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     Cartina contagio in Italia
     

     

    Così la tanto temuta suina… Mi chiedo quali saranno state le condizioni igienico-sanitarie, di profilassi, eccetera, all’inizio del Novecento se al suo apparire fece diciassette milioni di morti.

    Dio come sto male. Sono le tre di notte, notte tra sabato 14 e domenica 15 novembre. Mi sveglio improvvisamente, sconvolto. Sento caldo, un caldo soffocante. Non mi manca il respiro, è il mio organismo che sta soffocando. Sto veramente male.

    Sento che sto collassando, dopo cosa succederà, avrò uno svenimento o cosa. Il caldo che sento non mi consente di scoprirmi un istante. Un dito fuori dalle coperte e comincio a tremare dal freddo.

    Chiamo Linda. Magari avrà da fare. Chiamo il 118. Connetto improvvisamente, Linda lavora al 118. Ma potrebbe essere a casa, starà dormendo. Pensieri a vortice. Non so se è di  turno. Aspetto ancora un po’. Vediamo come va. Ma sto male. Non potrò continuare così…

    Telefono o no? Non decido. Non posso continuare così, sto male, sto veramente male. Chiamo Linda. No, è solo la febbre. Febbre? Mai sofferto di… mai avuto la febbre… forse da bambino si… ogni anno l’influenza mi prende nel mese di gennaio: dolori alle ossa, scricchiolii da per tutto, situazione infiammatoria generale: occhi, gola, narici, e altri posti che non dico. Sento bruciori da per tutto. Ma niente febbre! Mai avuta. Stanotte invece…

    Il medico di cui mi fido non ha fatto il vaccino per se e famiglia, lo sconsiglia, in tv insistono che il vaccino è stato testato ma a quanto pare non è stato testato per niente, non se ne ha notizia sulle riviste specializzate. Lei è d’accordo con chi sostiene che per fare soldi si sono inventati cose dell’altro mondo. Intanto il mio malessere aumenta. Il mio organismo sta raggiungendo il limite, la febbre deve essere altissima, ho la sensazione di annegare. Ma perché Giacomino diceva che il naufragare è dolce in questo mare… Io sto naufragandooooo, ma è bruttissimo… le onde della febbre mi spingono sempre più su, e ancora più su, verso non so cosa, sento che non reggo più, adesso succederà qualcosa… non mi era mai successo di bruciare così… faccio un tentativo per cercare di ordinare al mio organismo di trovare ristoro in qualche modo; conoscevo il training autogeno, una volta, ma non riesce se non si è in esercizio... E io l’ho abbandonato!...  in questo momento sarebbe stato utile… comincio ad essere apprensivo, cosa faccio… bisogna decidere…

    Non so cosa ho fatto. Ripensandoci, e ripensando a quella sensazione più volte in questi otto giorni, mi convinco di essere svenuto, nel letto, senza aver chiamato nessuno, ma non so se sia vero.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Il giorno dopo è domenica. A una certa ora sento una voce inconfondibile.

    “Sono venuta per farti gli auguri”.

    “A me? Mamma, a me gli auguri?”

    “Vedo che ancora dormi, te li faccio più tardi”.

    Sono sveglio. Sento freddo, sono sotto le coperte, sono un pezzo di carne fredda e sono nel letto. Comincio a ricordare, ricordo o ho la sensazione di ricordare… stanotte… ho avuto la febbre, febbre alta, poi altissima, volevo chiamare il 118, poi devo essere svenuto…e oggi è domenica… C’è un invito a pranzo da Linda. Completamente sfebbrato. La sveglia fa le 12.05. Sono sfebbrato ma ho freddo. Alziamoci e mettiamoci in movimento. Ne parlerò a Linda, deciso: vado a pranzo da lei. Faccio per alzarmi, intendo mettermi in mezzo al letto, santo cielo è quello che facciamo tutti quando passiamo da posizione distesa a quella eretta. Tutti ci sediamo un istante sul letto e poi andiamo a prendere gli abiti per uscire o no? Perché io non posso… Io devo alzarmi. Ma che, scherziamo? Vediamo se vince lei o io. Lei chi? Ma la febbre… mi sto rivolgendo alla febbre di stanotte. Ma la stanza perché si mette a girare? Oh no, io adesso chiamo rinforzi, stanotte non l’ho fatto per non disturbare nessuno, ma non passerò un altro solo minuto così.

