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.Così la rabbia così tanto amata suggerita, imposta, divulgata, ai tempi della mia candida esperienza
diventava un contrario di sapienza. Io ero mite, dolce; volevo vivere piano, la rabbia logorava solo me stesso
non seppi o non volli spenderla al consesso sociale per natura, minaccia, o tenerezza, mi rimase - oggi diremmo retroflessa -
dentro, in un viluppo, emozioni e pensieri, bloccando sviluppi rimasti a lungo in fieri. Benvenuta fu un giorno la poesia,
a disvelarmi; tra simbolo e allegoria.
Piccolo spazio di autobiografia intima. Ricordo qualche annetto addietro cantautori come Vecchioni, Guccini, Lolli ma anche un poeta, Pier Paolo Pasolini, personaggio di statura ben più elevata, parlare spesso della rabbia come di un valore positivo. Io non riuscivo a viverla, la mia esperienza della rabbia era totalmente negativa. Mi dicevo 'la rabbia appanna la mira'. Non che dovessi mirare a qualcosa ma sentivo che mi rimaneva dentro inceppando i miei processi di crescita, di progresso interiore. In realtà ciò che mi trasse fuori dai momenti in cui il nostro organismo naturalmente si inceppa fu la poesia che mi permise di entrare in comunicazione e spesso in comunione con gli altri. La prima opera che i pochi che mi leggono conoscono è "Candida Suite" dove simbolo e allegoria non senza un tanto di neosurrealismo mi permisero di esprimermi, dandomi al tempo stesso liberazione e comunicazione.
.Mentre rapito andavi verso il politico divo ciecamente avversando il vano astratto della nuova
libreria – lì quella recente a due passi dal Corso – provai a coglierti al volo e forse il braccio ti sfiorai chiamandoti;
ma mi sfuggisti e comico fu il rendez-vous più tardi tra lo stupore tuo e il mio allegro tentarti a ricordare,
ma non te n’eri accorto – onor del vero – e quando dissi cos’era già accaduto mi fissasti ascoltando, gentile, dispiaciuto...
*
Il fatto
Gianni D’Elia. Poeta. Presentazione di un libro. Non lo conoscevo di persona benché avessi avuto la sensazione di averlo intravisto nella seconda metà degli anni ’80 a Roma, a una serata di poesia. Poi mai visto, non gli avevo mai parlato. Mi procurai il numero a fatica e un pomeriggio gli telefonai. Viveva, e tuttora vive, a Pesaro, era un poeta che molto mi incuriosiva. Ci scambiammo telefonate e lettere, poi una volta mi disse che sarebbe venuto a presentare il suo ultimo libro a Roma. Gli sarebbe piaciuto incontrarmi, mi propose di incontrarci prima o dopo la presentazione del libro. E quella sera, si era nel 2001 (credo) arrivò finalmente, non mi dispiaceva sentire cosa avrebbero detto della sua ultima fatica. La presentazione era assegnata ad Elio Pecora ma il mattatore assoluto della serata – più che ‘serata’ a dire il vero un tardo pomeriggio – sarebbe stato Pietro Ingrao. Ingrao, ultraottantenne, uomo di grande semplicità, eloquio colorito tutto parole ossute e quel suo temperamento di fuoco che tentava di moderare - non trattandosi, in fondo, di un comizio... Era una estate torrida a Roma. Per fortuna il libro fu presentato nel seminterrato della libreria. Dopo, fuori, avvicinai D’Elia; mi chiese perché non lo avevo salutato prima. Prima? Quando gli dissi com’erano andate le cose si stupì e dispiacque a un tempo. Me lo ricordo ancora questo ragazzo, passati i cinquanta, smilzo, biondissimo, capelli lunghi come usavano trent’anni prima, adesso giudiziosamente tagliati un po’ oltre la nuca. Poteva sembrare una rockstar, se non che era abbigliato semplicemente, jeans, scarpe sportive aperte a mo’ di sandali. Una magliettina costosa appiccicata agli spuntoni d’ossa delle scapole. Smilzo, sul metro e settanta. E lo ricordo il biondo poeta che mi fissava con un sorriso gentile ma anche lievemente dispiaciuto. Riteneva una colpa non avermi sentito (mentre lo chiamavo e cercavo di acchiapparlo al volo) mentre fendeva la sala zeppa rapito dalla improvvisa visione del divo Ingrao.
.Chi vuol scrivere in rima al giorno d’ora deve lievissimo dar ritmo a tutto il verso l’italo idioma facile risuona
e troppo scoppiettando - autori cari - corre veloce verso lo strambotto. Usando piani lemmi, eluse consonanti doppie,
si può domare una lingua che assai bella se la si lascia al facile cantare diventa non volendo tarantella.
Nota Per i tre o quattro amici che vengono in questo blog affiggo un breve avviso: a partire da questo post e ancora per altri cinque o sei pubblicherò una serie di piccole composizioni frutto di una personale ricerca sulla metrica classica adoperata oggi; o meglio, sulla possibilità di scrivere oggi sul metro della tradizione. Un grazie per chi resisterà.
