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La felicità difficile di Novella TorregianiCredo che ogni volta che si inizia a leggere un autore o lo si è appena letto, prima di ogni analisi, prima di farsene un’idea, e subito dopo aver soggiaciuto all’incanto dei versi, credo venga naturale pensare al maestro o ai maestri che hanno permesso quella poesia: se si è trattato di maestri involontari nel cumulo caotico dei versi letti, o a quali di essi l’autore si è rivolto dopo ampie e diversificate letture. In questo senso, per quasi tutta la poesia del novecento italiano, valgono le parole che forse prima di ogni altro pronunciò Alfonso Gatto, e che in seguito vennero accettate da tutti: “In un modo o nell’altro” disse “siamo tutti usciti dal pastrano di Ungaretti”. E dunque il discorso vale per Quasimodo, Gatto, Sinisgalli, e altri. Nel caso di Novella Torregiani subito viene da pensare a ‘quel’ pastrano, ma più specificamente si pensa a Salvatore Quasimodo. Sono varie le ragioni – derivazione stilistica ad esempio (magari per il tramite di ulteriori mediazioni) – ma forse sopra tutte le altre, la guerra e il conseguente discredito della intelligenza umana e dell’uso che ne viene fatto: il cui ricordo inquieta Novella Torregiani, pur possedendo ella un animo tendenzialmente sereno; l’animo di una donna che contro la guerra e la follia umana prega; o, che, al massimo dell’ impeto, dolcemente si indigna piuttosto che inveire, quando raggiunto il livello della consapevolezza umana e intellettuale, ha visto, come i poeti vedono, che, sfogliando il libro del tempo, l’Uomo è sempre colpevolmente identico a se stesso; e che, sotto la scorza, intellettualistica e fasulla, della cultura, un ricorrente e altero umanesimo lo sospinge verso quella arroganza con cui rischia di distruggere l’ambiente, gli altri esseri umani; se stesso. Wittgenstein nel suo filosofare si pose un quesito che in noi tutti in un primo momento suscita uno stupore violento. Si chiese: “perchè non posso ammazzare un altro uomo?” Dopo lunga riflessione, ottenne risposta, che, come il quesito, può sembrarci incredibile essendo la risposta fin troppo ovvia. La risposta che scaturì dalle sue riflessioni filosofiche sul perchè un uomo non può sopprimerne un altro è la seguente: “Per la nostra comune umanità”. Dunque è evidente che se un uomo uccide un altro uomo ammazza un po’ anche se stesso: o, magari, anche più di un po’. Dunque questo spiega gli eccessi cui può arrivare l’uomo autore e prodotto di un umanesimo senza limiti. E la nostra comune umanità? Con chi possiamo stabilire una comune umanità? La riposta non dovrebbe prevedere, naturalmente, tutti? Piaga che sanguinerà per tutta la vita, per l’autrice, è la guerra; ella la visse da bambina mentre Salvatore Quasimodo da adulto. Per il poeta di Modica, era vita quotidiana che poteva essere psicologicamente e intellettualmente pensata, acquisita, e smaltita da adulto; non lo stesso per la giovane Novella, nella cui mente tutto è rimasto incomprensibile, e, a tutt’oggi, (cfr. la poesia “Il grido”) quella incomprensione, le si presenta in sogno ma in realtà risale dagli abissi dell’animo in forma di incubo. Cioè, di sintomo che la atterrisce ancora, dandole angoscia. E non c’è nulla, neanche la pietà, che possa addolcire l’atrocità di quella visione onirica. (Nel tormento di notti/ lunghe insonni/ cumuli d'ossa/ turbano la mente./ Non placa l'atroce visione/ la dolce pietà che li avvolge/). Si sente in taluni passaggi, assai personali, anche il coraggio naturale – non vanità, e tanto meno temerarietà intellettuale – di prendere a braccetto un Premio Nobel: (Sei l’uomo della fionda e della pietra/ uomo del mio tempo). E nella citata poesia “Il grido” l’incubo, che non è sinonimo di