    Ci riprovo.  Mi metto seduto e mando al diavolo la febbre di stanotte. Eccomi seduto. Ordino alla stanza di stare ferma. Non girare, okay? Do not move, okay? Sta lì buonina.  Le pareti al loro posto. Anche l’armadio, pure la cassettiera… pure lo scaffale coi cd.

    Ma devo andarci? A me non va di starmene qui mentre lì c’è una bella tavolata italiana. C’è sempre da divertirsi quando stiamo insieme, e poi mia madre ha cominciato col farmi… ma… mi ha fatto gli auguri? Si, poco fa… Ha fatto gli auguri a me? Ci ha provato, ma non ero ancora perfettamente sveglio e li ha rinviati a più tardi…

    Boh. Oggi si, oggi ci farà divertire. Come sempre, del resto. Ma se il buon giorno si vede la mattina… Ha cominciato dicendo che mi farà gli auguri…

    Devo farmi forza, mi tiro su. Riesco persino a vestirmi. Ho la barba un po’ lunga, ma va bene così.

    Arrivo lì che hanno già finito il primo. C’è allegria. Io mi sono trascinato a stento. Saranno cinquanta metri o poco più.

    “Ah finalmente… in ritardo eh… le star si fanno aspettare…”

    “Sto morendo Linda…”

    “Anch’io, tutti stiamo morendo mentre viviamo…”

    “Ma cosa fai, la filosofa?...” Si ride.

    “Cosa credi, di poterlo fare solo tu?” Botta e risposta. Non c’è che dire.

    “Ecco è arrivato Santino” dice mio cognato. “Adesso comincia il divertimento”.

    “Poi passo col piattino” dico, e mi siedo.

    Qualcuno di loro mette mano in tasca e tira fuori gli spiccioli.

    “No no, quelli non vanno… almeno 500 euro a testa”.

    “uuuuhhhh esoso! e-so-so   e-so-so   e-so-so…”

    “Esoso io? Ma avete uno come me a tavola e non scucite 500 euro a testa?”

    “Io devo farti gli auguri “ dice mia madre.

    Tutti la guardano perplessi. Perplessità che dura un istante e poi giù a ridere…

    “Mammì… ma cosa dici… oggi è il 15 di novembre….”

    “Ma allora perché siamo qui…”

    “Il mio onomastico è il primo di novembre…”

    “Ma allora perché siamo qui…”

    “Intanto Linda ci invita spesso…”

    “Lo so che ci invita spesso… cosa credi che non ho più memoria?”

    “Chi tu? Ce l’hai, ce l’hai…hai una memoria di ferro…”

    Comincio a mangiare, così spero che lei continui il suo pranzo.

    Ma si volta improvvisamente: “Santino, avevo dimenticato, devo farti gli auguri…”

    “No, mamma, guarda, è Melo che fa gli anni, lui lì, guardalo, di fronte a te, il tuo primo figlio…

    “Ma oggi che festa è…” dice perplessa.

    “Oggi mamma è il 15 di novembre… è il suo compleanno…”

    “E perché siamo qui…”

    “Va be’ mammì famose sta magnata su!…”

    Linda interviene: “mamma vuoi l’insalata?”

    Vedo che mia madre si gira verso Aurora seduta accanto a lei. Parla piano, non immagina che la stiamo sentendo tutti: “Devo fare gli auguri a Santino” sussurra.

    “No mamma” dice Aurora con dolcezza “li devi fare a Melo. Oggi è il 15 di novembre”.

    “…ooooggi?” fa lei come se la figlia maggiore avesse detto un’enormità.

    “Si si” intervengo io con l’aria sorniona “Confermo. Melo è nato il 15 di novembre; è uno scorpione!”

