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    La felicità difficile di Novella Torregiani

     

     

     

     

     

    Credo che ogni volta che si inizia a leggere un autore o lo si è appena letto, prima di ogni analisi, prima di farsene un’idea, e subito dopo aver soggiaciuto all’incanto dei versi, credo venga naturale pensare al maestro o ai maestri che hanno permesso quella poesia: se si è trattato di maestri involontari nel cumulo caotico dei versi letti, o a quali di essi l’autore si è rivolto dopo ampie e diversificate letture. In questo senso, per quasi tutta la poesia del novecento italiano, valgono le parole che forse prima di ogni altro pronunciò Alfonso Gatto, e che in seguito vennero accettate da tutti: “In un modo o nell’altro” disse “siamo tutti usciti dal pastrano di Ungaretti”. E dunque il discorso vale per Quasimodo, Gatto, Sinisgalli, e altri. Nel caso di Novella Torregiani subito viene da pensare a ‘quel’ pastrano, ma più specificamente si pensa a Salvatore Quasimodo. Sono varie le ragioni – derivazione stilistica ad esempio (magari per il tramite di ulteriori mediazioni) – ma forse sopra tutte le altre, la guerra e il conseguente discredito della intelligenza umana e dell’uso che ne viene fatto: il cui ricordo inquieta Novella Torregiani, pur possedendo ella un animo tendenzialmente sereno; l’animo di una donna che contro la guerra e la follia umana prega; o, che, al massimo dell’ impeto, dolcemente si indigna piuttosto che inveire, quando raggiunto il livello della consapevolezza umana e intellettuale, ha visto, come i poeti vedono, che, sfogliando il libro del tempo, l’Uomo è sempre colpevolmente identico a se stesso; e che, sotto la scorza, intellettualistica e fasulla, della cultura, un ricorrente e altero umanesimo lo sospinge verso quella arroganza con cui rischia di distruggere l’ambiente, gli altri esseri umani; se stesso. Wittgenstein nel suo filosofare si pose un quesito che in noi tutti in un primo momento suscita uno stupore violento. Si chiese: “perchè non posso ammazzare un altro uomo?” Dopo lunga riflessione, ottenne risposta, che, come il quesito, può sembrarci incredibile essendo la risposta fin troppo ovvia. La risposta che scaturì dalle sue riflessioni filosofiche sul perchè un uomo non può sopprimerne un altro è la seguente: “Per la nostra comune umanità”. Dunque è evidente che se un uomo uccide un altro uomo ammazza un po’ anche se stesso: o, magari, anche più di un po’. Dunque questo spiega gli eccessi cui può arrivare l’uomo autore e prodotto di un umanesimo senza limiti. E la nostra comune umanità? Con chi possiamo stabilire una comune umanità? La riposta non dovrebbe prevedere, naturalmente, tutti? Piaga che sanguinerà per tutta la vita, per l’autrice, è la guerra; ella la visse da bambina mentre Salvatore Quasimodo da adulto. Per il poeta di Modica, era vita quotidiana che poteva essere psicologicamente e intellettualmente pensata, acquisita, e smaltita da adulto; non lo stesso per la giovane Novella, nella cui mente tutto è rimasto incomprensibile, e, a tutt’oggi, (cfr. la poesia “Il grido”) quella incomprensione, le si presenta in sogno ma in realtà risale dagli abissi dell’animo in forma di incubo. Cioè, di sintomo che la atterrisce ancora, dandole angoscia. E non c’è nulla, neanche la pietà, che possa addolcire l’atrocità di quella visione onirica. (Nel tormento di notti/ lunghe insonni/ cumuli d'ossa/ turbano la mente./ Non placa l'atroce visione/ la dolce pietà che li avvolge/). Si sente in taluni passaggi, assai personali, anche il coraggio naturale – non vanità, e tanto meno temerarietà intellettuale – di prendere a braccetto un Premio Nobel: (Sei l’uomo della fionda e della pietra/ uomo del mio tempo). E nella citata poesia “Il grido” l’incubo, che non è sinonimo di sogno, induce l’autrice nell’ultimo verso a dichiarare desolatamente: "Uomo: belva di sempre" facendo pensare a una sofferenza che si fa tensione civile, ma forse più che impegno quotidiano, è ricordo costante che nemmeno la pietà riesce ad ammansire e a pacificare. O l’evidenza dell’effimero, per cui tutto muore, tutto è soggetto all’interno mutare delle cose, allo svuotarsi della vita; ma il poeta non può accettare tout court una simile sorte; il poeta, sostiene con ardore di fanciulla Novella Torregiani, tutto crea, tutto ricrea, è questa la divina facoltà dell’artefice, e la vita torna a fiorire tenace là dove prima la si è vista morire. Resta per contro non determinato il tipo di confessione religiosa. Ma una buona verità in proposito è che nella mentalità creativa non esista alcuna demarcazione tra la religiosità laica personale, tipica dei poeti, o la visione religiosa (trascendenza inclusa) di stampo confessionale, o il concetto filosofico - ormai quasi un modo di dire - per cui ' nulla si crea e nulla si distrugge ': fatto sta che Novella, a constatazione avvenuta, dichiara con emozione e sorpresa, la sua certezza: (Ma ostinata la vita fiorisce/ là dove poc'anzi moriva/). E ancora più su, risalendo, come frenare lo stupore davanti alla compiuta bellezza, di lessico, metrica, e perfetta armonia stilistica, davanti alle parole (Assorte spiagge/ in assolato incanto/ intreccio d'ali/ nei leggeri voli/ si stemperano d'oro/). Versi che fanno pensare all’insopprimibile e spontaneo urgere di una volontà felice, a un desiderio di bellezza, che non può essere messo a tacere nonostante la tristezza di un’adolescenza dolorosa, nonostante ricordi quasi penetrati nella carne. Ma dopo la pura bellezza poetica ecco, di nuovo, la desolata tristezza per una umanità che sembra non conoscere la propria fragilità (Ora ho pietà di te / fragile uomo) e arriva a vantare – persino! – la propria condizione: anche qui vediamo la poetessa affratellata nella delusione al già citato Quasimodo, a Ungaretti ("Cessate di uccidere i morti") quando, durante la guerra mondiale, i poeti più e più percepirono il deprecabile degrado dell’uomo pronto all’autodistruzione pur di raggiungere il potere universale. Quella di Novella Torregiani è la pietas tipica dei poeti, ma anche la matura individuazione nell’ Uomo di una umanità quasi inesistente “ora che il tempo/ ha sfogliato libri di saggezza”. E per finire l’esortazione all’umanità perché viva di poesia. Con innocente mitezza, o per merito di una serafica maturità, all’autrice appare doveroso che dal cuore dell’Uomo si levi il canto verso l’azzurro dell’universo, verso l’impensabile infinito: sempre, fino all’ultimo istante di vita: (Canta uomo/ finché alito empie la voce:/ dal cuore all'azzurro/ elèva il tuo poema./ Canta il pensiero/ che supera l'immenso/ prima che giunga/ silenzio/). Il percorso arriva fino alla rassicurante pace che il poeta istituisce senza dubbi tra l’effimero transeunte e l’eterno: (tra effimero ed eterno/ ora sia/ pace/). Vien voglia di chiedersi quali altri tesori vivono ancora nascosti nell’isola intima o, più semplicemente, in fondo al prezioso cassetto in una inspiegabile attesa. Ma forse tanto vale a capire la mitezza di una donna che prega contro la guerra, e la mite indignazione contro la vanagloria di una umanità che pur di non tentare una autentica crescita interumana va verso la catastrofe finale. Ma ci confortano e, soprattutto vengono a sostegno dell’autrice, quei momenti magici, e non rari, che finalmente allietano il suo animo sempre in cerca di letizia: dal fondo dello scrigno segreto, il balzo improvviso e felice di versi intrecciati, come provenienti dall’immersione in un catino pieno d’oro: versi felici, intrisi di pura, aurea, poesia.