sogno, induce l’autrice nell’ultimo verso a dichiarare desolatamente: "Uomo: belva di sempre" facendo pensare a una sofferenza che si fa tensione civile, ma forse più che impegno quotidiano, è ricordo costante che nemmeno la pietà riesce ad ammansire e a pacificare. O l’evidenza dell’effimero, per cui tutto muore, tutto è soggetto all’interno mutare delle cose, allo svuotarsi della vita; ma il poeta non può accettare tout court una simile sorte; il poeta, sostiene con ardore di fanciulla Novella Torregiani, tutto crea, tutto ricrea, è questa la divina facoltà dell’artefice, e la vita torna a fiorire tenace là dove prima la si è vista morire. Resta per contro non determinato il tipo di confessione religiosa. Ma una buona verità in proposito è che nella mentalità creativa non esista alcuna demarcazione tra la religiosità laica personale, tipica dei poeti, o la visione religiosa (trascendenza inclusa) di stampo confessionale, o il concetto filosofico - ormai quasi un modo di dire - per cui ' nulla si crea e nulla si distrugge ': fatto sta che Novella, a constatazione avvenuta, dichiara con emozione e sorpresa, la sua certezza: (Ma ostinata la vita fiorisce/ là dove poc'anzi moriva/). E ancora più su, risalendo, come frenare lo stupore davanti alla compiuta bellezza, di lessico, metrica, e perfetta armonia stilistica, davanti alle parole (Assorte spiagge/ in assolato incanto/ intreccio d'ali/ nei leggeri voli/ si stemperano d'oro/). Versi che fanno pensare all’insopprimibile e spontaneo urgere di una volontà felice, a un desiderio di bellezza, che non può essere messo a tacere nonostante la tristezza di un’adolescenza dolorosa, nonostante ricordi quasi penetrati nella carne. Ma dopo la pura bellezza poetica ecco, di nuovo, la desolata tristezza per una umanità che sembra non conoscere la propria fragilità (Ora ho pietà di te / fragile uomo) e arriva a vantare – persino! – la propria condizione: anche qui vediamo la poetessa affratellata nella delusione al già citato Quasimodo, a Ungaretti ("Cessate di uccidere i morti") quando, durante la guerra mondiale, i poeti più e più percepirono il deprecabile degrado dell’uomo pronto all’autodistruzione pur di raggiungere il potere universale. Quella di Novella Torregiani è la pietas tipica dei poeti, ma anche la matura individuazione nell’ Uomo di una umanità quasi inesistente “ora che il tempo/ ha sfogliato libri di saggezza”. E per finire l’esortazione all’umanità perché viva di poesia. Con innocente mitezza, o per merito di una serafica maturità, all’autrice appare doveroso che dal cuore dell’Uomo si levi il canto verso l’azzurro dell’universo, verso l’impensabile infinito: sempre, fino all’ultimo istante di vita: (Canta uomo/ finché alito empie la voce:/ dal cuore all'azzurro/ elèva il tuo poema./ Canta il pensiero/ che supera l'immenso/ prima che giunga/ silenzio/). Il percorso arriva fino alla rassicurante pace che il poeta istituisce senza dubbi tra l’effimero transeunte e l’eterno: (tra effimero ed eterno/ ora sia/ pace/). Vien voglia di chiedersi quali altri tesori vivono ancora nascosti nell’isola intima o, più semplicemente, in fondo al prezioso cassetto in una inspiegabile attesa. Ma forse tanto vale a capire la mitezza di una donna che prega contro la guerra, e la mite indignazione contro la vanagloria di una umanità che pur di non tentare una autentica crescita interumana va verso la catastrofe finale. Ma ci confortano e, soprattutto vengono a sostegno dell’autrice, quei momenti magici, e non rari, che finalmente allietano il suo animo sempre in cerca di letizia: dal fondo dello scrigno segreto, il balzo improvviso e felice di versi intrecciati, come provenienti dall’immersione in un catino pieno d’oro: versi felici, intrisi di pura, aurea, poesia.
