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.Tranne che il mio turgido silenzio non voglia infierire
e querelare il sipario detestabile
che cala sulle alture a strapiombo della notte
o non voglia esibire
incatenati alla terra gli eucalipti,
le querce che occhieggiano e gli aranci pigmalioni,
gli aironi nel pendolare sole,
e la benvenuta luna appetitosa
affaccendata con artigiane sovente ammiccanti
a recitare un copione in sordina,
benché urli in rabbiosi nitriti come il benefattore mare
e per le radure di realtà e storia
il calice sovrabbondi di angustie e i morelli siano esiliati;
Tranne che i gabbiani sulle rive e le ciaule sopra i pioppi
non raccontino le loro conversazioni con la morte
nelle torride stagioni in cui senza passioni né desideri
ombra d’uomo cammini,
e nelle notti di gelo
l’abito lacero degli alberi irriti le ferite delle gambe
e capziosi discepoli con disusate esultanze
succhiano il sangue limpido delle mie ferite,
benché dipanino intrico di sincerità e derisione,
in festa, in festa,
per le strade di questa nobile terra,
non mi preoccuperò di rivangare i dolci anni
e la rigogliosa giovinezza dove germogliarono i verdi progetti
del Signore.
Nei teneri giorni di sogni azzurro-rosa
sentivo dalle colline a sventrare le valli le campane felici.
E le mattine cantavano sopra le candide nuvole
fra il sole e i pianeti
e i sottilissimi echi dei contadini innamorati
di cieli azzurri
picchiavano la roccia dura dei monti.
Nella fiumara d’argento il sole allo zenit sgretolava le pietre.
E cavalcavo i tappeti fioriti, le strade di notte sentivano inni,
felice e felice
col mantello d’oro e il bianco cavallo.
Nei verdi giorni di sogni azzurro-rosa
quando i gabbiani sulle rive e le ciaule sui pioppi
recitavano i loro conversari con la morte
e il mio turgido silenzio
spingeva gli aironi nel pendolare sole
sentivo dalle colline a sventrare le valli le campane felici.
(La sofferenza sollecita l’ascesi. Il pensiero di Francesco è per l’uomo,
per la storia. Rievocazione della propria giovinezza). Santino Cicala - Candida Suite - Ed. Pellicanolibri
Prefazione (o Postfazione?)
Ho letto la Candida Suite di Santino Cicala con un interesse che è cresciuto man mano. Problemi d’ogni sorta s’affacciavano e chiedevano udienza per essere ascoltati, inseriti nel gioco delle parti. Innanzitutto un problema teologico non facile da districare perché affrontato con gli strumenti della poesia e quindi senza il rigore metodologico che appartiene alla filosofia, alla scienza, poi quello della parola che non ha la possibilità di essere capita nella sua vera essenza e quindi si da a chi meglio sa usarla, poi il problema delle metafore, delle allusioni, delle possibilità della poesia di poter avviare a soluzione la vita e la morte pur sapendo che soluzione non esiste. Cicala mi ha messo di fronte a questa valanga con naturalezza, con un poemetto che ha il piglio intellettuale della produzione eliotiana, ma che non disdegna il lirismo e le accensioni al punto che mentre discorre (con ironia e con ansia dissacratoria), si serve di lampi tipo “acque perplesse”, “arcobaleni invecchiati” , “contumelie del giorno”. Ma ciò che maggiormente colpisce di Candida Suite è l’impasto linguistico usato da Cicala, un ibrido ben mescolato tra aulico e quotidiano, una espressività ottenuta per contrasto pur nell’andamento narrativo. E’ una poesia che in un certo senso sconcerta, perché non si affida a parametri costituiti e cerca una strada nuova per ottenere il massimo di comunicabilità. Cicala ha capito che non bisogna adeguarsi al precostituito e non bisogna ripetere, seppure con intenzioni di rinnovamento, i luoghi comuni. Certo non era facile risolvere tante situazioni intricate con gli strumenti soliti e allora ha voluto provarsi ad entrare nel vivo di un dibattito sul senso della vita e della poesia e non per il gusto di rischiare una teoria, ma per mettersi in gioco nella sua totalità di uomo e di letterato. Qualche volta la valanga di pensieri, le suggestioni delle letture, l’esigenza di dimostrare le sue capacità lo hanno indotto a strafare, a riempire ogni verso di troppo ardore e di troppo “ragionamento”, ma il più delle volte Cicala ha saputo ottenere risultati notevoli, con implicazioni che posso essere variamente interpretate. Da sottolineare ancora una dato significativo. C’è nella poesia di Cicala, come una folata di follia che si sorregge spesso alle parole inusuali, ma più spesso nel sentire con acutezza la crisi del mondo odierno. A tratti è come se il poeta ridiventasse il veggente e riuscisse a captare lo sconvolgimento che si prepara nel futuro. Sono le solite facoltà medianiche che ogni artista possiede? O sono le angosce diluite in parole di un giovane che vede avvicinarsi il mostro nucleare? E’ difficile stabilirlo. A me preme sottolineare che questo libro ha una forza abbastanza strana, che in qualche maniera fa restare perplessi fino a renderci cauti o euforici. Cauti per il fatto che ci rendiamo conto quanto sia terribile l’incomprensione, euforici perché c’è ancora qualcuno che crede nella poesia come catarsi individuale o come indicazione universale. Si badi però che Cicala non è per nulla un illuso: la sua posizione non è uno stanco adagiarsi: dentro di sé si muove una furia ancestrale che vuole vincere l’inesattezza dell’irrazionalismo senza rinnegare mai la fantasia.
Dante Maffìa Docente di Letteratura Contemporanea Università di Napoli
Nota
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