     

     

     

     

     

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    “Ricorda, quella storiella, che forse non è nemmeno una storia o io non ne ricordo l’autore. Un vescovo impegnato in prima linea viene invitato a un pubblico dibattito e sceglie di non andarci perché considera la serata tempo perso; ma poi ci va e va per dire che si stanno sbagliando. E li lascia a bocca aperta. E insinua che un giorno quando ci troveremo davanti a Gesù, lui ci dirà: ‘Io ebbi fame e tu mi preparasti un gruppo di studio sulla fame nel mondo’. Pare che quegli intellettuali si innervosirono”.

     

    Da “Aggrappàti alla parola Amore” Santino Cicala,  1999

     

     

     

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    Antonio Pastorino

    Poesie Sparse

    Un poeta e un genere di poesia che manca nella nostra storia letteraria

     

     

     

     

     

     

     

     

    Diceva Mario Spinella, anni fa, che se gli italiani avessero scelto di scrivere in un tono medio e dunque non molto elevato, guardandosi al tempo stesso dal linguaggio accademico e da un linguaggio ordinario, anche in Italia avremmo avuto un romanzo di medio livello e il relativo successo presso il grande pubblico. Queste cose Spinella le scriveva alcuni decenni addietro e nel frattempo c’è stato chi ha provato a mettere in atto questo tipo di narrativa – magari non in gran numero – ma insomma, qualcuno ci ha provato: ad esempio Umberto Eco che ha messo insieme la sua cultura di tuttologo e una rara astuzia intellettuale; o una scrittrice che ha cominciato con un libro illeggibile da una mente edotta (quel Va dove ti porta il cuore la cui ovvietà è sicuramente inferiore al talento dell’autrice), la quale poi ha continuato con libri veri dove sorprendentemente non vi si ritrova la sciatteria furbesca del primo; in proposito va citato un romanzo in cui con mano ferma e gelida, investiga la mente di una malata di schizofrenia. Per ultimo cito lo scadimento totale della nostra letteratura che ha come autore e titolo Federico Moccia, Tre metri sopra il cielo. Per fortuna credo che la lista non sia lunghissima, anche se un diverso fenomeno esiste in sordina, diverso perché riguarda il successo di autori che per fortuna non fanno notizia e non saranno di cattivo esempio per le generazioni future.