.“Ricorda, quella storiella, che forse non è nemmeno una storia o io non ne ricordo l’autore. Un vescovo impegnato in prima linea viene invitato a un pubblico dibattito e sceglie di non andarci perché considera la serata tempo perso; ma poi ci va e va per dire che si stanno sbagliando. E li lascia a bocca aperta. E insinua che un giorno quando ci troveremo davanti a Gesù, lui ci dirà: ‘Io ebbi fame e tu mi preparasti un gruppo di studio sulla fame nel mondo’. Pare che quegli intellettuali si innervosirono”.
Da “Aggrappàti alla parola Amore” Santino Cicala, 1999
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Antonio Pastorino Poesie Sparse Un poeta e un genere di poesia che manca nella nostra storia letteraria
Diceva Mario Spinella, anni fa, che se gli italiani avessero scelto di scrivere in un tono medio e dunque non molto elevato, guardandosi al tempo stesso dal linguaggio accademico e da un linguaggio ordinario, anche in Italia avremmo avuto un romanzo di medio livello e il relativo successo presso il grande pubblico. Queste cose Spinella le scriveva alcuni decenni addietro e nel frattempo c’è stato chi ha provato a mettere in atto questo tipo di narrativa – magari non in gran numero – ma insomma, qualcuno ci ha provato: ad esempio Umberto Eco che ha messo insieme la sua cultura di tuttologo e una rara astuzia intellettuale; o una scrittrice che ha cominciato con un libro illeggibile da una mente edotta (quel Va dove ti porta il cuore la cui ovvietà è sicuramente inferiore al talento dell’autrice), la quale poi ha continuato con libri veri dove sorprendentemente non vi si ritrova la sciatteria furbesca del primo; in proposito va citato un romanzo in cui con mano ferma e gelida, investiga la mente di una malata di schizofrenia. Per ultimo cito lo scadimento totale della nostra letteratura che ha come autore e titolo Federico Moccia, Tre metri sopra il cielo. Per fortuna credo che la lista non sia lunghissima, anche se un diverso fenomeno esiste in sordina, diverso perché riguarda il successo di autori che per fortuna non fanno notizia e non saranno di cattivo esempio per le generazioni future. Lo stesso discorso andrebbe fatto per la poesia? Si può (è lecito?) far notare che in Italia mancano autori come Prevert e Neruda? Credo che Pastorino presentato con il meglio del proprio lavoro a un editore adatto avrebbe non poche chances di essere considerato un fenomeno del tutto nuovo. Si aggiunga a ciò che Pastorino dichiara un grande amore per la musica leggera e per questo forse lo si sarebbe potuto pensare uno chansonnier (e in tale schiera collocarlo); egli infatti ci appare assai spesso chansonnier sia nella produzione in versi, sia in una eventuale produzione da paroliere (o come usa dire nel gergo autore di “parole per musica”, dette anche “parole di servizio”; espressioni consuete tra i musicologi e, tra queste, anche l’atroce dicitura “musica di servizio”, cioè musica per le parole – per le parole si, ma anche musica per il teatro, musica per il cinema, eccetera). Ma un problema sorge immediato: può avere dignità d’arte una musica di servizio? Può la musica essere serva di un’altra forma d’arte? Ogni forma d’arte non deve, per sua stessa struttura ontologica, essere libera? Si può anche solo immaginare una forma d’arte che non sia libera e che non renda liberi, e che non tenda alla libertà? Dunque può esistere una parola – penso ai parolieri di professione – che sia serva delle classiche 18 battute di una canzone? Di certo, il discorso non finirebbe più anche perché come ho scritto altre volte, e tante volte - in una battaglia senza esclusione di colpi – denunciato, la canzone (e tutto ciò che è popolare e leggero) ha avuto prima la sua esaltazione in un’epoca di massiccia e oculata commercializzazione, quindi ha ottenuto giustificazione artistica anche da un punto di vista ideologico-politico-morale. Dunque, calma: meglio non arruolarsi a una battaglia senza speranza, meglio