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Santino

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Poesia e Musica

e sarò lì per sempre e un giorno, sempre

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Estate  
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Ah giorni caldi di un’estate antica

siete rimasti memoria e incanto

negli occhi vitrei e nell’ansia stupita,

 

del fanciullo che in estasi adorante

vi guardava chiari cielo e mare

puri d’un azzurro che più che estivo

 

non si potrà mai dire. O giorni ampi

nella memoria ferma, bloccata, lampi

di un flash eterno, di un istante solo.

 

E sono lì ancora nel primo meriggio

quando il cielo scolora quasi in sonno,

sfuggivo il pranzo per venire al poggio

 

modica altura, solo, per rapirmi

godendo la calura e il gran silenzio  

la solitudine i vasti spazi e solo mia,

 

 

quella visione che avvicina a Dio.

 

 

 

   30.4.2009

 
 
 
 
 

E’ una poesia che desideravo scrivere. Volevo fortissimamente ma ho dovuto aspettare. L’ho portata in grembo per anni e ora non mi importa del risultato. Era qualcosa che volevo esprimere: il ricordo, cioè, dell’estate come l’ho vissuta da bambino. Una sorta di sentimento mistico della bella stagione. Era il solo periodo dell’anno in cui il mio sentimento dell’universo era totale. E so che dichiarare la propria immedesimazione con un vissuto universale sia poco elegante; e un po’ come millantare. Eppure era questo il mio sentimento della bella stagione. Tanti anni fa. Adesso è tutto il contrario.

Tempo fa ho affisso una sorta di avviso in bacheca… Mi rivolgevo a chi avesse voglia di seguirmi mentre pubblicavo una nuovissima (e anche per me, fino a qualche tempo prima, inattesa) esperienza: mi chiedevo se all’inizio del secondo millennio fosse ancora possibile scrivere sul metro della tradizione.

Era il 21 marzo. Oggi, 21 giugno.  L’esattezza delle date è casuale.

Ma per ora sospendo. Non è detto che non torni a tediarvi in seguito.

 

 

 

 

 

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Linda sentii morire ogni gioia
nel sapere che la nostra atmosfera
non sarebbe mai più stata com’era

da quando l’atomica horror senza attributi
era stata provata su città, e uomini e donne,
facendo scempio delle loro carni,

dissolvendo in frazioni di un istante
intere vite, vite in tutto simili
a quelle di chi, folle, uccideva

per sempre affossando se medesimi
di colpe e devastando l’aria e la gioia;
ma più dolce fu sentirlo da te teneramente

con grazia femminile e di sorella
e ho in mente la tua voce esitante
il tuo viso triste nell’espressione bella

e il tuo sguardo ricordo in quell’istante.

 

21.5.2009

 
 
 
 

Nota
Eravamo ragazzi, un tardo pomeriggio, al Ponte; chiacchierando chissà su cosa, chissà come il nostro discorso cadde su un argomento tanto triste: mia sorella disse che da per tutto, anche lì, in campagna, dove eravamo, l'atmosfera non era più la stessa dal giorno in cui era stata usata la bomba atomica. Mi sentii morire dentro, tutto mi si scolorì davanti agli occhi; e per alcuni giorni pensai a questa cosa.

Il luogo che chiamavamo “Al Ponte” era la favolosa cascina dei nonni paterni. “Era la casa delle mie estati lontane” (E. Montale)





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Oh perché mai denigrare i tanti

con le mani in tasca e le spalle al muro,

lo sguardo impuro dritto nel vuoto;

o quelli che con il passo di chi         

trasandato si mostra sicuro di sé

spalle dritte e pugni chiusi oscillanti

all’altezza delle cosce scattanti

come a sfidare nemici non comprare

il giornale sportivo con gli ultimi spicci.

O in queste mattine grandiose

il passeggio tra l’edicola adorna

e il bar che sforna cappuccini, caffé,

i dolci alla crema sui bei tavolini

allineati e coperti, dove vecchi trentenni

giocano a tresette litigando in cortile;

e giocano, giocano e io non so se ignorando

benché - sia di loro proprietà - il dolore

di vedersi la vita passare aspettando;        

giocano si o in piedi urlano per mostrare

al nemico la loro mens sana e intelligente

in questa sacra intangibilità (o veggenza)

della perizia di un gioco dal vero astraente…

 

 

 

Il gioco infinito al bar; e far pagare

il caffé a qualcuno è osanna e peana,

il trionfo che consente il rientro a casa

senza nervi tirati e rilassati sedere

davanti alla tivù a rivedere

la stessa partita che antenne

a pagamento offrono varie volte in un giorno

invariabilmente fin che il giorno di nuovo

rinasce subito dopo il pranzo e

invariabilmente dura fino al pomeriggio, tardi,

in partite infinite, e urla, bestemmie,

e dimostrazioni (ancora) di superiorità di mente

mentre le luci accendono la sera

e la gente rientra con facce perplesse

di cui hai imparato a indovinare

dalle espressioni amare le disattese promesse.