    Lo stesso discorso andrebbe fatto per la poesia? Si può (è lecito?)  far notare che in Italia mancano autori come Prevert e Neruda? Credo che Pastorino presentato con il meglio del proprio lavoro a un editore adatto avrebbe non poche chances di essere considerato un fenomeno del tutto nuovo. Si aggiunga a ciò che Pastorino dichiara un grande amore per la musica leggera e per questo forse lo si sarebbe potuto pensare uno chansonnier (e in tale schiera collocarlo); egli infatti ci appare assai spesso chansonnier sia nella produzione in versi, sia in una eventuale produzione da paroliere (o come usa dire nel gergo autore di “parole per musica”, dette anche “parole di servizio”; espressioni consuete tra i musicologi e, tra queste, anche l’atroce dicitura “musica di servizio”, cioè musica per le parole – per le parole si, ma anche musica per il teatro, musica per il cinema, eccetera).

    Ma un problema sorge immediato: può avere dignità d’arte una musica di servizio? Può la musica essere serva di un’altra forma d’arte? Ogni forma d’arte non deve, per sua stessa struttura ontologica, essere libera? Si può anche solo immaginare una forma d’arte che non sia libera e che non renda liberi, e che non tenda alla libertà? Dunque può esistere una parola – penso ai parolieri di professione – che sia serva delle classiche 18 battute di una canzone? Di certo, il discorso non finirebbe più anche perché come ho scritto altre volte, e tante volte - in una battaglia senza esclusione di colpi – denunciato, la canzone (e tutto ciò che è popolare e leggero) ha avuto prima la sua esaltazione in un’epoca di massiccia e oculata commercializzazione, quindi ha ottenuto giustificazione artistica anche da un punto di vista ideologico-politico-morale. Dunque, calma: meglio non arruolarsi a una battaglia senza speranza, meglio evitare discorsi seri sulla musica leggera, e i film leggeri... I loro sostenitori sono fieramente antidemocratici e non tollerano opposizione di sorta. Magari bisogna indulgere, dar loro atto che ignorano il plutocratico calcolo commerciale che presiede la canzonetta e il film leggero; così come, ahinoi, sconoscono “le lunghe solitudini al laboratorio” (P.P.Pasolini) che necessariamente stanno dietro un’opera poetica, la dimensione temporale e la vastità di pensamenti e ri-pensamenti, il faticoso labor limae che rende un’opera poetica degna di tal nome.

    Naturalmente qualcuno si chiederà se questo discorso sull'arte leggera e sulla tendenza a una poesia naif e il suo dichiarato amore per la musica leggera sia un modo per porre in una luce "particolare" un autore come Pastorino.

    Certamente no. Pastorino non è un commerciante, la sua carica sentimentale e affettiva lo salva dal rischio della scelta furba, nonostante la sua produzione dal processo di ideazione all’esito espressivo porti l’utente a una lettura facile. Ciò nonostante mai Pastorino ha ritenuto la poesia merce per un baratto – diabolico e inutile - tra il dolore e l’alloro.

    Pastorino è poeta vero, e uomo grande; un’ anima pia (il tutto ormai fuori moda), un’anima di grandi tenerezze, di passioni viscerali e di autentica disperazione per quanto concerne il piano affettivo. Non è uno che per puro produttivismo ami ripetersi, tuttavia egli si ripete con il crudele accanimento di chi sa e costantemente dichiara che non esiste terapia al suo disagio di uomo che ama non riamato; e se si ripete è perché accade a tutti di riproporre lo stesso tema, lo stesso problema, quando tale problema non sia stato risolto né si intraveda una soluzione possibile.

     

     

    Io poi mi chiedo con i dubbi più sinceri se un autore come Pastorino sia in ritardo o in anticipo sulla Storia. In ritardo sugli autori su detti  (Prevert,  Neruda) o in anticipo sulla svolta che in un prossimo futuro potrebbe avere la poesia in Italia.

    Il suo modo di far poesia ci porta a una scrittura semplice, ricca di modi collaudati, una scrittura strenuamente difesa dall’autore al punto che egli considera persino irritante l’altrui proposta di dare una maggiore caratura al suo modo espressivo elettivamente popolare. Pastorino, infatti, definisce naif il proprio poetare, e considera se stesso poeta il cui unico scopo è quello di comunicare con altri esseri umani, sottraendosi in tal modo, anche in prospettiva futura, al raffinamento della propria tecnica ed esibendo versi che grondano amore e disperazione, e lacrime sincere per l’amore perduto. Il tutto nella certezza ripetutamente confessata di mai più incontrare quella figura femminile, figura liberatrice, che possa corrispondere al suo bisogno d’amore.

    Sono a tal proposito di validissimo esempio versi (te ne andrai lontano/la tua voce/ non griderà più/il mio nome.../) dove il pensiero del lettore corre al punto più alto, indiscutibile, dell’amore spirituale certo, ma anche fisico, l’amplesso con il nome dell’amato gridato nello spasimo della passione…

    E anche le poesie che seguono sono un valido esempio sul suo tenace perseverare nella tristezza che non esista per lui l’incontro d’amore cui ha dedicato e dedica le sue smanie quotidiane.

     

     

    I miei giorni con te,
    un tempo smarrito,
    anzi perduto,
    che nemmeno il ricordo
    potrà mai ritrovare.
    Resta il freddo
    di una solitudine
    non voluta,
    figlia dell'abbandono.
    A conforto solo
    il tiepido abbraccio
    di qualche amicizia vera,
    assieme ai sogni.
    Quelli non hai potuto
    cancellarli e, ancora,
    popolano questi
    miei giorni di assenza.

