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.Qui - tra la gente che a pigolii si duole di bisogni antichi (che chi ha il potere ignora) ma poi al consenso incredibile avvalora
i piani di chi per sé il potere vuole - tra gente che i malandri via via lusinga vita non c’è ma vita mia induci a vigilare attenti
nel quotidiano che non da mai nulla, e i vivi sanno che il respiro costa qui dove tutto si paga in dignità
e quel che è diritto è scherno o rarità. Vivo che non sei parte a quei belluini che ferocia e potere rende caini
che nella certezza di empietà impunita vivono forti sulla tua - che è la tua - vita qui è sforzo d’ogni istante alzare gli occhi,
e urlare ciò che spetta è quella forza che l’onore mina di una genìa funesta che d’onore bugiardo si riveste.
23.3.2009 Nota
Un quesito costante: al sud la gente dopo aver protestato a bassa voce (a pigolii…) vota quei partiti – o un uomo-partito – che usano il potere per il proprio comodo… scelta masochista, non c’è che dire! Ricordo di aver sentito che uno dei capi della criminalità organizzata richiesto sulla possibilità di sconfiggere la mafia, disse più o meno: “Se la gente pretendesse i propri diritti dallo Stato invece che venire a chiedere favori a noi, forse la mafia potrebbe finire…” E dal comportamento filo-mafioso (forse inconsapevole) è ispirata questa mia composizione, scritta lo scorso marzo.
.Ma nulla mai sostituirà il volume carta, copertina, note, premessa, idea e gioia che quello sia il prodotto
di un autore vivente e pure amato e godi sempre nel bello di acquistare qualcosa di prezioso da pagare
portare a casa con sé e con quel gusto interno, risaputo che è più giusto per il nostro piacere di appagare
anni di attesa spesi a pregustare. Sapendo che ora resta solo un’ora per prolungare quella attesa ancora
in autobus sbirciare nelle pagine e non aprire nell’attesa che il margine si consumi del tempo che rimane;
e in auto se a casa in auto si ritorna fermàti infine da un bravo semaforo l’occasione è prenderlo in una mano
fissare il titolo un’altra volta piano guardi ghiotto di straforo ad occhi sazi il libro aperto a caso e dire grazie.
Ed ecco a casa - dopo l’attesa il rimpianto per l’attesa svanita - “e ora a noi due!” E mentre è tutto pronto per la cena
a chi ti chiama chiedi di aspettare; passano ore e quando è tardi ormai di ritorno in cucina due piatti coperti
dicono che nessuno ti ha aspettato. Quand’ecco un volto di donna assonnato viene a chiedere perché non hai cenato
ma tu ringrazi, mah, non sai il motivo, ti senti pieno, devi aver mangiato, perché dentro, più dentro, ti senti sfamato.
Nota
Un pezzettino di autobiografia quanto meno gradevole, e in qualche modo gioiosa, sicuramente tra i momenti più belli che la vita, tra mille difficoltà, ci consente. Non solo mi rivedo in questi versi ma sento che i circa 20 milioni di lettori che frequentano quotidianamente il mio blog hanno avuto questa stessa esperienza. Ho scritto questi versi la settimana scorsa e ora leggo - ahimé sbadato - che in questa settimana c’è la Fiera del libro a Torino. Non lo sapevo. Provo lo stupore che si prova davanti alle coincidenze fortuite e positive. Sento che pubblicarli in questi giorni - sia pure senza averlo premeditato - è farlo al momento giusto.
.In questi giorni ritorna della vita il ricordo del giorno tuo ultimo padre che ignoravi di vita essere ladro,
che refurtiva fosse la gioia di noi tutti da te odiati, zavorre dipendenti, che del dolore eri prepotente.
Ora perché hai fatto tanto in vita in bene e male e più male mi chiedo perché tanta incoscienza e scienza d’uso
se il tuo giorno finiva lavorando con un lavoro altro, dopo quello di stato premio di guerra, e di cui eri invalido.
Padre, Padre di violenza e di sopruso se la vita non ha sorriso quanta basta è perché il sorriso eri tu, ferrigno abuso,
di giorni inermi - giorni di mala pasta - senza gioia o amore per la vita che ti aveva sottratto dalle dita
ogni dolce carezza e ogni speranza pura condanna a solitaria fatica in aride campagne, o tra i colleghi solo.
Pure col tempo sai avevo creduto mentre crescendo affannavo me da solo a dimostrarmi che frode, utensile,
e nostra creazione, è il tempo, senza modo: che in parte inventato anche per pietà a noi stessi fosse, e fosse galantuomo,
si dice; avesse - malcreduta - carità per noi tutti figli del caso o del divino e un ventilato farmaco al rancore.
Ancora, anni addietro, sai ero capace di essere triste, e ora temo la tristezza che mi affondi, nel vortice o geenna dell’angoscia;
è diventato impagabile lusso la tristezza se è punto di partenza e capolinea per un crollo nel nulla senza fondo.
