) ho l’età anagrafica e intellettuale per rendermi conto che non mi sono mai riconosciuto nel nostro Paese.

    Immagino che ciascuno senta un tocco sotto lo sterno a sentire la parola Italia; ma quanto all’orgoglio di essere italiano per molto tempo non ho pensato, e quando l’ho pensato (perché discorsi altrui me ne hanno dato il modo), ho capito che non mi riguardava.

    Mio padre non conosceva una parola come ‘cosmopolita’, ma ricordo di avergli sentito dire “non esiste né patria né matria, esiste solo quel luogo dove stai bene, dove vieni rispettato, e hai lavoro, pane, famiglia”. Non sapeva di essere cosmopolita, ma per dirlo e dirlo sdegnosamente si era inventato un neologismo (‘matria’).

     

     

    28.8.2009

     

     

     

     

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    Monitoraggi...

     

     

     

    Pomeriggio (ore sei). Nella piccola stanza-soggiorno bisogna accendere la luce; la settimana scorsa, stessa ora, nella stanza c'era luce naturale.

    Mattina (ore sei). Nella mia camera da letto fino a pochi giorni fa entrava la luce, adesso a quell'ora è ancora buio.

    Titoli: Pensieri d'attesa.

             Il caldo non diminuisce.

             Aspettando che passi la brutta stagione. 

     

    Ci sarebbe un altro titolo.

    ... meglio lasciar perdere.

     

     

     26.8.2009

     

     

     

     

     

     

     

     

     

      

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    Federico Fellini:

     

    "Io, a Rimini, non torno volentieri.

    Debbo dirlo.

    È una sorta di blocco.

    La mia famiglia vi abita ancora, mia madre, mia sorella: ho paura di certi sentimenti?
    Soprattutto mi pare, il ritorno, un compiaciuto, masochistico rimasticamento della memoria: un'operazione teatrale, letteraria. Certo, essa può avere il suo fascino. Un fascino sonnolento, torbido. Ma ecco: non riesco a considerare Rimini come un fatto oggettivo.
    È piuttosto, e soltanto, una dimensione della memoria. Infatti, quando mi trovo a Rimini, vengo sempre aggredito da fantasmi già archiviati, sistemati. Forse questi innocenti fantasmi mi porrebbero, se vi restassi, un'imbarazzante muta domanda, alla quale non potrei rispondere con capriole, bugie; mentre bisognerebbe tirar fuori dal proprio paese l'elemento originario, ma senza inganni. Rimini: cos'è. È una dimensione della memoria (una memoria, tra l'altro, inventata adulterata, manomessa) su cui ho speculato tanto che è nato in me una sorta di imbarazzo..."

     

     

     

     

    Rimini qualche decennio addietro, ai tempi di Fellini

     

     

     

     

     

    Santa Teresa di Riva, il lungomare

     

     

     

    Stralcio di biografia adatto alla mia esperienza. Ma per me la gioia più grande è stata partire. So che la parola felicità non è adatta all'umano,  non bisogna dirla, ma questo è stato per me partire. Tornare, l' infelicità che sembra destinata a durare. Regredire dal nord al sud, dalla metropoli al piccolo paese, dall'articolata società della Capitale al nulla di una vita quotidiana senza senso... No, nessun rischio di operazioni teatrali, letterarie... solo tristezza, mancanza di senso... vuoto... Difficile immaginare quanto avrei voluto provare nostalgia per la mia terra… E’ triste sapere che non c’è un luogo originario che abbia avuto una sua parte nella costruzione del proprio io etico-psicologico, di un processo strutturante dell’Io. Questo è un altro modo per sentirsi soli nel mondo. Sentirsi sradicati nel proprio luogo nativo significa essere condannati alla solitudine nel mondo. Eppure gli anni vissuti fuori mi hanno dato, addirittura, felicità; forse non sbaglio se mi viene immediato il ricorso all’eterno concetto spiegato dai primi filosofi quando dicevano che per valorizzare il caldo bisogna fare esperienza del freddo e viceversa. Solo dopo che sono partito, e fatto esperienza del lontano, e poi solo perché costretto a tornare mi rendo conto della differenza tra il paese e il luogo altro e di nuovo la differenza tra il luogo “altro” e il paese natio. 

    ...quanti pensieri può suscitare una vita intollerabile…

     

    18.8.2009

     

     

     

     

     

     

     

     

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    Un momento di tristezza...

     

    E' morta Fernanda Pivano.

    Ricordo una sera a casa sua, una chiacchierata che sembrava non finire mai. Indimenticabile.

    La sua apertura esclusiva alla letteratura americana, e la chiusura assoluta alla letteratura europea (che considerava, appunto... lettera morta... letteratura morta, una letteratura cioè che aveva ormai definitivamente esaurito le sue energie vitali...)

    Tutti gli scrittori americani. Ma soprattutto Pavese, Pavese, Pavese.Ho ricordato quell'incontro in una pagina del mio sito.

    http://www.lafinestra.net/Pivano.html

     

     

     

     

     

     

     

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    Comunicare...

