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Poesia e Musicae sarò lì per sempre e un giorno, sempre .Ah giorni caldi di un’estate antica siete rimasti memoria e incanto negli occhi vitrei e nell’ansia stupita,
del fanciullo che in estasi adorante vi guardava chiari cielo e mare puri d’un azzurro che più che estivo
non si potrà mai dire. O giorni ampi nella memoria ferma, bloccata, lampi di un flash eterno, di un istante solo.
E sono lì ancora nel primo meriggio quando il cielo scolora quasi in sonno, sfuggivo il pranzo per venire al poggio
modica altura, solo, per rapirmi godendo la calura e il gran silenzio la solitudine i vasti spazi e solo mia,
quella visione che avvicina a Dio.
30.4.2009
E’ una poesia che desideravo scrivere. Volevo fortissimamente ma ho dovuto aspettare. L’ho portata in grembo per anni e ora non mi importa del risultato. Era qualcosa che volevo esprimere: il ricordo, cioè, dell’estate come l’ho vissuta da bambino. Una sorta di sentimento mistico della bella stagione. Era il solo periodo dell’anno in cui il mio sentimento dell’universo era totale. E so che dichiarare la propria immedesimazione con un vissuto universale sia poco elegante; e un po’ come millantare. Eppure era questo il mio sentimento della bella stagione. Tanti anni fa. Adesso è tutto il contrario. Tempo fa ho affisso una sorta di avviso in bacheca… Mi rivolgevo a chi avesse voglia di seguirmi mentre pubblicavo una nuovissima (e anche per me, fino a qualche tempo prima, inattesa) esperienza: mi chiedevo se all’inizio del secondo millennio fosse ancora possibile scrivere sul metro della tradizione. Era il 21 marzo. Oggi, 21 giugno. L’esattezza delle date è casuale. Ma per ora sospendo. Non è detto che non torni a tediarvi in seguito.
.Linda sentii morire ogni gioia
nel sapere che la nostra atmosfera non sarebbe mai più stata com’era da quando l’atomica horror senza attributi era stata provata su città, e uomini e donne, facendo scempio delle loro carni, dissolvendo in frazioni di un istante intere vite, vite in tutto simili a quelle di chi, folle, uccideva per sempre affossando se medesimi di colpe e devastando l’aria e la gioia; ma più dolce fu sentirlo da te teneramente con grazia femminile e di sorella e ho in mente la tua voce esitante il tuo viso triste nell’espressione bella e il tuo sguardo ricordo in quell’istante.
21.5.2009 Nota Il luogo che chiamavamo “Al Ponte” era la favolosa cascina dei nonni paterni. “Era la casa delle mie estati lontane” (E. Montale) .Oh perché mai denigrare i tanti con le mani in tasca e le spalle al muro, lo sguardo impuro dritto nel vuoto; o quelli che con il passo di chi trasandato si mostra sicuro di sé spalle dritte e pugni chiusi oscillanti all’altezza delle cosce scattanti come a sfidare nemici non comprare il giornale sportivo con gli ultimi spicci. O in queste mattine grandiose il passeggio tra l’edicola adorna e il bar che sforna cappuccini, caffé, i dolci alla crema sui bei tavolini allineati e coperti, dove vecchi trentenni giocano a tresette litigando in cortile; e giocano, giocano e io non so se ignorando benché - sia di loro proprietà - il dolore di vedersi la vita passare aspettando; giocano si o in piedi urlano per mostrare al nemico la loro mens sana e intelligente in questa sacra intangibilità (o veggenza) della perizia di un gioco dal vero astraente…
Il gioco infinito al bar; e far pagare il caffé a qualcuno è osanna e peana, il trionfo che consente il rientro a casa senza nervi tirati e rilassati sedere davanti alla tivù a rivedere la stessa partita che antenne a pagamento offrono varie volte in un giorno invariabilmente fin che il giorno di nuovo rinasce subito dopo il pranzo e invariabilmente dura fino al pomeriggio, tardi, in partite infinite, e urla, bestemmie, e dimostrazioni (ancora) di superiorità di mente mentre le luci accendono la sera e la gente rientra con facce perplesse di cui hai imparato a indovinare dalle espressioni amare le disattese promesse. E forse il problema non è più, o non è mai stato, qui dove l’atarassia è sconfitta plurisecolare, mai, mai stato nel non poter più parlare, e non è nemmeno nel non poter più essere ascoltati, non dico capiti, ma forse nel sentire più alto il rischio di parlare col cambio facile tra chi parla e chi alza sguardi severi, stupiti, gli sguardi sorpresi di chi esterrefatto si chiede cosa mai accade, pronto a dar del matto a chi non si sa perché non sia già stato spedito al Mandalari; qui dove tutto si paga in noncuranza e dove riso e scherno son letteratura e poesia, e filosofia superba occasione per ridere con una risata di malriuscita afasìa...
