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    Ah giorni caldi di un’estate antica

    siete rimasti memoria e incanto

    negli occhi vitrei e nell’ansia stupita,

     

    del fanciullo che in estasi adorante

    vi guardava chiari cielo e mare

    puri d’un azzurro che più che estivo

     

    non si potrà mai dire. O giorni ampi

    nella memoria ferma, bloccata, lampi

    di un flash eterno, di un istante solo.

     

    E sono lì ancora nel primo meriggio

    quando il cielo scolora quasi in sonno,

    sfuggivo il pranzo per venire al poggio

     

    modica altura, solo, per rapirmi

    godendo la calura e il gran silenzio  

    la solitudine i vasti spazi e solo mia,

     

     

    quella visione che avvicina a Dio.

     

     

     

       30.4.2009

     
     
     
     
     

    E’ una poesia che desideravo scrivere. Volevo fortissimamente ma ho dovuto aspettare. L’ho portata in grembo per anni e ora non mi importa del risultato. Era qualcosa che volevo esprimere: il ricordo, cioè, dell’estate come l’ho vissuta da bambino. Una sorta di sentimento mistico della bella stagione. Era il solo periodo dell’anno in cui il mio sentimento dell’universo era totale. E so che dichiarare la propria immedesimazione con un vissuto universale sia poco elegante; e un po’ come millantare. Eppure era questo il mio sentimento della bella stagione. Tanti anni fa. Adesso è tutto il contrario.

    Tempo fa ho affisso una sorta di avviso in bacheca… Mi rivolgevo a chi avesse voglia di seguirmi mentre pubblicavo una nuovissima (e anche per me, fino a qualche tempo prima, inattesa) esperienza: mi chiedevo se all’inizio del secondo millennio fosse ancora possibile scrivere sul metro della tradizione.

    Era il 21 marzo. Oggi, 21 giugno.  L’esattezza delle date è casuale.

    Ma per ora sospendo. Non è detto che non torni a tediarvi in seguito.

     

     

     

     

     

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    Linda sentii morire ogni gioia
    nel sapere che la nostra atmosfera
    non sarebbe mai più stata com’era

    da quando l’atomica horror senza attributi
    era stata provata su città, e uomini e donne,
    facendo scempio delle loro carni,

    dissolvendo in frazioni di un istante
    intere vite, vite in tutto simili
    a quelle di chi, folle, uccideva

    per sempre affossando se medesimi
    di colpe e devastando l’aria e la gioia;
    ma più dolce fu sentirlo da te teneramente

    con grazia femminile e di sorella
    e ho in mente la tua voce esitante
    il tuo viso triste nell’espressione bella

    e il tuo sguardo ricordo in quell’istante.

     

    21.5.2009

     
     
     
     

    Nota
    Eravamo ragazzi, un tardo pomeriggio, al Ponte; chiacchierando chissà su cosa, chissà come il nostro discorso cadde su un argomento tanto triste: mia sorella disse che da per tutto, anche lì, in campagna, dove eravamo, l'atmosfera non era più la stessa dal giorno in cui era stata usata la bomba atomica. Mi sentii morire dentro, tutto mi si scolorì davanti agli occhi; e per alcuni giorni pensai a questa cosa.

    Il luogo che chiamavamo “Al Ponte” era la favolosa cascina dei nonni paterni. “Era la casa delle mie estati lontane” (E. Montale)





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    Oh perché mai denigrare i tanti

    con le mani in tasca e le spalle al muro,

    lo sguardo impuro dritto nel vuoto;

    o quelli che con il passo di chi         

    trasandato si mostra sicuro di sé

    spalle dritte e pugni chiusi oscillanti

    all’altezza delle cosce scattanti

    come a sfidare nemici non comprare

    il giornale sportivo con gli ultimi spicci.

    O in queste mattine grandiose

    il passeggio tra l’edicola adorna

    e il bar che sforna cappuccini, caffé,

    i dolci alla crema sui bei tavolini

    allineati e coperti, dove vecchi trentenni

    giocano a tresette litigando in cortile;

    e giocano, giocano e io non so se ignorando

    benché - sia di loro proprietà - il dolore

    di vedersi la vita passare aspettando;        

    giocano si o in piedi urlano per mostrare

    al nemico la loro mens sana e intelligente

    in questa sacra intangibilità (o veggenza)

    della perizia di un gioco dal vero astraente…

     

     

     

    Il gioco infinito al bar; e far pagare

    il caffé a qualcuno è osanna e peana,

    il trionfo che consente il rientro a casa

    senza nervi tirati e rilassati sedere

    davanti alla tivù a rivedere

    la stessa partita che antenne

    a pagamento offrono varie volte in un giorno

    invariabilmente fin che il giorno di nuovo

    rinasce subito dopo il pranzo e

    invariabilmente dura fino al pomeriggio, tardi,

    in partite infinite, e urla, bestemmie,

    e dimostrazioni (ancora) di superiorità di mente

    mentre le luci accendono la sera

    e la gente rientra con facce perplesse

    di cui hai imparato a indovinare

    dalle espressioni amare le disattese promesse.