E forse il problema non è più,

o non è mai stato, qui dove l’atarassia

è sconfitta plurisecolare, mai, mai stato

nel non poter più parlare, e non è nemmeno

nel non poter più essere ascoltati, non dico capiti,

ma forse nel sentire più alto il rischio di parlare

col cambio facile tra chi parla e chi alza sguardi

severi, stupiti, gli sguardi sorpresi di chi esterrefatto

si chiede cosa mai accade, pronto a dar del matto

a chi non si sa perché non sia già stato spedito

al Mandalari; qui dove tutto si paga in noncuranza

e dove riso e scherno son letteratura e poesia,

e filosofia superba occasione per ridere

con una risata di malriuscita afasìa...

 

 

 

Bevo il caffé frettolosamente,

oggi è la seconda volta, ma uno

che avevo visto alla ringhiera grigia

a destra, stamattina, è ancora lì, di nuovo,

e sembra abbia in affitto lo spazio, lì,

lo vedo lì da anni, forse ne ho un ricordo

invernale perché ha sempre quel giubbotto

come fosse natale, e una sciarpa,

in questi giorni radiosi di aprile:

sempre lì, sotto il moderno portico

e se ne sta solo, solo ascolta un suo pensiero,

a sguardo perplesso, ma non fuori di sé,

ma dentro, più dentro, che per un’altra volta

potremmo dire ancora retroflesso.

Torno a casa, radendo i muri. Devo

aver dato fiducia a chi non meritava;

a qualcuno che può avermi fatto dubitare

di me se adesso a me chiedo perplesso

dove mai attingo il permesso

di stupirmi di questa piccola vita,

del rimosso dolore di gente giovane adulta

senza occupazione che coccola la nonna,

e la pensione, dicono i giornali, ripetono

consenta in questi 150 anni di crisi

quel lusso vile che sa di fenomenale

che un tempo chiamarono,

con espressione triste ma elegante

questione meridionale.

 

 

Torno a casa, radendo i muri, penso

mentre estraggo le chiavi e apro il piccolo

portone a vetri ad un altro giorno andato;

penso a noi separati in casa, in quartiere,

nel borgo oggi imbiancato ma sepolcro

tuttavia, qui dove sono cresciuto,

a Gianni che chiama necropoli le città,

a me che costretto a tornare sogno

un’altra fuga e una volta ancora stupisco

al sorriso trentenne della mia anziana madre,

al suo venirmi incontro a passo di danza,

e a come tornerò, salite due piccole rampe,

al mio tavolino e al computer, miracoloso

regalo di un compleanno passato;

e a me penso in questa oasi di pochi metri quadri,

piccolo modesto appartamento,

un lusso anche per me

tutto devoluto all’ozio letterario.

Ed eccomi, gomito puntato sul tavolo,

guancia nella mano, nell’altra il mouse,
fisso sullo schermo l’idea virtuale della carta

e il foglio bianco su cui figgo quotidiani pensieri.

E’ una sera qualunque del duemila. Seduto qui

a vivere pensando, o modellare versi; ma io

- penso - io che ho sognato un’altra vita,

io che ponevo nel pensare la speranza;

io vidi e seppi che il sogno si volse in derisione;

e fu visione disperante di radici.        

Fu il limite nostro la rivelazione, il mio e il loro.

Il mare antropologico, penso, tutto riavvolse,

poesia e tresette, io nella mia sconfitta

della radicale visione dell’essere,

loro nella boria beata di un caffé, goduta vittoria.

E sarebbero così reali le differenze?

 

 

6-8 aprile 2009

 
 
 
 

Nota

 

Questa poesia è l’ideale prosecuzione della precedente. E’ stata scritta all’incirca nello stesso periodo. Stavolta però l’inquadratura - si direbbe con linguaggio cinematografico – non è panoramica. L’occhio di chi osserva è tutto primi piani. Immagini visualizzabili da vicino. Inoltre mi è impossibile parlare di metrica, perché dopo i primi versi del componimento eseguiti con esattezza metrica, il verso si dilata a dismisura, anche se a un computo certosino si finirebbe per accertare che taluni versi pur dilatandosi oltremodo conservano una esattezza in un primo momento incredibile. Esempio:  verso a quattordici sillabe: esso non è che un doppio settenario. Con lo stesso metodo si può fissare l’attenzione sugli altri versi, quelli più ampi che danno senso di spazialità; benché i luoghi, i personaggi, sono guardati quasi con l’esattezza dell’entomologo. Qui la macchina da presa è davvero ravvicinata.

E’ tempo di elezioni. Pubblico queste due poesie - la precedente e la presente - sempre perché, come ho già detto nei precedenti post, so che ci sono più di 50.000.000 di persone che mi leggono e così spero di convincerle a votare per il verso giusto. Ovvio no?

 

Per chi fosse curioso di sapere a cosa corrisponde la parola “Mandalari”, dirò che si tratta dello storico manicomio di Messina, oggi in realtà una più moderna struttura psichiatrica.

 
 
 
 
 
 
 
 

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Qui - tra la gente che a pigolii si duole

di bisogni antichi (che chi ha il potere ignora)

ma poi al consenso incredibile avvalora                 

 

i piani di chi per sé il potere vuole -

tra gente che i malandri via via lusinga 

vita non c’è ma vita mia induci a vigilare attenti

 

nel quotidiano che non da mai nulla,

e i vivi sanno che il respiro costa

qui dove tutto si paga in dignità                     

 

e quel che è diritto è scherno o rarità.