Bevo il caffé frettolosamente, oggi è la seconda volta, ma uno che avevo visto alla ringhiera grigia a destra, stamattina, è ancora lì, di nuovo, e sembra abbia in affitto lo spazio, lì, lo vedo lì da anni, forse ne ho un ricordo invernale perché ha sempre quel giubbotto come fosse natale, e una sciarpa, in questi giorni radiosi di aprile: sempre lì, sotto il moderno portico e se ne sta solo, solo ascolta un suo pensiero, a sguardo perplesso, ma non fuori di sé, ma dentro, più dentro, che per un’altra volta potremmo dire ancora retroflesso. Torno a casa, radendo i muri. Devo aver dato fiducia a chi non meritava; a qualcuno che può avermi fatto dubitare di me se adesso a me chiedo perplesso dove mai attingo il permesso di stupirmi di questa piccola vita, del rimosso dolore di gente giovane adulta senza occupazione che coccola la nonna, e la pensione, dicono i giornali, ripetono consenta in questi 150 anni di crisi quel lusso vile che sa di fenomenale che un tempo chiamarono, con espressione triste ma elegante questione meridionale.
Torno a casa, radendo i muri, penso mentre estraggo le chiavi e apro il piccolo portone a vetri ad un altro giorno andato; penso a noi separati in casa, in quartiere, nel borgo oggi imbiancato ma sepolcro tuttavia, qui dove sono cresciuto, a Gianni che chiama necropoli le città, a me che costretto a tornare sogno un’altra fuga e una volta ancora stupisco al sorriso trentenne della mia anziana madre, al suo venirmi incontro a passo di danza, e a come tornerò, salite due piccole rampe, al mio tavolino e al computer, miracoloso regalo di un compleanno passato; e a me penso in questa oasi di pochi metri quadri, piccolo modesto appartamento, un lusso anche per me tutto devoluto all’ozio letterario. Ed eccomi, gomito puntato sul tavolo, guancia nella mano, nell’altra il mouse, e il foglio bianco su cui figgo quotidiani pensieri. E’ una sera qualunque del duemila. Seduto qui a vivere pensando, o modellare versi; ma io - penso - io che ho sognato un’altra vita, io che ponevo nel pensare la speranza; io vidi e seppi che il sogno si volse in derisione; e fu visione disperante di radici. Fu il limite nostro la rivelazione, il mio e il loro. Il mare antropologico, penso, tutto riavvolse, poesia e tresette, io nella mia sconfitta della radicale visione dell’essere, loro nella boria beata di un caffé, goduta vittoria. E sarebbero così reali le differenze?
6-8 aprile 2009 Nota
Questa poesia è l’ideale prosecuzione della precedente. E’ stata scritta all’incirca nello stesso periodo. Stavolta però l’inquadratura - si direbbe con linguaggio cinematografico – non è panoramica. L’occhio di chi osserva è tutto primi piani. Immagini visualizzabili da vicino. Inoltre mi è impossibile parlare di metrica, perché dopo i primi versi del componimento eseguiti con esattezza metrica, il verso si dilata a dismisura, anche se a un computo certosino si finirebbe per accertare che taluni versi pur dilatandosi oltremodo conservano una esattezza in un primo momento incredibile. Esempio: verso a quattordici sillabe: esso non è che un doppio settenario. Con lo stesso metodo si può fissare l’attenzione sugli altri versi, quelli più ampi che danno senso di spazialità; benché i luoghi, i personaggi, sono guardati quasi con l’esattezza dell’entomologo. Qui la macchina da presa è davvero ravvicinata. E’ tempo di elezioni. Pubblico queste due poesie - la precedente e la presente - sempre perché, come ho già detto nei precedenti post, so che ci sono più di 50.000.000 di persone che mi leggono e così spero di convincerle a votare per il verso giusto. Ovvio no?