    “Lo so quando è nato mio figlio, cosa credi? Ma oggi perché siamo qui?”

    “Per festeggiare Melo”.

    “Ah per festeggiare Melo” dice lei finalmente convinta. Si sporge verso l’orecchio della figlia maggiore, e delicatamente dice: “Devo fare gli auguri a Santino”.

    “No, a Melo” ribadisce Aurora delicata.

    “Ah a Melo a Melo. Si ma devo fare gli auguri a Santino”.

    “Mamma intanto finiamo il secondo. Tu l’hai avuta l’insalata?” dice Aurora.

    Due minuti dopo arriva la torta.

    Scoppia un applauso e “I quattro più quattro di Nora Orlandi” intonano un improbabile Tanti auguri a te.

    “Questa l’ha fatta Aurora” dice mia madre.

    “Confermo… “ dico e alludo gaudiosamente a qualcosa di veramente buono.

    “Aurora è mamma” dice mia madre.

    Io la guardo, perplesso, ma mi scappa da ridere.

    Lei si riprende, si giustifica: “Io ho l’impressione che Aurora è mia mamma”.

    “Però è tua figlia” dico. “La tua figlia maggiore”.

    “Ma io ho l’impressione che lei è mia mamma” dice.

    “Si, ogni tanto lo dici”.

    “E che Melo è mio padre”.

    “Ah, ho capito”.

    Poi si volta verso di me. “Più tardi ti faccio gli auguri”.

    “Sicuramente” dico. “Se hai deciso così… so che mi farai gli auguri”.

    “Eh io sai, se prometto mantengo”.

    “Caspita se no…”

    Povera donna dolce, cosa le sarà successo... Il mese di settembre è stato sconvolgente, per settimane ha fatto sempre così… pensava qualcosa e convinta la diceva. Ma non ne diceva una giusta. Pensavamo fosse andata via con la testa, poi però si è ripresa. Oggi fa così. Strano poi che si sia concentrata su di me. Di solito le sue attenzioni sono tutte concentrate sul suo primo figlio, e io talvolta tra il serio e il faceto scherzo sulla fortuna di essere il terzo figlio, così il complesso di Edipo se l’è sorbito tutto mio fratello. Ma da qualche tempo lo ha eretto a papà, adesso Melo non è più suo figlio ma suo padre.

    Speriamo bene, ci ha abituati a grandi recuperi.

    Dopo la torta e lo spumante, è il momento del caffé.

    Sono stanco. Tutti si stupiscono per il rifiuto del caffé.

    “Sto male” dico.

    Mio cognato: “deve star male sul serio se rifiuta il caffé…”

    “Ermes cosa faccio” chiedo a mia sorella.

    “Letto letto e ancora letto. E Tachipirina”.

    “Ed echinacea” aggiungo.

    “Va bene per l’echinacea. Cucina leggera e non preoccuparti”.

    Quando arrivo a casa, mentre salgo le scale, mia madre mi chiama sottovoce.

    “Mamma, che c’è, vado a mettermi a letto”.

    “Vieni qui, devo farti gli auguri” sussurra.

    Scendo stancamente e mi avvicino a lei. Mi tira giù e mi da un bacio, contemporaneamente mi mette un foglio nella tasca del giubbotto. “Prendi queste cinquantamila lire, ti compri un gelato”.

    Ricambio il bacio, la ringrazio per agli auguri, e vado su.

    Appena entro nel mio appartamento estraggo il regalo dalla tasca. E’ un foglietto da cinque euro. Per lei, ne sono sicuro, sono davvero 50.000 lire.

    Mi metto a letto, fisicamente distrutto.

     

     

     

     

     

     

     

     

    Quella notte fu esattamente come la notte scorsa. Forse peggio. Per la seconda volta consecutiva questo accesso violentissimo di febbre.