     

     

    La scelta-esempio è qui necessariamente limitata, considerando la grande profusione di versi di cui egli è capace. E spesso volano parole e frasi consuete che fanno arrabbiare, per eccesso d’affetto, il critico e l’amico: “Non potrai mai amarmi” “Ho bisogno di carezze/ (…) di un abbraccio che mi fasci/ come un salvagente, per non affondare/ in mezzo ai flutti/ della vita“. “Ho bisogno del calore che/ solo, la coperta/ dell'amore/ riesce a dare/”.

    La sua solitudine sembra tuttavia trovare a volte brevi scampoli di serenità in momenti come quelli espressi nella poesia che segue, dolcissima, tutta di getto, che acquieta il suo animo e mette a proprio agio il lettore.

     

     

    Com'è placido

    e sereno

    l'imbrunire

    in questa sera

    di un autunno

    ancora imberbe.

    Calano le ombre

    sulla giornata

    che volge al fine:

    i pensieri si fanno

    frase che vola

    sulla fresca brezza

    che accompagna il tramonto

    per portare un tenero saluto

    a chi c'è lontano

    nello spazio e nel tempo

    ma non nel cuore.

     

    (vedi altre poesie del genere in Appendice IV)

     

     

     

    Dunque fin qui (a parte i versi appena citati) un gruppetto di versi che grondano emozioni, versi dove la tristezza, la disperazione (nel beninteso senso di non-speranza), viene espressa facilmente, e fatta diluviare senza ritegno; sembra addirittura che l’autore per una sua innocente superstizione intellettuale non abbia nemmeno riletto i versi che propone (ma, possibile che non l’abbia fatto?); si direbbe che manchi della spietata autocritica che costringe ogni autore a sofferenze inevitabili, e, passando per la fase del tormento stilistico, approdare all’ossessione perfezionista. Insomma: sembra che ai testi di Pastorino manchi il lavorìo doloroso dell’autocritica.

    Ma saltiamo ad altro: i versi che andiamo ad esaminare sono invece radicalmente diversi. Si tratta di una poesia che merita un encomio speciale. Qui, benché l’autore tratti lo stesso argomento, con lo stesso lessico, non propone più lo stesso andamento espressivo;  egli improvvisamente ci pone davanti, quale gradita sorpresa, uno stile sorprendentemente asciutto. Ci si chiede persino se egli abbia iniziato un percorso nuovo, o, inconsapevolmente abbia cauterizzato la ferita e dunque prosciugato quel pianto sincero e motivato, e in virtù di tale processo abbia finalmente prodotto versi asciutti, sfebbrati, dotati di un superiore sguardo sulla materia che va trattando da decenni…

    E’ una poesia certamente nuova, qui tutto viene visto da una postazione superiore, senza urlare a tutti i venti il dolore della solitudine. Ma quante volte Pastorino ci aveva messo di fronte a un prodotto reiterato, somigliantesi, parti facili ma dolorosissimi, quante volte aveva urlato il suo dolore forse fiduciosamente sperando di colpire la sensibilità del lettore o forse accontentandosi del consenso immediato - e irrimediabilmente confortante ed effimero - in un commento tra amici su un foglio elettronico?

    Ma ecco la poesia che propone il superiore distacco che da un merito speciale a ogni artista:

     

     

    Abbiamo perso,
    ma abbiamo anche vinto...

     

    Resta il tempo,
    quello trascorso insieme,
    quello del ricordo...

     

    Resta il sapore
    dei baci,
    la dolcezza
    delle carezze,
    il calore
    degli abbracci.


    Resta la trepidazione
    dell'attesa,
    condita dalla speranza
    per un futuro
    nel segno del sempre.


    Da ultimo,
    solo la nostalgia,
    il melanconico rimpianto
    fanno corona
    al cammino
    che mi rimane
    da compiere
    sulle strade
    della solitudine.

     

     

     

    E continuando sulla scìa delle sue produzioni migliori, cioè di quei versi che non grondano lacrime e sangue, versi anzi ancora asciutti e significativi di un Pastorino diverso, ecco un’apertura alla speranza, ecco una poesia che inizia, e finisce, con i verbi al futuro

     

     

    Sarà domani.
    Il tuo sorriso
    nel rosato chiarore
    dell'alba,
    la tua carezza
    nella fresca brezza
    del mattino,
    il tuo bacio
    nel cielo infuocato
    del tramonto,
    la luce del tuo sguardo
    nel tremulo occhieggiare
    delle stelle,
    il delicato sapore
    della tua pelle
    nel profumo
    delle rose.
    Io sarò lì....
    a gustarli.

     

    (vedi altre poesie simili in Appendice IV)

     

     

     

    Dalla scrittura asciutta, che non straripa fuori dal verso, una poesia con una intonazione dura, per certi versi inattesa, per una radicale, sferzante, critica sociale

     

     

    San Silvestro

     

    Maschere beffarde,

    siete voi che mi guardate

    dall'alto delle case,

    siete voi che incontro

    ai crocicchi delle strade:

    larve viventi

    nei vostri sprazzi di gioia,

    futili esseri annegati

    in un mare di noia.