Per chi fosse curioso di sapere a cosa corrisponde la parola “Mandalari”, dirò che si tratta dello storico manicomio di Messina, oggi in realtà una più moderna struttura psichiatrica. .Qui - tra la gente che a pigolii si duole di bisogni antichi (che chi ha il potere ignora) ma poi al consenso incredibile avvalora
i piani di chi per sé il potere vuole - tra gente che i malandri via via lusinga vita non c’è ma vita mia induci a vigilare attenti
nel quotidiano che non da mai nulla, e i vivi sanno che il respiro costa qui dove tutto si paga in dignità
e quel che è diritto è scherno o rarità. Vivo che non sei parte a quei belluini che ferocia e potere rende caini
che nella certezza di empietà impunita vivono forti sulla tua - che è la tua - vita qui è sforzo d’ogni istante alzare gli occhi,
e urlare ciò che spetta è quella forza che l’onore mina di una genìa funesta che d’onore bugiardo si riveste.
23.3.2009 Nota
Un quesito costante: al sud la gente dopo aver protestato a bassa voce (a pigolii…) vota quei partiti – o un uomo-partito – che usano il potere per il proprio comodo… scelta masochista, non c’è che dire! Ricordo di aver sentito che uno dei capi della criminalità organizzata richiesto sulla possibilità di sconfiggere la mafia, disse più o meno: “Se la gente pretendesse i propri diritti dallo Stato invece che venire a chiedere favori a noi, forse la mafia potrebbe finire…” E dal comportamento filo-mafioso (forse inconsapevole) è ispirata questa mia composizione, scritta lo scorso marzo.
.Ma nulla mai sostituirà il volume carta, copertina, note, premessa, idea e gioia che quello sia il prodotto
di un autore vivente e pure amato e godi sempre nel bello di acquistare qualcosa di prezioso da pagare
portare a casa con sé e con quel gusto interno, risaputo che è più giusto per il nostro piacere di appagare
anni di attesa spesi a pregustare. Sapendo che ora resta solo un’ora per prolungare quella attesa ancora
in autobus sbirciare nelle pagine e non aprire nell’attesa che il margine si consumi del tempo che rimane;
e in auto se a casa in auto si ritorna fermàti infine da un bravo semaforo l’occasione è prenderlo in una mano
fissare il titolo un’altra volta piano guardi ghiotto di straforo ad occhi sazi il libro aperto a caso e dire grazie.
Ed ecco a casa - dopo l’attesa il rimpianto per l’attesa svanita - “e ora a noi due!” E mentre è tutto pronto per la cena
a chi ti chiama chiedi di aspettare; passano ore e quando è tardi ormai di ritorno in cucina due piatti coperti
dicono che nessuno ti ha aspettato. Quand’ecco un volto di donna assonnato viene a chiedere perché non hai cenato
ma tu ringrazi, mah, non sai il motivo, ti senti pieno, devi aver mangiato, perché dentro, più dentro, ti senti sfamato.
Nota
Un pezzettino di autobiografia quanto meno gradevole, e in qualche modo gioiosa, sicuramente tra i momenti più belli che la vita, tra mille difficoltà, ci consente. Non solo mi rivedo in questi versi ma sento che i circa 20 milioni di lettori che frequentano quotidianamente il mio blog hanno avuto questa stessa esperienza. Ho scritto questi versi la settimana scorsa e ora leggo - ahimé sbadato - che in questa settimana c’è la Fiera del libro a Torino. Non lo sapevo. Provo lo stupore che si prova davanti alle coincidenze fortuite e positive. Sento che pubblicarli in questi giorni - sia pure senza averlo premeditato - è farlo al momento giusto.
.In questi giorni ritorna della vita il ricordo del giorno tuo ultimo padre che ignoravi di vita essere ladro,
che refurtiva fosse la gioia di noi tutti da te odiati, zavorre dipendenti, che del dolore eri prepotente.
Ora perché hai fatto tanto in vita in bene e male e più male mi chiedo perché tanta incoscienza e scienza d’uso
se il tuo giorno finiva lavorando con un lavoro altro, dopo quello di stato premio di guerra, e di cui eri invalido.
Padre, Padre di violenza e di sopruso se la vita non ha sorriso quanta basta è perché il sorriso eri tu, ferrigno abuso,
di giorni inermi - giorni di mala pasta - senza gioia o amore per la vita che ti aveva sottratto dalle dita
ogni dolce carezza e ogni speranza pura condanna a solitaria fatica in aride campagne, o tra i colleghi solo.