evitare discorsi seri sulla musica leggera, e i film leggeri... I loro sostenitori sono fieramente antidemocratici e non tollerano opposizione di sorta. Magari bisogna indulgere, dar loro atto che ignorano il plutocratico calcolo commerciale che presiede la canzonetta e il film leggero; così come, ahinoi, sconoscono “le lunghe solitudini al laboratorio” (P.P.Pasolini) che necessariamente stanno dietro un’opera poetica, la dimensione temporale e la vastità di pensamenti e ri-pensamenti, il faticoso labor limae che rende un’opera poetica degna di tal nome. Naturalmente qualcuno si chiederà se questo discorso sull'arte leggera e sulla tendenza a una poesia naif e il suo dichiarato amore per la musica leggera sia un modo per porre in una luce "particolare" un autore come Pastorino. Certamente no. Pastorino non è un commerciante, la sua carica sentimentale e affettiva lo salva dal rischio della scelta furba, nonostante la sua produzione dal processo di ideazione all’esito espressivo porti l’utente a una lettura facile. Ciò nonostante mai Pastorino ha ritenuto la poesia merce per un baratto – diabolico e inutile - tra il dolore e l’alloro. Pastorino è poeta vero, e uomo grande; un’ anima pia (il tutto ormai fuori moda), un’anima di grandi tenerezze, di passioni viscerali e di autentica disperazione per quanto concerne il piano affettivo. Non è uno che per puro produttivismo ami ripetersi, tuttavia egli si ripete con il crudele accanimento di chi sa e costantemente dichiara che non esiste terapia al suo disagio di uomo che ama non riamato; e se si ripete è perché accade a tutti di riproporre lo stesso tema, lo stesso problema, quando tale problema non sia stato risolto né si intraveda una soluzione possibile.
Io poi mi chiedo con i dubbi più sinceri se un autore come Pastorino sia in ritardo o in anticipo sulla Storia. In ritardo sugli autori su detti (Prevert, Neruda) o in anticipo sulla svolta che in un prossimo futuro potrebbe avere la poesia in Italia. Il suo modo di far poesia ci porta a una scrittura semplice, ricca di modi collaudati, una scrittura strenuamente difesa dall’autore al punto che egli considera persino irritante l’altrui proposta di dare una maggiore caratura al suo modo espressivo elettivamente popolare. Pastorino, infatti, definisce naif il proprio poetare, e considera se stesso poeta il cui unico scopo è quello di comunicare con altri esseri umani, sottraendosi in tal modo, anche in prospettiva futura, al raffinamento della propria tecnica ed esibendo versi che grondano amore e disperazione, e lacrime sincere per l’amore perduto. Il tutto nella certezza ripetutamente confessata di mai più incontrare quella figura femminile, figura liberatrice, che possa corrispondere al suo bisogno d’amore. Sono a tal proposito di validissimo esempio versi (te ne andrai lontano/la tua voce/ non griderà più/il mio nome.../) dove il pensiero del lettore corre al punto più alto, indiscutibile, dell’amore spirituale certo, ma anche fisico, l’amplesso con il nome dell’amato gridato nello spasimo della passione… E anche le poesie che seguono sono un valido esempio sul suo tenace perseverare nella tristezza che non esista per lui l’incontro d’amore cui ha dedicato e dedica le sue smanie quotidiane.
I miei giorni con te,
La scelta-esempio è qui necessariamente limitata, considerando la grande profusione di versi di cui egli è capace. E spesso volano parole e frasi consuete che fanno arrabbiare, per eccesso d’affetto, il critico e l’amico: “Non potrai mai amarmi” “Ho bisogno di carezze/ (…) di un abbraccio che mi fasci/ come un salvagente, per non affondare/ in mezzo ai flutti/ della vita“. “Ho bisogno del calore che/ solo, la coperta/ dell'amore/ riesce a dare/”. La sua solitudine sembra tuttavia trovare a volte brevi scampoli di serenità in momenti come quelli espressi nella poesia che segue, dolcissima, tutta di getto, che acquieta il suo animo e mette a proprio agio il lettore.