    Siete voi che rompete la notte

    con lo scoppio di inutili fuochi.

    Ciò che volete

    è già morto,

    ciò che sperate

    l'avete già avuto,

    l'avete distrutto

    senza neppure vederlo.

    Ciò che avevate

    lo riscoprirete

    nel freddo di

    una bianca tomba.

     

    (scritta nei primi anni ’70)

     

     

    E’ questo un genere di poesia che, a mio avviso, non incontrerà mai detrattori. Poesia da pieno Novecento, poesia della realtà vissuta e trasportata sulla pagina con grande lucidità attraverso un limpido processo ideativo. Questo genere di poesia è stato scritto in America e nella Francia esistenzialista ed è un modo di scrivere così aderente alla realtà che per tal motivo non potrà mai dispiacere il lettore. Nessuno mai arriccerà il naso, nessuno penserà a una tecnica che possa essere superata nel tempo. E’ come dire che se un autore punta lo sguardo sulla realtà la mano che trascrive ciò che vediamo (e proviamo) non può tremare.

    Quella appena letta è una poesia dell’autore ventenne. Ma è limpida, vera; amabile e rispettabile. L'ho letta e riletta prima di convincermi che fosse uscita dalla penna di Antonio Pastorino.

    C’è poi una poesia da citare come un evento poietico a sé. Poesia unica nella produzione di Pastorino, dove i versi sono dotati di grande intensità, di perfezione stilistica, con un impasto linguistico di primordine, impasto che si è andato creando nella mente dell’autore ancora prima che egli ponesse mano a carta e penna.

     

     

    Quando non ci sarò più
    resterà il mio respiro,
    mescolato al vento,
    a portarti le mie carezze.

     

    Quando non ci sarò più
    resteranno i miei occhi,
    dentro un raggio di sole e di luna,
    per portarti la luce.

     

    Quando non ci sarò più
    resteranno i battiti del  mio cuore,
    scanditi sul tempo che passa,
    a far da orologio alle tue giornate.

     

    Quando non ci sarò più
    resterà il mio ricordo,
    nei  momenti più difficili,
    per conservarti la speranza.

     

    Quando non ci sarò più
    resterà l'eco della mia voce,
    mescolata alla musica,
    per cantarti una eterna canzone.

     

    Quando non ci sarò più
    resteranno le mie parole,
    a comporre frasi nuove,
    per  una continua poesia.

     

    Quando non ci sarò più
    resterà sempre il mio amore,
    come un fiore deciso a non appassire,
    per regalarti il profumo della vita.

     

     

    E’ una poesia che da uno scossone al lettore, una poesia che rispetto alla precedente produzione scopre possibilità tecniche nuove, ma lungamente rimaste segrete, alle quali l’autore stesso, chi sa poi perché, non sempre attinge; una poesia che peraltro ha entusiasmato una poetessa di lungo corso come Novella Torreggiani: ”Sono rimasta senza parole! (…) quanto hai scritto è di una bellezza ed intensità emotiva che lascia, ti dirò, in estasi... Meditare su ogni stupenda immagine che hai saputo creare, è elevarsi insieme alla tua anima per raccogliere quanto di più bello un essere umano possa offrire, non solo alla sua donna, ma a tutti, come hai fatto tu con noi, amico carissimo e sempre più elevato nella poesia ”. Parole, queste, che abbiamo trovato a commento dei su detti versi nella pagina web dell’autore in data 23.10.2007.

     

      

    Da considerare inoltre un altro capitolo della variegata produzione di Pastorino. E’ un capitolo dove possiamo collocare schizzi, paesaggi bloccati in un flash, versi brevi dotati di rara concisione stilistica; piccole poesie quasi tutte scritte durante l’adolescenza dell’autore o subito dopo.

    Ecco un esempio:

     

     

    Verrà il tempo
    che cadranno le foglie,
    il vento d'agosto
    avrà spento l'amore.
    La gelida nebbia d'autunno
    coprirà le carcasse
    nei campi.
    Tu sola sarai
    alta nel cielo,
    lontano dagli spari
    e dal fumo che,
    ad ogni istante,
    strappano qualcosa
    di noi.

      

    Febbraio 1967

     

     

    (Vedi altre poesie del genere in Appendice II)

     

     

    E’ l'incanto che Pastorino crea sulla pagina con versi che ricordano quelli che con tenerezza e passione abbiamo letto nei libri delle Elementari. Penso a poeti come Ada Negri, Renzo Pezzani, Angiolo Silvio Novaro. Ecco la conferma. La poesia seguente è ancora di quelle in cui la tenerezza trafigge l'animo dando quel sussulto di gioia misto a un attimo di inevitabile nostalgia.

     

     

    Natale

     

    Un fiocco di neve

    dondola appeso

    al cielo, brillano cristalli

    di ghiaccio

    fra le rogge.

    Le note di un

    suono di zampogne

    salgono verso il cielo

    quasi a creare

    una scala

    che ci porti lassù

    dove ci attende

    la stella.