Pure col tempo sai avevo creduto mentre crescendo affannavo me da solo a dimostrarmi che frode, utensile,
e nostra creazione, è il tempo, senza modo: che in parte inventato anche per pietà a noi stessi fosse, e fosse galantuomo,
si dice; avesse - malcreduta - carità per noi tutti figli del caso o del divino e un ventilato farmaco al rancore.
Ancora, anni addietro, sai ero capace di essere triste, e ora temo la tristezza che mi affondi, nel vortice o geenna dell’angoscia;
è diventato impagabile lusso la tristezza se è punto di partenza e capolinea per un crollo nel nulla senza fondo.
E io avevo pensato che col tempo col passare degli anni grado a grado a un più alto livello avrei integrato temi e allegorie…
e, pure, adesso costretto all’allegria, costrizione che è droga non terapia, ridere devo anche se di comico
nulla c’è di me dentro o a me d’intorno. Anzi, costretto a giorni dolorosi, al pavore obbligato e allo sconforto
devo fingere a me gioia e ironia per sfuggire il tracollo; e così sia. Ma ora qual’è quel tempo giusto…
Va via bel bello - come dirlo adesso se tutti l’hanno detto - ed è quel tempo in cui di norma crei enorme il futuro
ti senti eterno e la vita ti è assoluta; ma poi la cifra del vivere spaura, la biologia del cigno accenna il canto
naturale e ovvio e se non temi la morte la condanna temi all’infelicità, dolore forte che ti blocca in vita ed è come la morte.
Allora aspetti nella noia il giorno della finale estinzione e forse - forse - se anche creduto hai a dèi e dintorni
non pensi più che la gioia ritorni… La vita vera - e tu lo sai ora che non giova - non è per tutti padre; di imperativi vivo,
per molti la vita non è che una finzione.
.
Un’aspra sferza, irta di crude asprezze squarcia la carne infallibilmente; che a pena, vivo, il sangue si trattiene;
il dolore attorce i corpi – orrida visione, scultorea come di un dio ferino in altre ere: incatenato
e dai serpenti morso: è il nostro amore o colui che presiede sentimenti più vasti e veritieri, o le emozioni
implose nei tuoi straziati silenzi e poi esplose in quel flusso violento Vedo il tuo volto impassibile, ora chi al fianco avrai se la parola che si referenzia Se altro non c’è che il dono d’altra prova. E’ amore e della carne dell’anima fa scempio. Figgo lo sguardo in chi perse la grazia; un filo cerco nell’intrico umano
lo sguardo volto agli ultimi lucori. Ora è crepuscolo; il giorno si dissolve. Amore amore, allevia il tuo dolore;
se ci travolse un tuo confuso errore, se anonimi strali di norma fugati, da te furono a ferire destinati la sorte di noi due innamorati...
10.1.2008 - 3.4.2009
Nota
Endecasillabo come verso principale di questa composizione. Ma non è possibile non eccedere e non decurtare il verso di base. Non è la prima volta che cito - come partner intellettuale di indubbia competenza – Novella Torregiani. La quale commentando uno dei miei post precedenti a questo ha scritto testualmente: “il verseggiare che molto si avvicina alle terzine dantesche... certo, non così osservante delle rime, ma i versi estesi a dodecasillabi o a più sillabe ancora, donano un respiro ampio che ben si adatta al tranquillo conversare di amici; un verseggiare libero, moderno, armonioso, pur se non strettamente incatenato alla classicità”. Ci siamo capiti subito con Novella. Se mi fossi incatenato alla classicità assolutizzando il verso sarei caduto in quella tarantella che aborro. E dire che questo discorso fece arrabbiare l’amico poeta pesarese più volte citato, Gianni D’Elia. Essendo egli uno dei pochi che nel Novecento ha usato rima, metrica, assonanza, consonanza, e insomma tutto lo strumentario tecnico-stilistico giunto fino a noi come patrimonio della scienza metrica, di fronte a queste mie osservazioni se ne sentì ferito, e dovetti fermarlo e spiegarmi prima che riprendesse il sorriso. E i poeti fanno presto a sentirsi inutili se qualcuno attacca la loro poesia, il loro “lavoro”, la vocazione, di una vita. Io intendevo – e intendo – dire che manca poco alla lingua italiana, se trattata con perfezione metrica a diventare meccanica, e trasformarsi in un modestissimo strambotto. E per di più la rima rende la poesia prevedibile. E cosa c’è di più assurdo della prevedibilità in campo artistico? E oggi con la sua naturale evoluzione la lingua italiana è diventata più aperta, appiattendosi; ed è diventata più adatta al giornalismo, alla divulgazione, alla conversazione. Ma poi con D’Elia ci siamo capiti. A volte mi torna in mente quello che ha scritto un critico di Borges. Più o meno che la sua poesia muove da un tramonto visto tanti anni prima e che la memoria ha conservato intatto. Ci sono immagini, e frasi, che ognuno si porta dentro. C’è chi non sa, ma c’è chi sa quanta importanza hanno quelle immagini o quelle frasi. Non ho mai dimenticato le parole di Garcia Lorca: “mi duole la carne dell’anima”. Non le ho dimenticate perché mi riguardano. Ovviamente. Sono indimenticabili perché si tratta di un’esperienza che nella vita, di tanto in tanto, purtroppo, ritornano. E anche in questi versi, un incredibile insieme - incredibile a rileggerli dopo - di visionarietà e vita quotidiana, mi ritrovo ad avere descritto senza rendermene conto lo strazio del cuore fisicamente. Come se davvero l’anima avesse una sua fisicità.
