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Poesia e Musica

Arriverà il giorno che gli occhi parleranno per le parole

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Non volevo no
che mi riportassi indietro
la vita che hai carpito
e che volentieri ti diedi.
Volevo che la tenessi
come io tenevo la tua
teneramente
nelle mie mani adoranti.
 

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29 giugno 1798 

 

 

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 Nè mi diceva il cor che l'età verde
Sarei dannato a consumare in questo
Natio borgo selvaggio, intra una gente
Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
Argomento di riso e di trastullo,
Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,
Per invidia non già, che non mi tiene
Maggior di se, ma perchè tale estima
Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
A persona giammai non ne fo segno.
Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza
Tra lo stuol de' malevoli divengo:
Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
E sprezzator degli uomini mi rendo,
Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola
Il caro tempo giovanil; più caro
Che la fama e l'allor, più che la pura
Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
Senza un diletto, inutilmente, in questo
Soggiorno disumano, intra gli affanni,
O dell'arida vita unico fiore.

Viene il vento recando il suon dell'ora
Dalla torre del borgo. Era conforto
Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
Quando fanciullo, nella buia stanza,
Per assidui terrori io vigilava,
Sospirando il mattin...
 
 

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Conosci il paese dove il limone

è in fiore,

le arance d’oro sfavillano tra le foglie scure,

dal cielo azzurro alita un vento mite,

il mirto è quieto e superbo è l’alloro?

Dimmi, lo conosci?

Laggiù, laggiù con te, vorrei andare

mia amata.


 J. W. Goethe  

 

                                                                                                                                                                                                                     

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"Se tu mi tocchi con dolcezza e tenerezza
Se tu mi guardi e mi sorridi
Se qualche volta prima di parlare mi ascolti
Io crescerò, crescerò veramente"
                                   (Bradley, 9 anni)
 
 
 
 
 

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Francis Herbert Bradley, filosofo inglese (1846 - 1924)

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Amore dì alla zia

di restarsene a casa stasera:

dormirò io con te.

Dopo poggerò la guancia

sul tuo seno

e mi farai le coccole e mi darai i bacini.

Ma prima amore

prima dì alla zia di restarsene a casa stasera,

stanotte dormirò io con te,

aboliremo la luna,

per qualche ora scorderemo

romantici baci

e sguardi innocenti

gli studi i collegi e i legami nell’anima;

senza catechismi di certezze

entreremo nello spazio

senza spazio del cuore

dentro più dentro

dove amore è amore

dove la carne è carne

e le viscere urlano

e dove il respiro si ferma

dove gli occhi accecano

sbarrati sull’abisso del piacere.

Dì alla zia di restarsene a casa stasera, amore:

stanotte per questa notte dormirò io con te.

 

Sai, sono felice d’essere infelice

quando tu non ci sei:

è per te la mia garanzia del mio amore.

Ma stanotte la tua casa sarà tutta nostra,

centimetro per centimetro

la tua pelle sarà tutta mia

e nostra sarà la fornace

l’unica la sola che arde

dentro, più dentro,

dove il cuore è cuore,

dentro, più dentro,

dove la carne è carne.

Ma tu sai cosa devi dire

e a chi, amore,

perché la casa stanotte

sia tutta nostra,

la carne e il cuore

e quella infamia che per me

voglio e pretendo

si che mi addosserò

un vilipendio disperato e senza orpelli.

Dentro più dentro

dove il cuore è cuore.

Dentro più dentro

dove la carne è carne.

 

 

 

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Se tu venissi chissà perché
in questa bella mattina
a questa gialla fermata
d'autobus io mi commuoverei.
Se tu venissi senza un perché
in questa bella giornata
d'autobus e macchine
nel lieve rumore
e nei colori giallo-primavera
io (lo so perché) io mi commuoverei.

 

 

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...un giorno di gennaio in primavera...

LAND052




Non tu  -
sono io a chiedermi
in questa attesa piatta
se il giorno oggi
o quello di domani porti qualcosa,
qualcosa che sia nuovo…
Che posso dirti,
sono qui, solo, vivo
tra stand by e attesa,
vivo forzando pensieri
sperando che l’umore non sia nero
filando parole
che assai di rado
mutano in versi veri;
scrivo per colorare il tempo,
verbi al futuro per auspici,
la mente come tela:
passo colori,
aperti, chiari,
financo irruenti
sperando.
Il vento di gennaio
fischia sugli infissi di ferro
schiocca panni stesi
scorazza nelle strade, sbatte porte,
balla sui terrazzi
se ne va.
Sono qui, sotto l’urlo del mare,
figgo parole una dopo l’altra,
cerco il fuoco senza cuore
di una stufa,
filo e tesso a mani sagge  
d’artigiano lento
una tela d’Omero senza proci;
l’ansia ha lasciato posto
a una scialba vaghezza.
Il giorno è questo,
di silenzi, freddo;    
più freddo se la tua bocca tace,
se scrivo voltando a tratti
testa e cuore verso i vetri
oltre i quali vige una luce di cenere.
Tremando poi d’un tratto se rileggo.


gennaio 2005











Venerdì Santo








Ma ora in quest’attimo sospeso, di tregua pace e morte,
questi cieli feriti disperdono le ultime piume
                 dell’albatro che remigava basso sulla palude.
Ora scendiamo ai sentieri più leggeri
       odorando questo vento di morte, a passo a passo.
                     Corro verso mete vicine,
vertiginose come precipizi, ed ho le carni docili
di agnello ghermito dalle unghia rapaci.
Eppure questi cieli, e anche le piume trasportate dal vento,
eppure queste piazze e i selciati, questi acciottolati,
eppure queste agili mani e gli occhi, eppure i pianti insensati
                               e le parole, oggi ricorrono nei pensieri.
 
Nell’alba di piombo l’albastrello remigava basso
                                                                    sulla palude.
E venne l’attimo che si spezzò, che rimase incerto
                                       tra la notte e il giorno,
venne alle sagaci parole che furono carezzate
dal vento, visione di visione, quell’attimo
venne e si spezzò nelle intricate faccende,
nelle ore oscure del bisogno e del dolore,
nelle ore alacri del pianto e della noia,
                 quell’attimo venne e si spezzò.
 
Siano rese grazie dovute all’alba che viene col canto
                                                 interminabile dei galli.
Il vento che raschia sotto le finestre è in compagnia
del sole, e scompigliano e mescolano chiarore ad acque miniate,
e sibila sul trave concavo alle orecchie dei pavoni
                                                 e gli asini sonnolenti.
Siano rese le grazie dovute all’alba che viene
                                   sugli operai e donne di fatica
che non vollero dormire stanotte.
                                        Un soffio d’aria s’insinuò
e carpì una scintilla al fuoco e dilagarono ancora