     

     

     

    (Vedi altre poesie del genere in Appendice II)

     

     

     

    E infine ecco il capolavoro: un capolavoro di poesia popolare, poesia leggera senz’altro anche perché del tutto esplicita, densa però nell’impasto linguistico, dove il rimpianto dolorosamente rimescola la carne dell’anima senza pretesa alcuna di strappare a tutti i costi il consenso del lettore. L’autore parla qui a un amore perduto, ma mentre le parla è in perfetta sintonia con se stesso: non alza al tempo stesso lo sguardo a sbirciare verso la platea dei lettori, a sogguardare per cercare di capire cosa pensino di lui.

     

     

    Era di maggio
    quando ti ho scritto
    per la prima volta
    dopo mesi di
    casuali, procurati incontri.
    Volevo imprimere
    sul bianco dei fogli
    quello che provavo per te
    e che, a parole, non avevo
    il coraggio di esprimere,
    nonostante i ritorni a casa
    fianco a fianco con te,
    inebriato dai profumi
    della primavera e
    dalla tua dolcezza
    .

     

     

    (vedi Appendice III)

     

     

    Concludendo. Questo genere di poesia può mettere in crisi chiunque si avvicini ad essa con intelletto educato all’arte poetica. E’ una poesia antiaccademica, immediata, spontanea, antiletteraria. Colgo l’occasione per specificare che proprio per questi miei quesiti mi sono avventurato sul sentiero accidentato – accidentato per me che sono sempre stato fermo nel cercare di salvare l’autore da quella ingenuità naif, specificità naif da lui difesa a spada tratta – e dunque scrivere questa piccola nota. Perché mi ha sempre stimolato, qualche volta irritato, per i suoi modi inconsueti nell'arte poetica (cioè con modi di dire collaudati, espressioni che è dato sentire in tv, o al mercato, in un pubblico locale o in una chiacchierata tra amici), mi ha sempre stimolato - ripeto - qualche volta irritato, per i suoi modi leggeri anche se egli non è mai stato frivolo, anzi ha proposto versi tristissimi, urlati senza un velo di pudore certo necessario, versi innocenti nella loro immediatezza, ma innocenti anche perchè privi di un filtro mimetico. Ecco perché considero la poesia appena citata un capolavoro ma poesia leggera: perché sono versi dalle forme aperte, dove tutto è espresso, dove non c’è altra materia segreta. Tutto è detto, tutto è qui, chiaro, preciso, chiaramente detto, pertinacemente detto. E’ un capolavoro di poesia popolare, ma… ma non salta subito alla mente quanto diceva Ungaretti? “Di questa poesia/ Mi resta/ Quel nulla/ Di inesauribile segreto/”. Ecco, amici lettori, tante volte mi sono affettuosamente arrabbiato con l’amico Pastorino, per di più talvolta compreso, ma tante altre volte incompreso e per di più rimbrottato…

    Ma a proposito di ciò che mi ha indotto a scrivere questa nota, non posso che ribadire il mio inquieto quesito… E se Pastorino fosse in anticipo sulla Storia? E se trovando l’editore adatto al genere egli venisse considerato un poeta nuovo, un poeta che realmente manca nella Storia delle patrie lettere, visto che da noi, data l’enorme tradizione artistico-letteraria, tutto ciò che facciamo deve essere come minimo sui livelli del premio Nobel? Chi mi dice che Pastorino non potrebbe essere considerato un poeta nuovo? Chi mi dice che non potrebbe essere considerato un poeta che nel suo genere più che raro è egli praticamente unico?

     

     

                                                                                                                

     

     

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    Piccola Antologia di giudizi Critici

     

     

     

     

     

    Il poeta sente che “deve” scrivere perché qualcosa d'importante gli ha toccato il cuore. Deve scrivere, deve aprirsi agli altri per donare messaggi positivi o esternare i propri sentimenti.

    E' interessante quanto ci hai proposto e i diversi modi di esprimersi fanno parte dell'evolversi della lingua ed anche dei linguaggi particolari come, appunto, quello poetico che non può restare sempre identico a se stesso, ma nel contempo, ha l'obbligo di conservare quelle diversità particolari ed essenziali della poesia che lo diversificano dalla prosa.

     

    Novella Torregiani

     

     

     

    Ho letto spesso un umile poeta, un uomo inquieto dentro, alla ricerca di qualcuno che gli regalasse un attimo di pace. Non di rado, le emozioni suggerivano al poeta le medesime parole già scritte. Non di rado, il ricordo di un gesto, il sospiro di un silenzio, l'oro del sole che moriva poco a poco, il singhiozzo del cuore, lo allontanavano dalla realtà presente. D'improvviso veniva turbato, poi nasceva come un fiore in una notte buia per accendere quella luna spenta, inutilmente. Per un momento d'amore. Di quanti momenti ho letto, un momento passato, un momento presente, uno che verrà e che renderà più viva la speranza, più vero il suo sorriso, più lucidi i suoi occhi, più aperta la sua anima; più sicuro il suo cuore. Ho avuto il piacere e la fortuna di conoscere Antonio Pastorino, un uomo completo.

     

    Francesca Alessandrini

     

     

     

    Quante note ha l'amore? Malinconiche, dolci, felici, lamentose, erotiche, complici, tristi... E quante variazioni nella poesia... (…) Sempre belli i tuoi post.