P.S. Ho scritto di getto, e quindi con tutte le imperfezioni del caso, questa poesia nel gennaio dell'anno scorso. L’ho ripresa da qualche settimana, all’inizio di aprile, e l’ho limata quotidianamente. Non mi dispiacerebbe sentire se siete riusciti a leggerla. E soprattutto quale lettura ne date. In fondo l’autore non saprà mai come l'utente legge i suoi pensieri (e la sua scrittura).
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Ora è tutto finito, spenta l’alta caciara, il cuore educato ripensa al potere vile del vino, del buio
borghese deriva; alle pure anime, inermi di pensieri e ideali… Andato Zamboni, Morini, è andato via Gino
felici ubriachi dall’alba alla notte diabetici cronici col fegato a pezzi; è andato via Eros che visse trent’anni
col figlio nel cuore e i suoi sedici anni e una curva e un sottopassaggio; lì fece costruire una lapide
pose dei fiori ogni giorno e sorrise sorrise compito nel bar con gli amici finché il muro eretto al dolore lo fece
schiattare e un giorno salì sorridendo sul treno del Parkinson, lui mite lui dolce, o allora quel Mirko che giovane
ancora la moglie annoiata di scarni guadagni si scelse il ganzo più ricco di muscoli e soldi; e via ch’è più bello;
e poi tutti gli altri elenco impossibile di uomini miti devoti più al vino che al dio dell’ebbrezza, pignoletto e
lambrusco religiosa ubbidienza e poi senza scienza a quel dio sconosciuto; e Mario ossessivo nascose gli spasmi
morì senza donne, puliva con cura; e Sandro ah Sandro che Ugo una sera gli fece le carte, sei acquario gli disse
il cuore ti può buggerare; e Sandro rispose di si, sorridendo; ed era a pena tornato da un medico,
uno di fama; referto alla mano rischiava la morte, sapeva; come Gino o Zamboni, pie anime sgombre.
E ora Bologna è una città d’ombre
23.3.2009
Nota
La mia Spoon River...
(Versi sciolti variamente alternati. Prevalgono decasillabi,
endecasillabi e dodecasillabi. Rime interne e assonanze interne
non prestabilite. Idem ipermetrìe, né volute né casuali ma esigenze
del flusso poietico).
.
Ah Franco poi dovevo ricordarti i giorni nostri di puri comunardi quando ancora poco più che adolescenti
forse smarriti o forse più incoscienti andavamo in un gruppo di discenti ogni sabato in quei lievi pomeriggi
a discutere – indottrinati e assai ligi – di preghiera, d’impegno, e teologia in stanze ricche di filosofia;
io ebbi un invito, anni addietro, si voleva rifare un nuovo incontro tutto centrato forse sul ricordo
o forse era verifica dei capi sui nostri risultati per quei mari, sapere se il seme sparso in proda
che allora con parole assai di moda si diceva mare della vita o tutta quella broda. Ma posso dirti che io ho rifiutato;
subito, in tronco, ma in tono gentile; che le violenze per diec’anni subite mi avrebbero dato un’esplosione indegna,
pensavo; e per non dire che il caos regna anzi è regnato per anni senza tregua al punto che a fatica si dilegua
scompare, anzi scomparve, l’esperienza di chiesa tutta incentrata su una ignobile resa al disimparare personalità, stima di sé e amore
per fare posto a un Cristo dittatore. Era costui il loro violento plagio in tempi di marxismo, ’68 e Maggio
la Francia urlava vietato vietare ma noi qui si doveva pregare più forte per questi peccatori
che noi ragazzi si vedeva portatori di una novella veramente nuova ma furono crisi di coscienza nuova
perché mai conosciute prima d’ora. Oh eravamo ragazzi tu lo sai e davanti avemmo – noi per primi Franco noi proprio
nella Storia – gravidanze a fermare per legge e per legge coppie da scoppiare tutta roba da sacri referendum
che gli atei laici vedevano esemplare e per noi laici credenti era furia demente. Furono crisi drammatiche, violente,
che pochi hanno avuto coraggio di narrare tranne giornali, tivù, e tutto ciò che assedia, che chiamano, degnamente, mass media...