Vivo che non sei parte a quei belluini

che ferocia e potere rende caini

 

che nella certezza di empietà impunita 

vivono forti sulla tua - che è la tua - vita

qui è sforzo d’ogni istante alzare gli occhi,

 

e urlare ciò che spetta è quella forza

che l’onore mina di una genìa funesta           

che d’onore bugiardo si riveste.                            

 

 

23.3.2009

 
 
 
 
Nota
 

Un quesito costante: al sud la gente dopo aver protestato a bassa voce (a pigolii…) vota quei partiti – o un uomo-partito – che usano il potere per il proprio comodo… scelta masochista, non c’è che dire! Ricordo di aver sentito che uno dei capi della criminalità organizzata richiesto sulla possibilità di sconfiggere la mafia, disse più o meno: “Se la gente pretendesse i propri diritti dallo Stato invece che venire a chiedere favori a noi, forse la mafia potrebbe finire…”

E dal comportamento filo-mafioso (forse inconsapevole) è ispirata questa mia composizione, scritta lo scorso marzo.

 

 

 

 

 

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Ma nulla mai sostituirà il volume

carta, copertina, note, premessa,

idea e gioia che quello sia il prodotto

 

di un autore vivente e pure amato

e godi sempre nel bello di acquistare

qualcosa di prezioso da pagare

 

portare a casa con sé e con quel gusto

interno, risaputo che è più giusto

per il nostro piacere di appagare

 

anni di attesa spesi a pregustare.

Sapendo che ora resta solo un’ora

per prolungare quella attesa ancora

 

in autobus sbirciare nelle pagine

e non aprire nell’attesa che il margine

si consumi del tempo che rimane;

 

e in auto se a casa in auto si ritorna

fermàti infine da un bravo semaforo

l’occasione è prenderlo in una mano

 

fissare il titolo un’altra volta piano

guardi ghiotto di straforo ad occhi sazi

il libro aperto a caso e dire grazie.

 

Ed ecco a casa - dopo l’attesa il rimpianto

per l’attesa svanita - “e ora a noi due!”

E mentre è tutto pronto per la cena

 

a chi ti chiama chiedi di aspettare;

passano ore e quando è tardi ormai

di ritorno in cucina due piatti coperti

 

dicono che nessuno ti ha aspettato.

Quand’ecco un volto di donna assonnato

viene a chiedere perché non hai cenato

 

ma tu ringrazi, mah, non sai il motivo,

ti senti pieno, devi aver mangiato,

perché dentro, più dentro, ti senti sfamato.

 

 
 
 
 
Nota

 

Un pezzettino di autobiografia quanto meno gradevole, e in qualche modo gioiosa, sicuramente tra i momenti più belli che la vita, tra mille difficoltà, ci consente. Non solo mi rivedo in questi versi ma sento che i circa 20 milioni di lettori che frequentano quotidianamente il mio blog hanno avuto questa stessa esperienza. Ho scritto questi versi la settimana scorsa e ora leggo - ahimé sbadato - che in questa settimana c’è la Fiera del libro a Torino. Non lo sapevo. Provo lo stupore che si prova davanti alle coincidenze fortuite e positive. Sento che pubblicarli in questi giorni - sia pure senza averlo premeditato - è farlo al momento giusto.

 

 

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In questi giorni ritorna della vita

il ricordo del giorno tuo ultimo padre

che ignoravi di vita essere ladro,

 

che refurtiva fosse la gioia di noi tutti

da te odiati, zavorre dipendenti,

che del dolore eri prepotente.

 

Ora perché hai fatto tanto in vita

in bene e male e più male mi chiedo

perché tanta incoscienza e scienza d’uso

 

se il tuo giorno finiva lavorando

con un lavoro altro, dopo quello di stato

premio di guerra, e di cui eri invalido.

 

Padre, Padre di violenza e di sopruso

se la vita non ha sorriso quanta basta

è perché il sorriso eri tu, ferrigno abuso,

 

di giorni inermi - giorni di mala pasta -

senza gioia o amore per la vita

che ti aveva sottratto dalle dita

 

ogni dolce carezza e ogni speranza

pura condanna a solitaria fatica

in aride campagne, o tra i colleghi solo.

 

Pure col tempo sai avevo creduto

mentre crescendo affannavo me da solo

a dimostrarmi che frode, utensile,

 

e nostra creazione, è il tempo, senza modo:

che in parte inventato anche per pietà

a noi stessi fosse, e fosse galantuomo,

 

si dice; avesse - malcreduta - carità

per noi tutti figli del caso o del divino

e un ventilato farmaco al rancore.

 

Ancora, anni addietro, sai ero capace

di essere triste, e ora temo la tristezza

che mi affondi, nel vortice o geenna dell’angoscia;

 

è diventato impagabile lusso la tristezza

se è punto di partenza e capolinea

per un crollo nel nulla senza fondo.              

 

E io avevo pensato che col tempo

col passare degli anni grado a grado a un più alto

livello avrei integrato temi e allegorie…

 

e, pure, adesso costretto all’allegria,

costrizione che è droga non terapia,

ridere devo anche se di comico

 

nulla c’è di me dentro o a me d’intorno.

Anzi, costretto a giorni dolorosi,

al pavore obbligato e allo sconforto

 

devo fingere a me gioia e ironia

per sfuggire il tracollo; e così sia.