     

    Harielle, an angel in the city

     

     

     

     

    Antonio, posso dirlo? Quando sei meno intimista sei più bravo.

     

    Giuseppe Pilumeli

     

     

     

    Che versi, Antonio, nudi e veri, per usare una terminologia leopardiana!!!! Molto belli, complimenti!!!

     

    Carmelina Giordano

     

     

     

     

     

    Nota

    Quasi tutti questi giudizi critici sull’opera di Antonio Pastorino sono tratti dal suo blog e per questo motivo riguardano in modo evidente un singolo post, una singola poesia. Ciò nonostante talvolta capita che un commento da blog contenga elementi critici che hanno carattere generale.

     

     

       

  •  

  • Appendice I - Lacrime e disperazione

     

     

    Entrerai in una folla oscura,
    ormai sarai una come tante,
    inutilmente griderò il tuo nome
    per strade sconosciute,
    non sarai più al mio fianco
    a stringermi la mano.

     

    Ormai ti ho perduta
    per sempre…

    te ne andrai lontano
    la tua voce
    non griderà più
    il mio nome...

     

     

    *

     

    Forse un giorno
    ti accorgerai di me,
    di questo mio spiarti
    dall'altro lato del marciapiede
    su cui cammini.

     

    Forse i tuoi occhi
    si poseranno sui  miei
    e vedrai lo sguardo
    che, per tanto tempo,
    ti ha accompagnato, silenzioso,
    mentre parlavi con le amiche,
    ti soffermavi sui colori delle vetrine,
    scrutavi la strada.

     

    Forse, da quel momento,
    anche tu mi accompagnerai,
    coi tuoi pensieri,
    nei miei passi quotidiani.

     

    Forse, allora, troveremo insieme
    mille modi di incontro
    per sentirci soli, io e te,
    anche in mezzo alla folla
    o nel caos del traffico.

     

     

     

    *

     

     

    Ho bisogno
    di carezze,
    di un sorriso
    da leggere anche
    nello sguardo,
    di un abbraccio
    che mi fasci
    come un salvagente,
    per non affondare
    in mezzo ai flutti
    della vita.
    Ho bisogno
    di stare seduti
    accanto, in silenzio,
    parlandoci attraverso
    un'energia d'amore
    che sgorga dall'anima
    e si trasmette
    col contatto stretto
    delle nostre mani,
    con la fusione
    delle nostre labbra,
    nel compenetrarsi
    dei nostri corpi,
    mentre i nostri respiri
    si fondono
    nella veglia e nel sonno.
    Ho bisogno
    del calore che,
    solo, la coperta
    dell'amore
    riesce a dare.

     

     

    *

     

    Non potrai mai
    amarmi.

    So e sento che tu
    non ti innamorerai
    mai di me,
    per i tuoi verdi anni,
    per questo tempo
    che ci separa
    ed esclude l'amore
    dal  nostro futuro.

    Forse, come già
    è accaduto,
    mi accontenterò
    di un'amicizia
    che da e non prende,
    abbandonando sogni
    e chimere.

    Proverò ad accompagnarti,
    in silenzio, nel tuo viaggio
    verso chi ti darà
    davvero amore,
    perchè tu risponderai
    col tuo cuore al suo.

    Solo quel giorno
    sarà il vero addio,
    perchè avrò trovato
    a chi affidarti.

     

     

     

     

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    Appendice II – Versi brevi: Tra foto d’epoca e radiografia intima

     

     

     

    Questo giorno grigio
    è finito,
    ma non ci sarà
    un domani.
    Il domani
    lo abbiamo vissuto
    e distrutto
    nei giorni passati.
    Nulla potrà più parlare
    al nostro cuore,
    il fumo e gli spari
    copriranno le nostre voci.
    Noi morremo,
    senza accorgercene,
    perchè siamo già
    morti.

     

    Marzo 1967

     

     

     

    Cadeva la pioggia,
    gocciolando sul
    grigio cemento:
    alberi nudi, contorti;
    volti grigi, irreali;
    suoni freddi, ovattati;
    luci gialle, assonnate;
    questa è
    la grande città
    dei fantasmi.


    Dicembre 1969

     

    Natale

    Un fiocco di neve
    dondola appeso
    al cielo, brillano cristalli
    di ghiaccio
    fra le rogge.
    Le note di un
    suono di zampogne
    salgono verso il cielo
    quasi a creare
    una scala
    che ci porti lassù
    dove ci attende
    la stella.
     
     
     
     
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    Appendice III - Il capolavoro

     
     
     
    Era di maggio
    quando ti ho scritto
    per la prima volta
    dopo mesi di
    casuali, procurati incontri.
    Volevo imprimere
    sul bianco dei fogli
    quello che provavo per te
    e che, a parole, non avevo
    il coraggio di esprimere,
    nonostante i ritorni a casa
    fianco a fianco con te,
    inebriato dai profumi
    della primavera e
    dalla tua dolcezza.

    Quante volte avrei voluto
    fermare il tempo,
    restare accanto a te,
    sdraiato sul marciapiede,
    ad ascoltare la melodia
    della tua voce.
    Allo stesso modo
    la sera contemplavo
    la copertina bianca
    del libro, da te prestatomi,
    come se in quel candore
    fosse dipinta la tua immagine.
    Ad ogni nuovo incontro
    sempre più completa
    si faceva la tua bellezza
    e più mi addentravo
    nella tua anima
    più si rendeva evidente.