Com'è placido e sereno l'imbrunire in questa sera di un autunno ancora imberbe. Calano le ombre sulla giornata che volge al fine: i pensieri si fanno frase che vola sulla fresca brezza che accompagna il tramonto per portare un tenero saluto a chi c'è lontano nello spazio e nel tempo ma non nel cuore.
(vedi altre poesie del genere in Appendice IV)
Dunque fin qui (a parte i versi appena citati) un gruppetto di versi che grondano emozioni, versi dove la tristezza, la disperazione (nel beninteso senso di non-speranza), viene espressa facilmente, e fatta diluviare senza ritegno; sembra addirittura che l’autore per una sua innocente superstizione intellettuale non abbia nemmeno riletto i versi che propone (ma, possibile che non l’abbia fatto?); si direbbe che manchi della spietata autocritica che costringe ogni autore a sofferenze inevitabili, e, passando per la fase del tormento stilistico, approdare all’ossessione perfezionista. Insomma: sembra che ai testi di Pastorino manchi il lavorìo doloroso dell’autocritica. Ma saltiamo ad altro: i versi che andiamo ad esaminare sono invece radicalmente diversi. Si tratta di una poesia che merita un encomio speciale. Qui, benché l’autore tratti lo stesso argomento, con lo stesso lessico, non propone più lo stesso andamento espressivo; egli improvvisamente ci pone davanti, quale gradita sorpresa, uno stile sorprendentemente asciutto. Ci si chiede persino se egli abbia iniziato un percorso nuovo, o, inconsapevolmente abbia cauterizzato la ferita e dunque prosciugato quel pianto sincero e motivato, e in virtù di tale processo abbia finalmente prodotto versi asciutti, sfebbrati, dotati di un superiore sguardo sulla materia che va trattando da decenni… E’ una poesia certamente nuova, qui tutto viene visto da una postazione superiore, senza urlare a tutti i venti il dolore della solitudine. Ma quante volte Pastorino ci aveva messo di fronte a un prodotto reiterato, somigliantesi, parti facili ma dolorosissimi, quante volte aveva urlato il suo dolore forse fiduciosamente sperando di colpire la sensibilità del lettore o forse accontentandosi del consenso immediato - e irrimediabilmente confortante ed effimero - in un commento tra amici su un foglio elettronico? Ma ecco la poesia che propone il superiore distacco che da un merito speciale a ogni artista:
Abbiamo perso,
Resta il tempo,
Resta il sapore
E continuando sulla scìa delle sue produzioni migliori, cioè di quei versi che non grondano lacrime e sangue, versi anzi ancora asciutti e significativi di un Pastorino diverso, ecco un’apertura alla speranza, ecco una poesia che inizia, e finisce, con i verbi al futuro
Sarà domani.
(vedi altre poesie simili in Appendice IV)
Dalla scrittura asciutta, che non straripa fuori dal verso, una poesia con una intonazione dura, per certi versi inattesa, per una radicale, sferzante, critica sociale
San Silvestro
Maschere beffarde, siete voi che mi guardate dall'alto delle case, siete voi che incontro ai crocicchi delle strade: larve viventi nei vostri sprazzi di gioia, futili esseri annegati in un mare di noia. Siete voi che rompete la notte con lo scoppio di inutili fuochi. Ciò che volete è già morto, ciò che sperate l'avete già avuto, l'avete distrutto senza neppure vederlo. Ciò che avevate lo riscoprirete nel freddo di una bianca tomba.