Ma ora qual’è quel tempo giusto…

 

Va via bel bello - come dirlo adesso

se tutti l’hanno detto - ed è quel tempo

in cui di norma crei enorme il futuro                 

 

ti senti eterno e la vita ti è assoluta;

ma poi la cifra del vivere spaura,

la biologia del cigno accenna il canto

 

naturale e ovvio e se non temi la morte

la condanna temi all’infelicità, dolore forte

che ti blocca in vita ed è come la morte.

 

Allora aspetti nella noia il giorno

della finale estinzione e forse - forse -

se anche creduto hai a dèi e dintorni

 

non pensi più che la gioia ritorni…

La vita vera - e tu lo sai ora che non giova -

non è per tutti padre; di imperativi vivo,

 

per molti la vita non è che una finzione.

 

 
 
 

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Un’aspra sferza, irta di crude asprezze   

squarcia la carne infallibilmente;  

che a pena, vivo, il sangue si trattiene; 

 

il dolore attorce i corpi – orrida

visione, scultorea come di un dio 

ferino in altre ere: incatenato

 

e dai serpenti morso:  è il nostro

amore o colui che presiede sentimenti

più vasti e veritieri, o le emozioni

 

implose nei tuoi straziati silenzi   

e poi esplose in quel flusso violento
da piangere nel farsi pentimento.

Vedo il tuo volto impassibile, ora
non dolce, intenta a lacrime domare,
o piangere o perplessa ripensare                   

chi al fianco avrai se la parola che si referenzia
prima creduta ora cade in disgrazia.

Se altro non c’è che il dono d’altra prova.

E’ amore e della carne dell’anima fa scempio.

Figgo lo sguardo in chi perse la grazia;

un filo cerco nell’intrico umano

 

lo sguardo volto agli ultimi lucori. 

Ora è crepuscolo; il giorno si dissolve.

Amore amore, allevia il tuo dolore;

 

se ci travolse un tuo confuso errore,       

se anonimi strali di norma fugati,      

da te furono a ferire destinati                                  

la sorte di noi due innamorati...

 

 

10.1.2008 - 3.4.2009

 

 

 

Nota

 

Endecasillabo come verso principale di questa composizione. Ma non è possibile non eccedere e non decurtare il verso di base. Non è la prima volta che cito - come partner intellettuale di indubbia competenza – Novella Torregiani. La quale commentando uno dei miei post precedenti a questo ha scritto testualmente: “il verseggiare che molto si avvicina alle terzine dantesche... certo, non così osservante delle rime, ma i versi estesi a dodecasillabi o a più sillabe ancora, donano un respiro ampio che ben si adatta al tranquillo conversare di amici; un verseggiare libero, moderno, armonioso, pur se non strettamente incatenato alla classicità”.

Ci siamo capiti subito con Novella. Se mi fossi incatenato alla classicità assolutizzando il verso sarei caduto in quella tarantella che aborro. E dire che questo discorso fece arrabbiare l’amico poeta pesarese più volte citato, Gianni D’Elia. Essendo egli uno dei pochi che nel Novecento ha usato rima, metrica, assonanza, consonanza, e insomma tutto lo strumentario tecnico-stilistico giunto fino a noi come patrimonio della scienza metrica, di fronte a queste mie osservazioni se ne sentì ferito, e dovetti fermarlo e spiegarmi prima che riprendesse il sorriso. E i poeti fanno presto a sentirsi inutili se qualcuno attacca la loro poesia, il loro “lavoro”, la vocazione, di una vita. Io intendevo – e intendo – dire che manca poco alla lingua italiana, se trattata con perfezione metrica a diventare meccanica, e trasformarsi in un modestissimo strambotto. E per di più la rima rende la poesia prevedibile. E cosa c’è di più assurdo della prevedibilità in campo artistico? E oggi con la sua naturale evoluzione la lingua italiana è diventata più aperta, appiattendosi; ed è diventata più adatta al giornalismo, alla divulgazione,  alla conversazione. Ma poi con D’Elia ci siamo capiti.

A volte mi torna in mente quello che ha scritto un critico di Borges. Più o meno che la sua poesia muove da un tramonto visto tanti anni prima e che la memoria ha conservato intatto.

Ci sono immagini, e frasi, che ognuno si porta dentro. C’è chi non sa, ma c’è chi sa quanta importanza hanno quelle immagini o quelle frasi.

Non ho mai dimenticato le parole di Garcia Lorca: “mi duole la carne dell’anima”.

Non le ho dimenticate perché mi riguardano. Ovviamente. Sono indimenticabili perché si tratta di un’esperienza che nella vita, di tanto in tanto, purtroppo, ritornano. E anche in questi versi, un incredibile insieme - incredibile a rileggerli dopo - di visionarietà e vita quotidiana, mi ritrovo ad avere descritto senza rendermene conto lo strazio del cuore fisicamente. Come se davvero l’anima avesse una sua fisicità.

 

 

P.S.

Ho scritto di getto, e quindi con tutte le imperfezioni del caso, questa poesia nel gennaio dell'anno scorso. L’ho ripresa da qualche settimana, all’inizio di aprile, e l’ho limata quotidianamente. Non mi dispiacerebbe sentire se siete riusciti a leggerla. E soprattutto quale lettura ne date. In fondo l’autore non saprà mai come l'utente legge i suoi pensieri (e la sua scrittura).