Ah i compleanni...
Con il nipotino
Sono le gioie ultime che ci dai fantasiosa donna? ora sfiori i novanta, vieni a passo di danza traverso il salone elegante che un tempo fu la tua stanza povera che i tuoi figli hanno di gigli adornato e di fresie, e benedici questo luogo ad oltranza luogo che un tempo fu umido; e buio.
Rendi grazie per la quotidiana amenità, ignori angosce e ambasce dei tuoi figli, vorresti sapere; e chiedi; scattano tutele. Lamenti solo di non più sentire il parroco officiante se non giungi per tempo a sedere ai primi banchi, scherzi o mannaggia alla vecchiaia quella, come la tua, età che senti ultima ma vivi in allegria compenso del destino forse. Per una vita di rinunce e speranza.
Tanti Auguri Mammì...! ot -tan -ta -set-te oh...
Qui eri una ragazzina avevi "solo" 70 anni !
bruttina questa foto, ma va bene lo stesso... so che non tieni all'esteriorità...
.
Ed eccomi qui, sulla porta di casa, jeans giubbotto e scarpe da tennis come un pischello, come non accadeva dal 23 settembre scorso. Tardo pomeriggio. Credo sia il crepuscolo. Non mi regolo più, sarà passato il tramonto. Dalle mie stanze vedo solo una luce grigia, luce invernale come non succedeva da anni che l’inverno fosse inverno, come non accadeva da anni che nella terra dove ogni tanto i preti fanno processioni e preghiere perché piova, ebbene si, non accadeva che piovesse quasi tutti i giorni, non accadeva che il freddo attanagliasse le stanze, quasi premesse dall’esterno. Chissà come sarà fuori. Forse sto esagerando, ma le gambe malferme mi danno ansia, un’ansia reale. Così nel tardo pomeriggio mi sono alzato, mi sono vestito e sono uscito per la prima volta. E' stata un'impresa, magari per altri esagerata, ma per me che l’ho vissuta, il rapporto tra me e l’ambiente era come una enorme agorafobia. Paura di spazi larghi. Già. Dove sono in questo paesucolo gli spazi larghi? Devi andare al mare per avere questo senso di spazialità ampia, ma io sono ancora in mezzo all’uscio, non mi sono chiuso il portone alle spalle. In effetti il senso di insicurezza sulle gambe mi rende comico a me stesso. Ma la distanza non è tanta tra casa mia e il caffè del mio bar preferito. Il barista, però… ancora mi viene su una specie di sorriso, l’ho contenuto perché non si offendesse… il barista mi ha guardato con occhi stralunati, avrà visto un fantasma? Mi sono chiesto persino se in vita mia avevo mai fatto a qualcuno l’effetto del fantasma, del redivivo… Dopo, quando si è ripreso, ha detto che... pensava... mi fossi trasferito (e me l'ha pure detto). “So che lei preferiva vivere a Roma, mi sono detto che forse era tornato nella sua città”. Lasciamo perdere dài… qui comincerebbe un lungo discorso sulla mia città. Sulle radici. Io non sento radici qui dove sono nato e cresciuto ma non le sento in nessun’altra parte del mondo. Non è una bella cosa. Solo chi non l’ha mai vissuta non sa quanto sia triste, forse demotivante, l’assenza di radici. Ma tornando a casa era già tempo di vita quotidiana, bisogna andare al supermercato, e via di corsa felice come uno che torna alle abitudini quotidiane. Giro più ampio, in macchina stavolta, e passeggiata per i corridoi del supermercato a riempire carrelli. Il 23 di questo mese sarebbero stati sei mesi di convalescenza letto-poltrona, poltrona-letto. Ed eccomi dunque a questa paginetta di diario. Adesso tocca muoversi, una o due passeggiate al giorno, nei dintorni, in modo da recuperare la mia taglia: non penso minimamente di buttare pantaloni e camicie e giubbotti che adesso non mi vanno più... . Per F.
Ora dal cielo scendono nuvole grigie, gli orti silenziosi attendono nel freddo in un cielo di neve: dimèntico di me il mio pensiero corre a te avvolta nel dolore che temi ti persegua per anni.
Ora il silenzio cala negli orti, umidi della pioggia inattesa: è già svanito l’esiguo sole, presagio di primavera.
E qualche passerotto intirizzito pigola piano, per non turbare il mistico meriggio d’inverno. Plana la pace nel crepuscolo eburneo, che sopraggiunge, improvviso.
11.2.2009
h.16.40
E' una poesia fuori dal tempo presente, versi sognati per poter scrivere uno dei generi che più amo: l'idillio. E' dunque una poesia dove manca tutto ciò che è contemporaneo: strumenti elettrici, attrezzi meccanici, auto, computer, ecc.
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