    E forse il problema non è più,

    o non è mai stato, qui dove l’atarassia

    è sconfitta plurisecolare, mai, mai stato

    nel non poter più parlare, e non è nemmeno

    nel non poter più essere ascoltati, non dico capiti,

    ma forse nel sentire più alto il rischio di parlare

    col cambio facile tra chi parla e chi alza sguardi

    severi, stupiti, gli sguardi sorpresi di chi esterrefatto

    si chiede cosa mai accade, pronto a dar del matto

    a chi non si sa perché non sia già stato spedito

    al Mandalari; qui dove tutto si paga in noncuranza

    e dove riso e scherno son letteratura e poesia,

    e filosofia superba occasione per ridere

    con una risata di malriuscita afasìa...

     

     

     

    Bevo il caffé frettolosamente,

    oggi è la seconda volta, ma uno

    che avevo visto alla ringhiera grigia

    a destra, stamattina, è ancora lì, di nuovo,

    e sembra abbia in affitto lo spazio, lì,

    lo vedo lì da anni, forse ne ho un ricordo

    invernale perché ha sempre quel giubbotto

    come fosse natale, e una sciarpa,

    in questi giorni radiosi di aprile:

    sempre lì, sotto il moderno portico

    e se ne sta solo, solo ascolta un suo pensiero,

    a sguardo perplesso, ma non fuori di sé,

    ma dentro, più dentro, che per un’altra volta

    potremmo dire ancora retroflesso.

    Torno a casa, radendo i muri. Devo

    aver dato fiducia a chi non meritava;

    a qualcuno che può avermi fatto dubitare

    di me se adesso a me chiedo perplesso

    dove mai attingo il permesso

    di stupirmi di questa piccola vita,

    del rimosso dolore di gente giovane adulta

    senza occupazione che coccola la nonna,

    e la pensione, dicono i giornali, ripetono

    consenta in questi 150 anni di crisi

    quel lusso vile che sa di fenomenale

    che un tempo chiamarono,

    con espressione triste ma elegante

    questione meridionale.

     

     

    Torno a casa, radendo i muri, penso

    mentre estraggo le chiavi e apro il piccolo

    portone a vetri ad un altro giorno andato;

    penso a noi separati in casa, in quartiere,

    nel borgo oggi imbiancato ma sepolcro

    tuttavia, qui dove sono cresciuto,

    a Gianni che chiama necropoli le città,

    a me che costretto a tornare sogno

    un’altra fuga e una volta ancora stupisco

    al sorriso trentenne della mia anziana madre,

    al suo venirmi incontro a passo di danza,

    e a come tornerò, salite due piccole rampe,

    al mio tavolino e al computer, miracoloso

    regalo di un compleanno passato;

    e a me penso in questa oasi di pochi metri quadri,

    piccolo modesto appartamento,

    un lusso anche per me

    tutto devoluto all’ozio letterario.

    Ed eccomi, gomito puntato sul tavolo,

    guancia nella mano, nell’altra il mouse,
    fisso sullo schermo l’idea virtuale della carta

    e il foglio bianco su cui figgo quotidiani pensieri.

    E’ una sera qualunque del duemila. Seduto qui

    a vivere pensando, o modellare versi; ma io

    - penso - io che ho sognato un’altra vita,

    io che ponevo nel pensare la speranza;

    io vidi e seppi che il sogno si volse in derisione;

    e fu visione disperante di radici.        

    Fu il limite nostro la rivelazione, il mio e il loro.

    Il mare antropologico, penso, tutto riavvolse,

    poesia e tresette, io nella mia sconfitta

    della radicale visione dell’essere,

    loro nella boria beata di un caffé, goduta vittoria.

    E sarebbero così reali le differenze?

     

     

    6-8 aprile 2009

     
     
     
     

    Nota

     

    Questa poesia è l’ideale prosecuzione della precedente. E’ stata scritta all’incirca nello stesso periodo. Stavolta però l’inquadratura - si direbbe con linguaggio cinematografico – non è panoramica. L’occhio di chi osserva è tutto primi piani. Immagini visualizzabili da vicino. Inoltre mi è impossibile parlare di metrica, perché dopo i primi versi del componimento eseguiti con esattezza metrica, il verso si dilata a dismisura, anche se a un computo certosino si finirebbe per accertare che taluni versi pur dilatandosi oltremodo conservano una esattezza in un primo momento incredibile. Esempio:  verso a quattordici sillabe: esso non è che un doppio settenario. Con lo stesso metodo si può fissare l’attenzione sugli altri versi, quelli più ampi che danno senso di spazialità; benché i luoghi, i personaggi, sono guardati quasi con l’esattezza dell’entomologo. Qui la macchina da presa è davvero ravvicinata.

    E’ tempo di elezioni. Pubblico queste due poesie - la precedente e la presente - sempre perché, come ho già detto nei precedenti post, so che ci sono più di 50.000.000 di persone che mi leggono e così spero di convincerle a votare per il verso giusto. Ovvio no?

     

    Per chi fosse curioso di sapere a cosa corrisponde la parola “Mandalari”, dirò che si tratta dello storico manicomio di Messina, oggi in realtà una più moderna struttura psichiatrica.