 

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Ora è tutto finito, spenta l’alta

caciara, il cuore educato ripensa

al potere vile del vino, del buio

 

borghese deriva; alle pure anime,

inermi di pensieri e ideali… Andato     

Zamboni, Morini, è andato via Gino

 

felici ubriachi dall’alba alla notte

diabetici cronici col fegato a pezzi;

è andato via Eros che visse trent’anni

 

col figlio nel cuore e i suoi sedici

anni e una curva e un sottopassaggio;

lì fece costruire una lapide

 

pose dei fiori ogni giorno e sorrise

sorrise compito nel bar con gli amici

finché il muro eretto al dolore lo fece

 

schiattare e un giorno salì sorridendo

sul treno del Parkinson, lui mite lui

dolce, o allora quel Mirko che giovane

 

ancora la moglie annoiata di scarni

guadagni si scelse il ganzo più ricco   

di muscoli e soldi; e via ch’è più bello;

 

e poi tutti gli altri elenco impossibile

di uomini miti devoti più al vino

che al dio dell’ebbrezza, pignoletto e

 

lambrusco religiosa ubbidienza

e poi senza scienza a quel dio sconosciuto;

e Mario ossessivo nascose gli spasmi

 

morì senza donne, puliva con cura;

e Sandro ah Sandro che Ugo una sera

gli fece le carte, sei acquario gli disse

 

il cuore ti può buggerare; e Sandro

rispose di si, sorridendo; ed era

a pena tornato da un medico,

 

uno di fama; referto alla mano

rischiava la morte, sapeva;

come Gino o Zamboni, pie anime sgombre.

 

 

E ora Bologna è una città d’ombre

 

 
 
 
23.3.2009
 
 
 
 
Nota
La mia Spoon River...
(Versi sciolti variamente alternati. Prevalgono decasillabi,
endecasillabi e dodecasillabi. Rime interne e assonanze interne
non prestabilite. Idem ipermetrìe, né volute né casuali ma esigenze
del flusso poietico). 
 
 
 
 
 
 
 

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Ah Franco poi dovevo ricordarti

i giorni nostri di puri comunardi

quando ancora poco più che adolescenti

 

forse smarriti o forse più incoscienti

andavamo in un gruppo di discenti

ogni sabato in quei lievi pomeriggi

 

a discutere – indottrinati e assai ligi –

di preghiera, d’impegno, e teologia

in stanze ricche di filosofia; 

 

io ebbi un invito, anni addietro,

si voleva rifare un nuovo incontro

tutto centrato forse sul ricordo

 

o forse era verifica dei capi

sui nostri risultati per quei mari,

sapere se il seme sparso in proda

 

che allora con parole assai di moda

si diceva mare della vita o tutta quella broda.

Ma posso dirti che io ho rifiutato;

 

subito, in tronco, ma in tono gentile;

che le violenze per diec’anni subite

mi avrebbero dato un’esplosione indegna,

 

pensavo; e per non dire che il caos regna           

anzi è regnato per anni senza tregua

al punto che a fatica si dilegua

 

scompare, anzi scomparve, l’esperienza di chiesa

tutta incentrata su una ignobile resa

al disimparare personalità, stima di sé e amore

 

per fare posto a un Cristo dittatore.

Era costui il loro violento plagio

in tempi di marxismo, ’68 e Maggio

 

la Francia urlava vietato vietare

ma noi qui si doveva pregare

più forte per questi peccatori

 

che noi ragazzi si vedeva portatori

di una novella veramente nuova 

ma furono crisi di coscienza nuova

 

perché mai conosciute prima d’ora.

Oh eravamo ragazzi tu lo sai e davanti

avemmo – noi per primi Franco noi proprio

 

nella Storia – gravidanze a fermare

per legge e per legge coppie da scoppiare

tutta roba da sacri referendum                      

 

che gli atei laici vedevano esemplare

e per noi laici credenti era furia demente.

Furono crisi drammatiche, violente,

 

che pochi hanno avuto coraggio di narrare

tranne giornali, tivù, e tutto ciò che assedia,

che chiamano, degnamente, mass media...

 

Torno da solo a quei pensieri a volte

ai tristi momenti, pure giravolte, all’animo

che su se stesso ancora si rivolta

 

e par che pace implori un’altra volta.

 

 

 

3.4.2009

 

 

 

Nota

I dolori di una adolescenza inerme, l’horror di un animo violentato in nome di Dio, i cui effetti si sentirono ancora anni dopo…

 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Così la rabbia così tanto amata

suggerita, imposta, divulgata,

ai tempi della mia candida esperienza

 

diventava un contrario di sapienza.

Io ero mite, dolce; volevo vivere piano,

la rabbia logorava solo me stesso

 

non seppi o non volli spenderla al consesso

sociale per natura, minaccia, o tenerezza,

mi rimase - oggi diremmo retroflessa -

 

dentro, in un viluppo, emozioni e pensieri,

bloccando sviluppi rimasti a lungo in fieri.

Benvenuta fu un giorno la poesia,

 

a disvelarmi; tra simbolo e allegoria.

 

 

 

 

  

 

 

 

 

Piccolo spazio di autobiografia intima. Ricordo qualche annetto addietro cantautori come Vecchioni, Guccini, Lolli ma anche un poeta, Pier Paolo Pasolini, personaggio di statura ben più elevata, parlare spesso della rabbia come di un valore positivo. Io non riuscivo a viverla, la mia esperienza della rabbia era totalmente negativa. Mi dicevo 'la rabbia appanna la mira'. Non che dovessi mirare a qualcosa ma sentivo che mi rimaneva dentro inceppando i miei processi di crescita, di progresso interiore.