(scritta nei primi anni ’70)
E’ questo un genere di poesia che, a mio avviso, non incontrerà mai detrattori. Poesia da pieno Novecento, poesia della realtà vissuta e trasportata sulla pagina con grande lucidità attraverso un limpido processo ideativo. Questo genere di poesia è stato scritto in America e nella Francia esistenzialista ed è un modo di scrivere così aderente alla realtà che per tal motivo non potrà mai dispiacere il lettore. Nessuno mai arriccerà il naso, nessuno penserà a una tecnica che possa essere superata nel tempo. E’ come dire che se un autore punta lo sguardo sulla realtà la mano che trascrive ciò che vediamo (e proviamo) non può tremare. Quella appena letta è una poesia dell’autore ventenne. Ma è limpida, vera; amabile e rispettabile. L'ho letta e riletta prima di convincermi che fosse uscita dalla penna di Antonio Pastorino. C’è poi una poesia da citare come un evento poietico a sé. Poesia unica nella produzione di Pastorino, dove i versi sono dotati di grande intensità, di perfezione stilistica, con un impasto linguistico di primordine, impasto che si è andato creando nella mente dell’autore ancora prima che egli ponesse mano a carta e penna.
Quando non ci sarò più
Quando non ci sarò più
Quando non ci sarò più
Quando non ci sarò più
Quando non ci sarò più
Quando non ci sarò più
Quando non ci sarò più
E’ una poesia che da uno scossone al lettore, una poesia che rispetto alla precedente produzione scopre possibilità tecniche nuove, ma lungamente rimaste segrete, alle quali l’autore stesso, chi sa poi perché, non sempre attinge; una poesia che peraltro ha entusiasmato una poetessa di lungo corso come Novella Torreggiani: ”Sono rimasta senza parole! (…) quanto hai scritto è di una bellezza ed intensità emotiva che lascia, ti dirò, in estasi... Meditare su ogni stupenda immagine che hai saputo creare, è elevarsi insieme alla tua anima per raccogliere quanto di più bello un essere umano possa offrire, non solo alla sua donna, ma a tutti, come hai fatto tu con noi, amico carissimo e sempre più elevato nella poesia ”. Parole, queste, che abbiamo trovato a commento dei su detti versi nella pagina web dell’autore in data 23.10.2007.
Da considerare inoltre un altro capitolo della variegata produzione di Pastorino. E’ un capitolo dove possiamo collocare schizzi, paesaggi bloccati in un flash, versi brevi dotati di rara concisione stilistica; piccole poesie quasi tutte scritte durante l’adolescenza dell’autore o subito dopo. Ecco un esempio:
Verrà il tempo
Febbraio 1967
(Vedi altre poesie del genere in Appendice II)
E’ l'incanto che Pastorino crea sulla pagina con versi che ricordano quelli che con tenerezza e passione abbiamo letto nei libri delle Elementari. Penso a poeti come Ada Negri, Renzo Pezzani, Angiolo Silvio Novaro. Ecco la conferma. La poesia seguente è ancora di quelle in cui la tenerezza trafigge l'animo dando quel sussulto di gioia misto a un attimo di inevitabile nostalgia.
NataleUn fiocco di nevedondola appesoal cielo, brillano cristallidi ghiacciofra le rogge.Le note di unsuono di zampognesalgono verso il cieloquasi a creareuna scalache ci porti lassùdove ci attendela stella.
(Vedi altre poesie del genere in Appendice II)
E infine ecco il capolavoro: un capolavoro di poesia popolare, poesia leggera senz’altro anche perché del tutto esplicita, densa però nell’impasto linguistico, dove il rimpianto dolorosamente rimescola la carne dell’anima senza pretesa alcuna di strappare a tutti i costi il consenso del lettore. L’autore parla qui a un amore perduto, ma mentre le parla è in perfetta sintonia con se stesso: non alza al tempo stesso lo sguardo a sbirciare verso la platea dei lettori, a sogguardare per cercare di capire cosa pensino di lui.