E io avevo pensato che col tempo col passare degli anni grado a grado a un più alto livello avrei integrato temi e allegorie…
e, pure, adesso costretto all’allegria, costrizione che è droga non terapia, ridere devo anche se di comico
nulla c’è di me dentro o a me d’intorno. Anzi, costretto a giorni dolorosi, al pavore obbligato e allo sconforto
devo fingere a me gioia e ironia per sfuggire il tracollo; e così sia. Ma ora qual’è quel tempo giusto…
Va via bel bello - come dirlo adesso se tutti l’hanno detto - ed è quel tempo in cui di norma crei enorme il futuro
ti senti eterno e la vita ti è assoluta; ma poi la cifra del vivere spaura, la biologia del cigno accenna il canto
naturale e ovvio e se non temi la morte la condanna temi all’infelicità, dolore forte che ti blocca in vita ed è come la morte.
Allora aspetti nella noia il giorno della finale estinzione e forse - forse - se anche creduto hai a dèi e dintorni
non pensi più che la gioia ritorni… La vita vera - e tu lo sai ora che non giova - non è per tutti padre; di imperativi vivo,
per molti la vita non è che una finzione.
.
Un’aspra sferza, irta di crude asprezze squarcia la carne infallibilmente; che a pena, vivo, il sangue si trattiene;
il dolore attorce i corpi – orrida visione, scultorea come di un dio ferino in altre ere: incatenato
e dai serpenti morso: è il nostro amore o colui che presiede sentimenti più vasti e veritieri, o le emozioni
implose nei tuoi straziati silenzi e poi esplose in quel flusso violento Vedo il tuo volto impassibile, ora chi al fianco avrai se la parola che si referenzia Se altro non c’è che il dono d’altra prova. E’ amore e della carne dell’anima fa scempio. Figgo lo sguardo in chi perse la grazia; un filo cerco nell’intrico umano
lo sguardo volto agli ultimi lucori. Ora è crepuscolo; il giorno si dissolve. Amore amore, allevia il tuo dolore;
se ci travolse un tuo confuso errore, se anonimi strali di norma fugati, da te furono a ferire destinati la sorte di noi due innamorati...
10.1.2008 - 3.4.2009
Nota
Endecasillabo come verso principale di questa composizione. Ma non è possibile non eccedere e non decurtare il verso di base. Non è la prima volta che cito - come partner intellettuale di indubbia competenza – Novella Torregiani. La quale commentando uno dei miei post precedenti a questo ha scritto testualmente: “il verseggiare che molto si avvicina alle terzine dantesche... certo, non così osservante delle rime, ma i versi estesi a dodecasillabi o a più sillabe ancora, donano un respiro ampio che ben si adatta al tranquillo conversare di amici; un verseggiare libero, moderno, armonioso, pur se non strettamente incatenato alla classicità”. Ci siamo capiti subito con Novella. Se mi fossi incatenato alla classicità assolutizzando il verso sarei caduto in quella tarantella che aborro. E dire che questo discorso fece arrabbiare l’amico poeta pesarese più volte citato, Gianni D’Elia. Essendo egli uno dei pochi che nel Novecento ha usato rima, metrica, assonanza, consonanza, e insomma tutto lo strumentario tecnico-stilistico giunto fino a noi come patrimonio della scienza metrica, di fronte a queste mie osservazioni se ne sentì ferito, e dovetti fermarlo e spiegarmi prima che riprendesse il sorriso. E i poeti fanno presto a sentirsi inutili se qualcuno attacca la loro poesia, il loro “lavoro”, la vocazione, di una vita. Io intendevo – e intendo – dire che manca poco alla lingua italiana, se trattata con perfezione metrica a diventare meccanica, e trasformarsi in un modestissimo strambotto. E per di più la rima rende la poesia prevedibile. E cosa c’è di più assurdo della prevedibilità in campo artistico? E oggi con la sua naturale evoluzione la lingua italiana è diventata più aperta, appiattendosi; ed è diventata più adatta al giornalismo, alla divulgazione, alla conversazione. Ma poi con D’Elia ci siamo capiti. A volte mi torna in mente quello che ha scritto un critico di Borges. Più o meno che la sua poesia muove da un tramonto visto tanti anni prima e che la memoria ha conservato intatto. Ci sono immagini, e frasi, che ognuno si porta dentro. C’è chi non sa, ma c’è chi sa quanta importanza hanno quelle immagini o quelle frasi. Non ho mai dimenticato le parole di Garcia Lorca: “mi duole la carne dell’anima”. Non le ho dimenticate perché mi riguardano. Ovviamente. Sono indimenticabili perché si tratta di un’esperienza che nella vita, di tanto in tanto, purtroppo, ritornano. E anche in questi versi, un incredibile insieme - incredibile a rileggerli dopo - di visionarietà e vita quotidiana, mi ritrovo ad avere descritto senza rendermene conto lo strazio del cuore fisicamente. Come se davvero l’anima avesse una sua fisicità.
P.S. Ho scritto di getto, e quindi con tutte le imperfezioni del caso, questa poesia nel gennaio dell'anno scorso. L’ho ripresa da qualche settimana, all’inizio di aprile, e l’ho limata quotidianamente. Non mi dispiacerebbe sentire se siete riusciti a leggerla. E soprattutto quale lettura ne date. In fondo l’autore non saprà mai come l'utente legge i suoi pensieri (e la sua scrittura).
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