Torno da solo a quei pensieri a volte ai tristi momenti, pure giravolte, all’animo che su se stesso ancora si rivolta
e par che pace implori un’altra volta.
3.4.2009
Nota I dolori di una adolescenza inerme, l’horror di un animo violentato in nome di Dio, i cui effetti si sentirono ancora anni dopo… .Così la rabbia così tanto amata suggerita, imposta, divulgata, ai tempi della mia candida esperienza
diventava un contrario di sapienza. Io ero mite, dolce; volevo vivere piano, la rabbia logorava solo me stesso
non seppi o non volli spenderla al consesso sociale per natura, minaccia, o tenerezza, mi rimase - oggi diremmo retroflessa -
dentro, in un viluppo, emozioni e pensieri, bloccando sviluppi rimasti a lungo in fieri. Benvenuta fu un giorno la poesia,
a disvelarmi; tra simbolo e allegoria.
Piccolo spazio di autobiografia intima. Ricordo qualche annetto addietro cantautori come Vecchioni, Guccini, Lolli ma anche un poeta, Pier Paolo Pasolini, personaggio di statura ben più elevata, parlare spesso della rabbia come di un valore positivo. Io non riuscivo a viverla, la mia esperienza della rabbia era totalmente negativa. Mi dicevo 'la rabbia appanna la mira'. Non che dovessi mirare a qualcosa ma sentivo che mi rimaneva dentro inceppando i miei processi di crescita, di progresso interiore. In realtà ciò che mi trasse fuori dai momenti in cui il nostro organismo naturalmente si inceppa fu la poesia che mi permise di entrare in comunicazione e spesso in comunione con gli altri. La prima opera che i pochi che mi leggono conoscono è "Candida Suite" dove simbolo e allegoria non senza un tanto di neosurrealismo mi permisero di esprimermi, dandomi al tempo stesso liberazione e comunicazione.
.Mentre rapito andavi verso il politico divo ciecamente avversando il vano astratto della nuova
libreria – lì quella recente a due passi dal Corso – provai a coglierti al volo e forse il braccio ti sfiorai chiamandoti;
ma mi sfuggisti e comico fu il rendez-vous più tardi tra lo stupore tuo e il mio allegro tentarti a ricordare,
ma non te n’eri accorto – onor del vero – e quando dissi cos’era già accaduto mi fissasti ascoltando, gentile, dispiaciuto...
*
Il fatto
Gianni D’Elia. Poeta. Presentazione di un libro. Non lo conoscevo di persona benché avessi avuto la sensazione di averlo intravisto nella seconda metà degli anni ’80 a Roma, a una serata di poesia. Poi mai visto, non gli avevo mai parlato. Mi procurai il numero a fatica e un pomeriggio gli telefonai. Viveva, e tuttora vive, a Pesaro, era un poeta che molto mi incuriosiva. Ci scambiammo telefonate e lettere, poi una volta mi disse che sarebbe venuto a presentare il suo ultimo libro a Roma. Gli sarebbe piaciuto incontrarmi, mi propose di incontrarci prima o dopo la presentazione del libro. E quella sera, si era nel 2001 (credo) arrivò finalmente, non mi dispiaceva sentire cosa avrebbero detto della sua ultima fatica. La presentazione era assegnata ad Elio Pecora ma il mattatore assoluto della serata – più che ‘serata’ a dire il vero un tardo pomeriggio – sarebbe stato Pietro Ingrao. Ingrao, ultraottantenne, uomo di grande semplicità, eloquio colorito tutto parole ossute e quel suo temperamento di fuoco che tentava di moderare - non trattandosi, in fondo, di un comizio... Era una estate torrida a Roma. Per fortuna il libro fu presentato nel seminterrato della libreria. Dopo, fuori, avvicinai D’Elia; mi chiese perché non lo avevo salutato prima. Prima? Quando gli dissi com’erano andate le cose si stupì e dispiacque a un tempo. Me lo ricordo ancora questo ragazzo, passati i cinquanta, smilzo, biondissimo, capelli lunghi come usavano trent’anni prima, adesso giudiziosamente tagliati un po’ oltre la nuca. Poteva sembrare una rockstar, se non che era abbigliato semplicemente, jeans, scarpe sportive aperte a mo’ di sandali. Una magliettina costosa appiccicata agli spuntoni d’ossa delle scapole. Smilzo, sul metro e settanta. E lo ricordo il biondo poeta che mi fissava con un sorriso gentile ma anche lievemente dispiaciuto. Riteneva una colpa non avermi sentito (mentre lo chiamavo e cercavo di acchiapparlo al volo) mentre fendeva la sala zeppa rapito dalla improvvisa visione del divo Ingrao.