Era di maggio
(vedi Appendice III)
Concludendo. Questo genere di poesia può mettere in crisi chiunque si avvicini ad essa con intelletto educato all’arte poetica. E’ una poesia antiaccademica, immediata, spontanea, antiletteraria. Colgo l’occasione per specificare che proprio per questi miei quesiti mi sono avventurato sul sentiero accidentato – accidentato per me che sono sempre stato fermo nel cercare di salvare l’autore da quella ingenuità naif, specificità naif da lui difesa a spada tratta – e dunque scrivere questa piccola nota. Perché mi ha sempre stimolato, qualche volta irritato, per i suoi modi inconsueti nell'arte poetica (cioè con modi di dire collaudati, espressioni che è dato sentire in tv, o al mercato, in un pubblico locale o in una chiacchierata tra amici), mi ha sempre stimolato - ripeto - qualche volta irritato, per i suoi modi leggeri anche se egli non è mai stato frivolo, anzi ha proposto versi tristissimi, urlati senza un velo di pudore certo necessario, versi innocenti nella loro immediatezza, ma innocenti anche perchè privi di un filtro mimetico. Ecco perché considero la poesia appena citata un capolavoro ma poesia leggera: perché sono versi dalle forme aperte, dove tutto è espresso, dove non c’è altra materia segreta. Tutto è detto, tutto è qui, chiaro, preciso, chiaramente detto, pertinacemente detto. E’ un capolavoro di poesia popolare, ma… ma non salta subito alla mente quanto diceva Ungaretti? “Di questa poesia/ Mi resta/ Quel nulla/ Di inesauribile segreto/”. Ecco, amici lettori, tante volte mi sono affettuosamente arrabbiato con l’amico Pastorino, per di più talvolta compreso, ma tante altre volte incompreso e per di più rimbrottato… Ma a proposito di ciò che mi ha indotto a scrivere questa nota, non posso che ribadire il mio inquieto quesito… E se Pastorino fosse in anticipo sulla Storia? E se trovando l’editore adatto al genere egli venisse considerato un poeta nuovo, un poeta che realmente manca nella Storia delle patrie lettere, visto che da noi, data l’enorme tradizione artistico-letteraria, tutto ciò che facciamo deve essere come minimo sui livelli del premio Nobel? Chi mi dice che Pastorino non potrebbe essere considerato un poeta nuovo? Chi mi dice che non potrebbe essere considerato un poeta che nel suo genere più che raro è egli praticamente unico?
Piccola Antologia di giudizi Critici
Il poeta sente che “deve” scrivere perché qualcosa d'importante gli ha toccato il cuore. Deve scrivere, deve aprirsi agli altri per donare messaggi positivi o esternare i propri sentimenti. E' interessante quanto ci hai proposto e i diversi modi di esprimersi fanno parte dell'evolversi della lingua ed anche dei linguaggi particolari come, appunto, quello poetico che non può restare sempre identico a se stesso, ma nel contempo, ha l'obbligo di conservare quelle diversità particolari ed essenziali della poesia che lo diversificano dalla prosa.
Novella Torregiani
Ho letto spesso un umile poeta, un uomo inquieto dentro, alla ricerca di qualcuno che gli regalasse un attimo di pace. Non di rado, le emozioni suggerivano al poeta le medesime parole già scritte. Non di rado, il ricordo di un gesto, il sospiro di un silenzio, l'oro del sole che moriva poco a poco, il singhiozzo del cuore, lo allontanavano dalla realtà presente. D'improvviso veniva turbato, poi nasceva come un fiore in una notte buia per accendere quella luna spenta, inutilmente. Per un momento d'amore. Di quanti momenti ho letto, un momento passato, un momento presente, uno che verrà e che renderà più viva la speranza, più vero il suo sorriso, più lucidi i suoi occhi, più aperta la sua anima; più sicuro il suo cuore. Ho avuto il piacere e la fortuna di conoscere Antonio Pastorino, un uomo completo.
Francesca Alessandrini
Quante note ha l'amore? Malinconiche, dolci, felici, lamentose, erotiche, complici, tristi... E quante variazioni nella poesia... (…) Sempre belli i tuoi post.
Harielle, an angel in the city
Antonio, posso dirlo? Quando sei meno intimista sei più bravo.
Giuseppe Pilumeli
Che versi, Antonio, nudi e veri, per usare una terminologia leopardiana!!!! Molto belli, complimenti!!!