    Cosa faccio. Anche i miei pensieri sono come quelli della notte scorsa. Di giorno sto male ma non ho febbre, di notte invece…

    Chiamo Linda. Chiamo il 118. Teniamo presente che Linda lavora al 118. Dio mio come sono stordito. Svegliarsi così nel cuore della notte. Brutta esperienza svegliarsi di soprassalto e stare male. Ancora pensieri a vortice. Non ho chiesto a Linda, non so se è di  turno. Aspetto. Vediamo come va. Ma sto male, sto veramente male…

    Telefono o no? Non resisto, forse è peggio della notte scorsa, ancora una volta dolori alle ossa, scricchiolii da per tutto, situazione infiammatoria generalizzata: occhi, gola, narici, ecc. Sento bruciori da per tutto. Ma su tutto questa sensazione di arrivare al limite del possibile… horror vacui si, qualcosa del genere… dovrei telefonare. Mi portano in ospedale. E poi se viene la guardia medica che fa… Mi prende la pressione, mi dice che forse ho la febbre suina, e va via dicendo di stare tranquillo; inoltre prima di uscire forse mi chiederà di eventuali patologie, io dirò di no, e così lui andrà via lui stesso più tranquillo e mi dirà di stare tranquillo… E allora? Perché chiamare la guardia medica, che comunque non verrebbe prima di domattina dato il bacino di utenza troppo vasto…

     

     

     

    Verso le 16.00 di lunedì pomeriggio.

    Entra Aurora. Ha una pila di abiti appena stirati.

    “Non ti alzi?”

    “Sto male”.

    “Cioè?”

    “Hai sentito Ermelinda?

    “No.”

    “Chiamala per favore…”

    “Aspetta”. Va di là prende il cordless. La chiama. Me la passa.

    “Non credo” mi dice Linda-Ermelinda-Ermes-Lalla-Lallina-Lalletta… E’ la più nomignolata della famiglia, e tutto questo perché il suo nome è troppo lungo e strano, e poco usato da queste parti.

    “No”, mi fa “non posso venire E  poi è inutile”.

    “No, tu adesso vieni qui e…”

    “E…?   E ti benedico? Non ho la stola” mi fa.

    “Vieni senza stola”.

    “Ma quando vengo lì… cosa credi… posso solo farti una visita… Presa la tachipirina ieri sera?” Si, l’ho presa. “E oggi?” Anche. “Bye bye fratellone. Ho lo studio”.

    “Ma quanto sei studiosa…”

    “Ah no? Se non vado in fretta poi trovo una rivoluzione, non potrò attraversare la sala d’attesa…”

    Invece poco dopo passa da me. “Non posso farti niente. Non sei orgoglioso di far parte dell’eletta schiera dei pandemici?”

    “Come no? Sorgeranno complicazioni?”

    “Ma quali complicazioni Santoo… Il tuo organismo funziona alla grande… non hai problemi…  e per fortuna non hai fatto il vaccino… quindi sta tranquillo. Io vado…”

    “Dove vai?” fingo di trattenerla. “Ripassi stasera?”

    “No, andrò in chiesa”.

    “In chiesa?”

    “Si, ho una riunione”.

    “Quale riunione. Perché?”

    “Viene il vescovo”.

    “Stasera?”

    “No-o, settimana prossima”.

    “E tu vai in chiesa stasera? Lo aspetti lì per una settimana…”

    “Stasera bisogna preparare…”

    “Bisogna preparare i preparativi” la provoco scherzando.

    “Bravo… bye bye”.

    “Che cattiva sorella…” dico.

    “Puoi dirlo eh?”

    “No, sto solo scherzando.  Ma… devo dirtelo che sto solo scherzando?”

    “Finiscila Santino, qui c’è gente impegnata da mattina a sera. Vatti a scrivere una poesia, e a noi lasciaci ai nostri prosaici impegni, che quando arriva sera sono io più stanca di quanto tu soffra per la febbre pandemica…”

    Anche quella notte, terza consecutiva, ebbi lo stesso accesso violentissimo di febbre. Poi i giorni seguenti rimasi a letto come un pezzo di legno. Stordito. In uno stato che non auguro a nessuno.