     

    Pochi giorni fa mi è tornato in mente Professione Reporter.

    Perché è un film sulla incomunicabilità, tema costante nell’opera di Antonioni. Ma Professione Reporter va oltre: l’impossibilità di comunicare gli fa perdere - o meglio gli fa decidere la dismissione (del) - la propria identità. Decisione ultima: esatto, ultima; infatti porterà il protagonista alla morte.

    Da ragazzo pensavo che la comunicazione è solo una questione di volontà, chi ha voglia di farlo comunica, chi non comunica è perché non ne ha voglia. Sembrerà semplicistico, forse lo è, ma ho pensato così per decenni. Solo da adulto ho scoperto quante difficoltà… (sempre convinto però che la buona volontà può superarle).

    Una volta mi sono detto che c’è gente che non ama la verità, che se sente parlare di verità se la ride. Ma poi ho capito che c’è altra gente che non sa riconoscerla. Nemmeno dentro di sé. Questo può sembrare inverosimile, ma accade. E allora… se non si sa individuare la verità nemmeno dentro di sé, come si fa a comunicare?

    Parlare lo stesso linguaggio, vivere temi comuni, dovrebbe consentire una buona comunicazione. Ma anche in questi casi non sempre accade, né tutto fila liscio.

    Il fattore ‘buona volontà’ e il fattore ‘comprensione’ chi sa perché sembrano banali luoghi comuni. Ad essi non viene dato mai il giusto rilievo.

    …babele linguistica… la parola da sola non rende sicura la possibilità di comunicare…

    Conclusione alla buona.

    No, forse non esiste una vera conclusione…

     

    16.8.2009

     

     

     

     

     

     

     

     

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    L’acqua del mare

     

    L’ho vista, non so quanti anni fa, dalla mezza collina, da un ponte, o da una terrazza. Non l’ho più vista da vicino. Per me esiste solo un mare.  Esiste lo jonio. Sono stato al mare lungo il litorale laziale, ma anche a Rimini e più su fino al Lido degli Estensi. Eppure è questo il pezzo di mare che conosco, non come, ad esempio, lo conoscono i pescatori, ma come lo conoscono i bagnanti si. E’ il mare di Omero e di Quasimodo, il mare della lucentezza jonia.

    Bene, il mare in questi giorni, ancora per poco, è di un colore chiaro tra il bianco e l'azzurro.

    Solo da lontano, solo in fantasia ho voglia di immergermi con un tuffo e riuscire venti metri più in là dopo aver nuotato sott'acqua...

    …ammirare il fondale luminoso ricco di pietre di vario colore, pietre comuni così belle che si vorrebbe pensare pietre preziose.

     

     

    14.8.2009

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

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    Appunti... 

     

    Diario d’agosto e di un’ estate troppo lunga. Il mare ormai un’abitudine dimenticata; impossibile oggi elevarlo a luogo (e ore) di divertimento. L’estate sinonimo di bella stagione è sparita da un pezzo. Rimane l’attesa dell’autunno (la bella stagione). I pensieri sono: il ritorno al fresco naturale, la bellezza dei colori autunnali; l'attesa di una stagione clemente.

    Tomasi di Lampedusa – se non ricordo male – diceva che l’autunno siciliano è il più bello del mondo, lui che aveva viaggiato; da viaggiatore non da turista.

    Io aspetto che passi. Riparato dalla calura, sto imparando a vedere giorno per giorno dove batte il sole. A che ora passa il sole. A che ora sorge, a che ora fa notte. In queste faccende sto diventando esperto. E so che quando di pomeriggio il sole non entrerà più in cucina dalla finestra, sarà la fine d’agosto, e durerà anche la prima decade di settembre.  

    Mi ricorda Giovanni Drogo. A furia di aspettare si imparano tante cose. Tutte inutili, tutte utili, ma si imparano tante piccole, piccolissime cose.

     

    11.8.2009

     

     

     

     

     

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    X Agosto

     

    San Lorenzo, io lo so perché tanto
    di stelle per l'aria tranquilla
    arde e cade, perché sì gran pianto
    nel concavo cielo favilla.
    Ritornava una rondine al tetto:
    l'uccisero: cadde tra spini:
    ella aveva nel becco un insetto:
    la cena dei suoi rondinini.
    Ora è là, come in croce, che tende
    quel verme a quel cielo lontano;
    e il suo nido è nell'ombra, che attende
    che pigola sempre più piano.
    Anche un uomo tornava al suo nido:
    l'uccisero: disse: Perdono;
    e restò negli aperti occhi un grido:
    portava due bambole in dono...
    Ora là, nella casa romita,
    lo aspettano, aspettano in vano:
    egli immobile, attonito, addita
    le bambole al cielo lontano.
    E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
    sereni, infinito, immortale,
    oh! d'un pianto di stelle lo inondi
    quest'atomo opaco del Male!

    G. Pascoli

    9.8.2009