Carmelina Giordano
Nota Quasi tutti questi giudizi critici sull’opera di Antonio Pastorino sono tratti dal suo blog e per questo motivo riguardano in modo evidente un singolo post, una singola poesia. Ciò nonostante talvolta capita che un commento da blog contenga elementi critici che hanno carattere generale.
Appendice I - Lacrime e disperazione
Entrerai in una folla oscura,
Ormai ti ho perduta te ne andrai lontano
*
Forse un giorno
Forse i tuoi occhi
Forse, da quel momento,
Forse, allora, troveremo insieme
*
Ho bisogno
*
Non potrai mai So e sento che tu Forse, come già Proverò ad accompagnarti, Solo quel giorno
Appendice II – Versi brevi: Tra foto d’epoca e radiografia intima
Questo giorno grigio
Marzo 1967
Cadeva la pioggia,
NataleUn fiocco di neve
dondola appeso
al cielo, brillano cristalli
di ghiaccio
fra le rogge.
Le note di un
suono di zampogne
salgono verso il cielo
quasi a creare
una scala
che ci porti lassù
dove ci attende
la stella.
Appendice III - Il capolavoroEra di maggio
quando ti ho scritto per la prima volta dopo mesi di casuali, procurati incontri. Volevo imprimere sul bianco dei fogli quello che provavo per te e che, a parole, non avevo il coraggio di esprimere, nonostante i ritorni a casa fianco a fianco con te, inebriato dai profumi della primavera e dalla tua dolcezza. Quante volte avrei voluto fermare il tempo, restare accanto a te, sdraiato sul marciapiede, ad ascoltare la melodia della tua voce. Allo stesso modo la sera contemplavo la copertina bianca del libro, da te prestatomi, come se in quel candore fosse dipinta la tua immagine. Ad ogni nuovo incontro sempre più completa si faceva la tua bellezza e più mi addentravo nella tua anima più si rendeva evidente. Ancora oggi
non riesco a liberarmi dal desiderio di stare con te anche se da anni mi hai lasciato solo coi miei ricordi - e la nostalgia. Forse per questo i profumi della primavera sono meno intensi, il garrire delle rondini sembra non sprizzare più allegria e a tante cose manca il sale come al mio cuore manca la tua presenza. Non ci sono più i battiti del tuo cuore a scandire le mie notti, ed i tuoi sorrisi ad illuminare i miei risvegli. Non corro più a casa perché ci sei tu ad aspettarmi; ma, a volte, mi ritrovo a scrutare il poggiolo quasi a cercare la tua figura in attesa. Non ci sarà più nessuna
ad attendere il mio ritorno ad accogliermi in questa casa che fu il nostro nido e ora è solo il mio rifugio, tana in cui aspettare il nuovo giorno o riposare dopo le notti di lavoro. Si è spento ormai l'eco della tua voce e si è affievolita la tua immagine ma non si è ancora quietato il tormento per la tua assenza. Penso che questa saudade
mi accompagnerà fino all'ultima meta, mentre con lo sguardo cercherò l'ultimo raggio di luce, sperando di incontrare i tuoi occhi. Appendice IV – Un superiore distacco emotivo (La maturità artistica)
Abbiamo perso,
Resta il tempo,
Resta il sapore
*
Sarà domani.
*
Genova,
29 gennaio 2008
In ricordo dell'alluvione a Genova nel 1970
Ti sei svegliato stamattina
Nota Tanto si dovrebbe ancora scrivere sul perché l’opera di Pastorino abbia i suoi momenti più maturi nella primissima giovinezza e quando egli ha ampiamente superato gli “anta”. Il dettato poetico induce a credere che la parte (anagraficamente) centrale della sua vita è stata per lui problematica e in qualche modo regressiva. A quel periodo è dovuto altro tempo per meglio conoscere la sua biografia ed esegeticamente investigare nella relativa evoluzione-involuzione tecnica. E' in realtà un nodo ancora da sciogliere, un tema da chiarire e ulteriormente sviluppare.
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