    Ancora oggi
    non riesco a liberarmi
    dal desiderio di stare con te
    anche se da anni
    mi hai lasciato solo
    coi miei ricordi -
    e la nostalgia.
    Forse per questo
    i profumi della primavera
    sono meno intensi,
    il garrire delle rondini
    sembra non sprizzare più allegria
    e a tante cose manca il sale
    come al mio cuore manca
    la tua presenza.
    Non ci sono più
    i battiti del tuo cuore
    a scandire le mie notti,
    ed i tuoi sorrisi
    ad illuminare
    i miei risvegli.
    Non corro più a casa
    perché ci sei tu ad aspettarmi;
    ma, a volte, mi ritrovo
    a scrutare il poggiolo
    quasi a cercare
    la tua figura in attesa.

     
    Non ci sarà più nessuna
    ad attendere il mio ritorno
    ad accogliermi in questa casa
    che fu il nostro nido
    e ora è solo
    il mio rifugio,
    tana in cui aspettare
    il nuovo giorno
    o riposare
    dopo le notti
    di lavoro.
    Si è spento ormai
    l'eco della tua voce
    e si è affievolita
    la tua immagine
    ma non si è ancora
    quietato il tormento
    per la tua assenza.
     
     
    Penso che questa saudade
    mi accompagnerà fino
    all'ultima meta,
    mentre con lo sguardo
    cercherò l'ultimo
    raggio di luce,
    sperando di incontrare
    i tuoi occhi.
     
     
     
     
     
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    Appendice IV – Un superiore distacco emotivo (La maturità artistica)

     

    Abbiamo perso,
    ma abbiamo anche vinto...

     

    Resta il tempo,
    quello trascorso insieme,
    quello del ricordo...

     

    Resta il sapore
    dei baci,
    la dolcezza
    delle carezze,
    il calore
    degli abbracci.


    Resta la trepidazione
    dell'attesa,
    condita dalla speranza
    per un futuro
    nel segno del sempre.


    Da ultimo,
    solo la nostalgia,
    il melanconico rimpianto
    fanno corona
    al cammino
    che mi rimane
    da compiere
    sulle strade
    della solitudine.

     

     

    *

     

     

    Sarà domani.
    Il tuo sorriso
    nel rosato chiarore
    dell'alba,
    la tua carezza
    nella fresca brezza
    del mattino,
    il tuo bacio
    nel cielo infuocato
    del tramonto,
    la luce del tuo sguardo
    nel tremulo occhieggiare
    delle stelle,
    il delicato sapore
    della tua pelle
    nel profumo
    delle rose.
    Io sarò lì....
    a gustarli.

     

     

    *

     

    Genova,
    senza confini,
    città di mare,
    stretta nei vicoli,
    fatta di "crose"
    erte sui colli
    schiuse su spiagge,
    cinta da mura,
    chiusa dai monti,
    piena di vento,
    ricca di sole.
    Genova
    città superba:
    ricchi palazzi,
    porto e commerci,
    nuove attrazioni.
    Genova
    città di incroci,
    contraddizioni:
    bella dal Righi,
    brutta ai confini.
    Genova
    pochi bambini,
    tanti immigrati.
    Genova
    città natale,
    mia patria amata,
    in te ho vissuto
    tutta la vita,
    in te,
    tra i monti e il mare,
    potrò dormire
    l'ultimo sonno.

     

    29 gennaio 2008

     

     

    In ricordo dell'alluvione a Genova nel 1970

     


    Genova: 8  ottobre 1970.

     

    Ti sei svegliato stamattina
    in una città diversa:
    ti sentivi distrutto
    come i muri e le strade
    di quella massa di fango.
    Ma hai avuto coraggio:
    sei sceso nelle strade
    con le pale e coi secchi,
    col pianto in gola e
    il dolore negli occhi.
    Hai spalato quintali di fango,
    asciugato fiumi di acqua
    sporca e assassina,
    ricomposto decine di salme,
    vecchie e nuove.
    Ma non hai mai pianto,
    non c'era il tempo.
    E ogni giorno,
    con le spalle più curve
    e gli occhi più bassi,
    continuando anche
    nella polvere accecante,
    hai ricomposto le forme
    della tua cara città.

     

     

     

    Nota

    Tanto si dovrebbe ancora scrivere sul perché l’opera di Pastorino abbia i suoi momenti più maturi nella primissima giovinezza e quando egli ha ampiamente superato gli “anta”. Il dettato poetico induce a credere che la parte (anagraficamente) centrale della sua vita è stata per lui problematica e in qualche modo regressiva. A quel periodo è dovuto altro tempo per meglio conoscere la sua biografia ed esegeticamente investigare nella relativa evoluzione-involuzione tecnica. E' in realtà un nodo ancora da sciogliere, un tema da chiarire e ulteriormente sviluppare.

     

     

     

     

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    .

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    Non volevo no
    che mi riportassi indietro
    la vita che hai carpito
    e che volentieri ti diedi.
    Volevo che la tenessi
    come io tenevo la tua
    teneramente
    nelle mie mani adoranti.