In realtà ciò che mi trasse fuori dai momenti in cui il nostro organismo naturalmente si inceppa fu la poesia che mi permise di entrare in comunicazione e spesso in comunione con gli altri. La prima opera che i pochi che mi leggono conoscono è "Candida Suite" dove simbolo e allegoria non senza un tanto di neosurrealismo mi permisero di esprimermi, dandomi al tempo stesso liberazione e comunicazione.

 

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Mentre rapito andavi

verso il politico divo

ciecamente avversando

il vano astratto della nuova 

 

libreria – lì quella recente

a due passi dal Corso – provai

a coglierti al volo e forse il braccio

ti sfiorai chiamandoti;

 

ma mi sfuggisti e comico fu

il rendez-vous più tardi tra lo stupore tuo

e il mio allegro tentarti a ricordare,

 

ma non te n’eri accorto – onor del vero –

e quando dissi cos’era già accaduto

mi fissasti ascoltando, gentile, dispiaciuto...

 

 

 
 
 
*
 
Il fatto
 

Gianni D’Elia. Poeta. Presentazione di un libro. Non lo conoscevo di persona benché avessi avuto la sensazione di averlo intravisto nella seconda metà degli anni ’80 a Roma, a una serata di poesia. Poi mai visto, non gli avevo mai parlato. Mi procurai il numero a fatica e un pomeriggio gli telefonai. Viveva, e tuttora vive, a Pesaro, era un poeta che molto mi incuriosiva. Ci scambiammo telefonate e lettere, poi una volta mi disse che sarebbe venuto a presentare il suo ultimo libro a Roma. Gli sarebbe piaciuto incontrarmi, mi propose di incontrarci prima o dopo la presentazione del libro.

E quella sera, si era nel 2001 (credo) arrivò finalmente, non mi dispiaceva sentire cosa avrebbero detto della sua ultima fatica. La presentazione era assegnata ad Elio Pecora ma il mattatore assoluto della serata – più che ‘serata’ a dire il vero un tardo pomeriggio – sarebbe stato Pietro Ingrao. 

Ingrao, ultraottantenne, uomo di grande semplicità, eloquio colorito tutto parole ossute e quel suo temperamento di fuoco che tentava di moderare - non trattandosi, in fondo, di un comizio...

Era una estate torrida a Roma.

Per fortuna il libro fu presentato nel seminterrato della libreria.

Dopo, fuori, avvicinai D’Elia; mi chiese perché non lo avevo salutato prima.

Prima?

Quando gli dissi com’erano andate le cose si stupì e dispiacque a un tempo.

Me lo ricordo ancora questo ragazzo, passati i cinquanta, smilzo, biondissimo, capelli lunghi come usavano trent’anni prima, adesso giudiziosamente tagliati un po’ oltre la nuca. Poteva sembrare una rockstar, se non che era abbigliato semplicemente, jeans, scarpe sportive aperte a mo’ di sandali. Una magliettina costosa appiccicata agli spuntoni d’ossa delle scapole. Smilzo, sul metro e settanta. E lo ricordo il biondo poeta che mi fissava con un sorriso gentile ma anche lievemente dispiaciuto. Riteneva una colpa non avermi sentito (mentre lo chiamavo e cercavo di acchiapparlo al volo) mentre fendeva la sala zeppa rapito dalla improvvisa visione del divo Ingrao.

 

 

 

 

 

 

.

 
 
 
 
 
 
 

Chi vuol scrivere in rima al giorno d’ora

deve lievissimo dar ritmo a tutto il verso

l’italo idioma facile risuona

 

e troppo scoppiettando - autori cari -

corre veloce verso lo strambotto. Usando

piani lemmi, eluse consonanti doppie,

 

si può domare una lingua che assai bella

se la si lascia al facile cantare

diventa non volendo tarantella.

 

 

 

 

Nota

Per i tre o quattro amici che vengono in questo blog affiggo un breve avviso:

a partire da questo post e ancora per altri cinque o sei pubblicherò una serie di piccole

composizioni frutto di una personale ricerca sulla metrica classica adoperata oggi;

o meglio, sulla possibilità di scrivere oggi sul metro della tradizione.

Un grazie per chi resisterà. 

 

 

   

 

 

 

  

 

Ah i compleanni...

 

 

 

 

 

Con il nipotino

 

 

 

 

Sono le gioie ultime

che ci dai

fantasiosa donna?

ora sfiori i novanta,

vieni a passo di danza

traverso il salone elegante

che un tempo fu la tua stanza

povera che i tuoi figli

hanno di gigli adornato e di fresie,

e benedici questo luogo ad oltranza

luogo che un tempo fu umido; e buio.

 

Rendi grazie per la quotidiana amenità,

ignori angosce e ambasce dei tuoi figli,

vorresti sapere; e chiedi; scattano tutele.

Lamenti solo di non più sentire il parroco

officiante se non giungi per tempo

a sedere ai primi banchi,

scherzi o mannaggia alla vecchiaia

quella, come la tua, età che senti ultima

ma vivi in allegria

compenso del destino forse.

Per una vita di rinunce e speranza. 