.Chi vuol scrivere in rima al giorno d’ora deve lievissimo dar ritmo a tutto il verso l’italo idioma facile risuona
e troppo scoppiettando - autori cari - corre veloce verso lo strambotto. Usando piani lemmi, eluse consonanti doppie,
si può domare una lingua che assai bella se la si lascia al facile cantare diventa non volendo tarantella.
Nota Per i tre o quattro amici che vengono in questo blog affiggo un breve avviso: a partire da questo post e ancora per altri cinque o sei pubblicherò una serie di piccole composizioni frutto di una personale ricerca sulla metrica classica adoperata oggi; o meglio, sulla possibilità di scrivere oggi sul metro della tradizione. Un grazie per chi resisterà.
Ah i compleanni...
Con il nipotino
Sono le gioie ultime che ci dai fantasiosa donna? ora sfiori i novanta, vieni a passo di danza traverso il salone elegante che un tempo fu la tua stanza povera che i tuoi figli hanno di gigli adornato e di fresie, e benedici questo luogo ad oltranza luogo che un tempo fu umido; e buio.
Rendi grazie per la quotidiana amenità, ignori angosce e ambasce dei tuoi figli, vorresti sapere; e chiedi; scattano tutele. Lamenti solo di non più sentire il parroco officiante se non giungi per tempo a sedere ai primi banchi, scherzi o mannaggia alla vecchiaia quella, come la tua, età che senti ultima ma vivi in allegria compenso del destino forse. Per una vita di rinunce e speranza.
Tanti Auguri Mammì...! ot -tan -ta -set-te oh...
Qui eri una ragazzina avevi "solo" 70 anni !
bruttina questa foto, ma va bene lo stesso... so che non tieni all'esteriorità...
.
Ed eccomi qui, sulla porta di casa, jeans giubbotto e scarpe da tennis come un pischello, come non accadeva dal 23 settembre scorso. Tardo pomeriggio. Credo sia il crepuscolo. Non mi regolo più, sarà passato il tramonto. Dalle mie stanze vedo solo una luce grigia, luce invernale come non succedeva da anni che l’inverno fosse inverno, come non accadeva da anni che nella terra dove ogni tanto i preti fanno processioni e preghiere perché piova, ebbene si, non accadeva che piovesse quasi tutti i giorni, non accadeva che il freddo attanagliasse le stanze, quasi premesse dall’esterno. Chissà come sarà fuori. Forse sto esagerando, ma le gambe malferme mi danno ansia, un’ansia reale. Così nel tardo pomeriggio mi sono alzato, mi sono vestito e sono uscito per la prima volta. E' stata un'impresa, magari per altri esagerata, ma per me che l’ho vissuta, il rapporto tra me e l’ambiente era come una enorme agorafobia. Paura di spazi larghi. Già. Dove sono in questo paesucolo gli spazi larghi? Devi andare al mare per avere questo senso di spazialità ampia, ma io sono ancora in mezzo all’uscio, non mi sono chiuso il portone alle spalle. In effetti il senso di insicurezza sulle gambe mi rende comico a me stesso. Ma la distanza non è tanta tra casa mia e il caffè del mio bar preferito. Il barista, però… ancora mi viene su una specie di sorriso, l’ho contenuto perché non si offendesse… il barista mi ha guardato con occhi stralunati, avrà visto un fantasma? Mi sono chiesto persino se in vita mia avevo mai fatto a qualcuno l’effetto del fantasma, del redivivo… Dopo, quando si è ripreso, ha detto che... pensava... mi fossi trasferito (e me l'ha pure detto). “So che lei preferiva vivere a Roma, mi sono detto che forse era tornato nella sua città”. Lasciamo perdere dài… qui comincerebbe un lungo discorso sulla mia città. Sulle radici. Io non sento radici qui dove sono nato e cresciuto ma non le sento in nessun’altra parte del mondo. Non è una bella cosa. Solo chi non l’ha mai vissuta non sa quanto sia triste, forse demotivante, l’assenza di radici. Ma tornando a casa era già tempo di vita quotidiana, bisogna andare al supermercato, e via di corsa felice come uno che torna alle abitudini quotidiane. Giro più ampio, in macchina stavolta, e passeggiata per i corridoi del supermercato a riempire carrelli. Il 23 di questo mese sarebbero stati sei mesi di convalescenza letto-poltrona, poltrona-letto. Ed eccomi dunque a questa paginetta di diario. Adesso tocca muoversi, una o due passeggiate al giorno, nei dintorni, in modo da recuperare la mia taglia: non penso minimamente di buttare pantaloni e camicie e giubbotti che adesso non mi vanno più... . Per F.