    E adesso, a una settimana di distanza, non sto propriamente bene, ma ho deciso di saltare fuori dal letto. Per altro Aurora stasera fa la focaccia, non la pizza dei pizzaioli di professione ma una focaccia di cui dovrebbe vantare i diritti d’autore; e che chiunque l’abbia assaggiata una volta non vuol perdere l’occasione seguente. E domani nuovamente da Ermes per un’altra tavolata gaudiosa. Sperando che mia madre una volta ancora non voglia farmi gli auguri. Dopo domenica scorsa ha ripreso a ragionare alla grande. Quasi un miracolo per una donna di 88 anni!

     

     

     

     

     

     

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    Tu non sai le ore desolate

    in questo luogo vago e regolare

    se percorri un assorto lungomare

     

    con quelle assenze di presenze vive;

    non sai il muretto dove appoggi mani

    e scruti tanto intensamente il nulla

     

    nulla vago e lontano di cui non saprai altro

    se non che cielo e mare sempre sfuma

    in una linea che chiamano orizzonte…

     

    No tu non sai come si perde vivendo

    ogni giorno un giorno ad elencare i venti

    tramontane scirocco il caldo assassino…

     

    quasi una vita a scrocco del destino…

    Sono lì stasera e non è il vento

    a suonare il violino sugli infissi

     

    o nei balconi o picchiando sulle insegne

    inutilmente accese, oh lavagne

    su cui andando scrivo fantasie, cambiando

     

    le parole con tenacia, mie sillabe conteste,

    (si, il nome tuo) e ai visi di vecchi manifesti

    sui muri di un demotico paese

     

    l’affanno a dare il tuo volto cortese.

    Tu non sai tutto questo, mia carezza,

    altro saprai nella tua vita altra

     

    dalla mia pensosa di pensieri vani,

    altro vivrai da una sera di pioggia

    lieve mentre le strade brillano bagliori

     

    e un uomo solo senza meta viene

    a un luogo non per lenire sete,

    il cuore riarso d'amore amore chiede.

     

     

    25 - 26.10.2009

     
     
     
     
     
     
     

     

     

     

     

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    Voi ricordate quelle sere insieme,

    le sere a cena o in calde pizzerie;

    dove sarà stato il nostro incontro

     

    il primo ma anche tutti, tutti gli altri

    in posti diversi e diverse città;

    a Roma, per esempio, fu forse

     

    al Pantheon forse piazza Navona,

    in sere d’estate tra giocolieri         

    e mimi, festanti venditori, di quadri,

     

    miniature, prestigiatori, pure

    madonnari, pittori del futuro,

    o musici sbandati, i cantanti,

     

    ritrattisti che in rapidi istanti

    carta e matita ritraggono me o te

    a dieci euro soltanto; oh dove mai

     

    ci saremo incontrati in che magiche

    sere, fu in Emilia o a Genova o a Porto,

    o a casa del poeta a Recanati dal nostro

     

    amico eterno che dal borgo selvaggio

    volle fuggire ma ahimé ripreso

    subito fu, e irriso; o dove ti ho incontrato,

     

    e in che luogo, amico o amica cui

    tuttora parlo di cui vedo foto

    e del volto le linee, i vari sguardi

     

    di vari tempi e luoghi. Così, mai stanco,

    dove vi avrò visti - mi chiedo - e quante volte

    o come sarà nata quella stima,

     

    se così cari mi siete che col cuore

    dalla mia casa vedo il vostro agire,

    il quotidiano ameno, svago lavori,

     

    piccoli impegni o grandi dolori;

    e c’è chi a sera a un telefono gratis

    assente a calda e pura sintonia;

     

    e il vostro cuore perché più dentro

    palpita, sempre, se mani lontane

    mani mai strette, mai, pure ho tanto

     

    avuto e io non so se del mio ho dato;

    e sarà vero che ciascuno in casa 

    può esser meno solo tra di noi,

     

    tra noi lontani, lontani e pure amati

    che basta un avatar e un nome e una foto -

    pur senza mai essersi incontrati?

     

     

     

    12. 4. 2009

     

     

     

    Nota

    Grazie a Francesca per la grafica (bellissima!)