 

 

 

 

 

Tanti Auguri Mammì...!

ot -tan -ta -set-te  oh...

 

 

 

 

 

 

Qui eri una ragazzina

avevi "solo"  70 anni !

 

bruttina questa foto, ma va bene lo stesso...

so che non tieni all'esteriorità...

 

 

 

 

.

 

 

 

 

Ed eccomi qui, sulla porta di casa, jeans giubbotto e scarpe da tennis come un pischello, come non accadeva dal 23 settembre scorso. Tardo pomeriggio. Credo sia il crepuscolo. Non mi regolo più, sarà passato il tramonto. Dalle mie stanze vedo solo una luce grigia, luce invernale come non succedeva da anni che l’inverno fosse inverno, come non accadeva da anni che nella terra dove ogni tanto i preti fanno processioni e preghiere perché piova, ebbene si, non accadeva che piovesse quasi tutti i giorni, non accadeva che il freddo attanagliasse le stanze, quasi premesse dall’esterno. Chissà come sarà fuori. Forse sto esagerando, ma le gambe malferme mi danno ansia, un’ansia reale. Così nel tardo pomeriggio mi sono alzato, mi sono vestito e sono uscito per la prima volta. E' stata un'impresa, magari per altri esagerata, ma per me che l’ho vissuta, il rapporto tra me e l’ambiente era come una enorme agorafobia. Paura di spazi larghi. Già. Dove sono in questo paesucolo gli spazi larghi? Devi andare al mare per avere questo senso di spazialità ampia, ma io sono ancora in mezzo all’uscio, non mi sono chiuso il portone alle spalle. In effetti il senso di insicurezza sulle gambe mi rende comico a me stesso.
Ho camminato per il quartiere per qualche minuto, l’ultimo sole ancora intenso occhieggiava sulle pareti delle case. Mi è piaciuto guardare le pareti delle case dipinte qua e là, dall’arbitrio del sole. Tanto mi è piaciuto in quel momento tanto mi compiaccio di scriverne adesso. Ho attraversato come mi dicevano i genitori da bambino: stando bene attento, bisognava prima guardare a destra e poi a sinistra. E io ho guardato da una parte e dall’altra inconsapevole di certificare a me stesso una piccola regressione. Ho percorso marciapiedi con la strana sensazione che potessi inciampare, avevo sicuramente un oggetto imprevisto tra i piedi e abbassavo lo sguardo a fissare rapidamente lo spazio davanti ai miei piedi ma subito altrettanto preoccupato guardavo davanti a me. Che senso di disagio, che fastidio, fortuna per me che riuscivo a risolvere il tutto pensandomi in modo comico.
  

Ma la distanza non è tanta tra casa mia e il caffè del mio bar preferito. Il barista, però… ancora mi viene su una specie di sorriso, l’ho contenuto perché non si offendesse… il barista mi ha guardato con occhi stralunati, avrà visto un fantasma? Mi sono chiesto persino se in vita mia avevo mai fatto a qualcuno l’effetto del fantasma, del redivivo… Dopo, quando si è ripreso, ha detto che... pensava... mi fossi trasferito (e me l'ha pure detto). “So che lei preferiva vivere a Roma, mi sono detto che forse era tornato nella sua città”. Lasciamo perdere dài… qui comincerebbe un lungo discorso sulla mia città. Sulle radici. Io non sento radici qui dove sono nato e cresciuto ma non le sento in nessun’altra parte del mondo. Non è una bella cosa. Solo chi non l’ha mai vissuta non sa quanto sia triste, forse demotivante, l’assenza di radici.

Ma tornando a casa era già tempo di vita quotidiana, bisogna andare al supermercato, e via di corsa felice come uno che torna alle abitudini quotidiane. Giro più ampio, in macchina stavolta, e passeggiata per i corridoi del supermercato a riempire carrelli. Il 23 di questo mese sarebbero stati sei mesi di convalescenza letto-poltrona, poltrona-letto.

Ed eccomi dunque a questa paginetta di diario. Adesso tocca muoversi, una o due passeggiate al giorno, nei dintorni, in modo da recuperare la mia taglia: non penso minimamente di buttare pantaloni e camicie e giubbotti che adesso non mi vanno più...


.

 
 
 

 
 
 
 
 
 
                                                         Per F.
 
 

Ora dal cielo scendono nuvole grigie,

gli orti silenziosi attendono nel freddo

in un cielo di neve:

dimèntico di me il mio pensiero corre a te

avvolta nel dolore che temi

ti persegua per anni.

 

Ora il silenzio cala negli orti,

umidi della pioggia inattesa:

è già svanito l’esiguo sole,

presagio di primavera.

 

E qualche passerotto intirizzito

pigola piano,

per non turbare il mistico meriggio d’inverno.

Plana la pace

nel crepuscolo eburneo,

che sopraggiunge,

improvviso.

 

 

11.2.2009

 

h.16.40

 

 

 

 

E' una poesia fuori dal tempo presente, versi sognati per poter scrivere uno dei generi che più amo: l'idillio. E' dunque

una poesia dove manca tutto ciò che è contemporaneo: strumenti elettrici, attrezzi meccanici, auto, computer, ecc.

 

 

Altro che carnevale...