Ora dal cielo scendono nuvole grigie, gli orti silenziosi attendono nel freddo in un cielo di neve: dimèntico di me il mio pensiero corre a te avvolta nel dolore che temi ti persegua per anni.
Ora il silenzio cala negli orti, umidi della pioggia inattesa: è già svanito l’esiguo sole, presagio di primavera.
E qualche passerotto intirizzito pigola piano, per non turbare il mistico meriggio d’inverno. Plana la pace nel crepuscolo eburneo, che sopraggiunge, improvviso.
11.2.2009
h.16.40
E' una poesia fuori dal tempo presente, versi sognati per poter scrivere uno dei generi che più amo: l'idillio. E' dunque una poesia dove manca tutto ciò che è contemporaneo: strumenti elettrici, attrezzi meccanici, auto, computer, ecc.
Altro che carnevale...Sin dall'inizio Berlusconi ha trasformato la parola comunista da sostantivo in aggettivo (spregiativo). E tutte le volte che la sinistra si arrabbia Berlusconi dice al Paese che la sinistra è stalinista. La sinistra si autoriduce al silenzio e Berlusconi finge di lamentarsi che in Italia non c'è nemmeno l'opposizione. Intanto in Italia è rimasto ancora l'estetismo e l'amore per la superficie degli anni '80, e in questo quelli di destra sono imbattibili, sempre elegantoni e attenti alle forme e alle formalità. E in più dicono loro le cose di sinistra. In questo contesto perché dovrebbe vincere il mite e timido Soru rispetto al brillante e superficiale Berlusconi? (la cosa vale per tutti gli altri leader della sinistra). Aggiungete a questo che a sinistra da sempre si detestano i leader - cioè la figura stessa del leader. E che si è usato Prodi per mandarlo via entro i due anni, manco fosse un intruso...
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Fontana di freschezza
e di rose pungenti
fontana di giorni d'oro
e distesi riposi.
Mi rapisti agli olivi
e il tuo fiume d'acqua sorgiva
calmò la mia sete.
Mia fontana di forza
mia fontana d'amore:
oblio mi trascina
in foreste di luce
d'alberi nati dal sole
e forgiati dalla luna.
E tu - mia fontana -
sei nel tuo centro
e sempre le tue acque
giungono alla mia sete
inesausta.
Novella Torregiani
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Non tu - gennaio 2005
.Genova - Piazza dei Ferrari innevata
Com'è placido e sereno l'imbrunire in questa sera di un autunno ancora imberbe. Calano le ombre sulla giornata che volge al fine: i pensieri si fanno frase che vola sulla fresca brezza che accompagna il tramonto per portare un tenero saluto a chi c'è lontano nello spazio e nel tempo ma non nel cuore.
Antonio Pastorino
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Un giorno senza un sorriso è un giorno perso...
Charlie Chaplin
Conosci il paese dove il limone è in fiore, le arance d’oro sfavillano tra le foglie scure, dal cielo azzurro alita un vento mite, il mirto è quieto e superbo è l’alloro? Dimmi, lo conosci? Laggiù, laggiù con te, vorrei andare mia amata.
J. W. Goethe
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