 
 
 
 
 
 

Sin dall'inizio Berlusconi ha trasformato la parola comunista da sostantivo in aggettivo (spregiativo). E tutte le volte che la sinistra si arrabbia Berlusconi dice al Paese che la sinistra è stalinista. La sinistra si autoriduce al silenzio e Berlusconi finge di lamentarsi che in Italia non c'è nemmeno l'opposizione. Intanto in Italia è rimasto ancora l'estetismo e l'amore per la superficie degli anni '80, e in questo quelli di destra sono imbattibili, sempre elegantoni e attenti alle forme e alle formalità. E in più dicono loro le cose di sinistra. In questo contesto perché dovrebbe vincere il mite e timido Soru rispetto al brillante e superficiale Berlusconi? (la cosa vale per tutti gli altri leader della sinistra). Aggiungete a questo che a sinistra da sempre si detestano i leader - cioè la figura stessa del leader. E che si è usato Prodi per mandarlo via entro i due anni, manco fosse un intruso... 

 

 

 

 

 

Grafica - Personale di Francesca Al

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Buon Compleanno Chicca !

 

 

 

 

.

 

 
 
Fontana di freschezza
e di rose pungenti
fontana di giorni d'oro
e distesi riposi.
Mi rapisti agli olivi
e il tuo fiume d'acqua sorgiva
calmò la mia sete.
Mia fontana di forza
mia fontana d'amore:
oblio mi trascina
in foreste di luce
d'alberi nati dal sole
e forgiati dalla luna.
E tu - mia fontana -
sei nel tuo centro
e sempre le tue acque 
giungono alla mia sete
inesausta.
 
 
Novella Torregiani
 
 

 

 

.

 

 
 

Non tu  -
sono io a chiedermi
in questa attesa piatta
se il giorno oggi
o quello di domani porti qualcosa,
qualcosa che sia nuovo…
Che posso dirti,
sono qui, solo, vivo
tra stand by e attesa,
vivo forzando pensieri
sperando che l’umore non sia nero
filando parole
che assai di rado
mutano in versi veri;
scrivo per colorare il tempo,
verbi al futuro per auspici,
la mente come tela:
passo colori,
aperti, chiari,
financo irruenti
sperando.
Il vento di gennaio
fischia sugli infissi di ferro
schiocca panni stesi
scorazza nelle strade, sbatte porte,
balla sui terrazzi
se ne va.
Sono qui, sotto l’urlo del mare,
figgo parole una dopo l’altra,
cerco il fuoco senza cuore
di una stufa,
filo e tesso a mani sagge  
d’artigiano lento
una tela d’Omero senza proci;
l’ansia ha lasciato posto
a una scialba vaghezza.
Il giorno è questo,
di silenzi, freddo;    
più freddo se la tua bocca tace,
se scrivo voltando a tratti
testa e cuore verso i vetri
oltre i quali vige una luce di cenere.
Tremando poi d’un tratto se rileggo.

gennaio 2005

 

 

 

 

.

 

Genova - Piazza dei Ferrari innevata

 

Com'è placido

e sereno

l'imbrunire

in questa sera

di un autunno

ancora imberbe.

Calano le ombre

sulla giornata

che volge al fine:

i pensieri si fanno

frase che vola

sulla fresca brezza

che accompagna il tramonto

per portare un tenero saluto

a chi c'è lontano

nello spazio e nel tempo

ma non nel cuore.

 

 

Antonio Pastorino

 

 

 

 
 

Il mare d'inverno

 

Il mare d'inverno... il mare sotto casa...
 
 
 

.

 

 

 

 

 

Un giorno senza un sorriso è un giorno perso...

 

 

 

    

       Charlie Chaplin

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

.

Autunno profondo

 
 
 
 
 
 
 

Autunno mansueto, io mi posseggo

e piego alle tue acque a bermi il cielo

fuga soave d’alberi e d’abissi.

 

Aspra pena del nascere

mi trova a te congiunto;

e in te mi schianto e risano:

 

povera cosa caduta

che la terra raccoglie.

 

 

Salvatore Quasimodo

 

 

gatto solo nella nebbia fissa la luce di una finestra

 
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Conosci il paese dove il limone

è in fiore,

le arance d’oro sfavillano tra le foglie scure,

dal cielo azzurro alita un vento mite,

il mirto è quieto e superbo è l’alloro?

Dimmi, lo conosci?

Laggiù, laggiù con te, vorrei andare

mia amata.


 J. W. Goethe  


 
 
 
 
 
 
 
 
 
         
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

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Buon Anno dolce poeta,
che il 2009 sia con te generoso
Un bacio
francesca
 
 

Indovinami, indovino,

tu che leggi nel destino:

l’anno nuovo come sarà?

Bello, brutto o metà e metà?

Trovo stampato nei miei libroni

che avrà di certo quattro stagioni,

dodici mesi, ciascuno al suo posto,

un carnevale e un ferragosto,

e il giorno dopo il lunedì

sarà sempre un martedì.

Di più per ora scritto non trovo

nel destino dell’anno nuovo:

per il resto anche quest’anno

sarà come gli uomini lo faranno.

 

 Gianni Rodari

 

 
Jan. 1
MAKING LOVE
 

Prima d'incontrarti, io vivevo?

Non ricordo.

D'inverno brani di Vangelo

consumava per me la nonna

all'esiguo lume

avvolta nello scialle nero;

E leggende ancestrali a primavera

ascoltavo mormorare l'annoso

salice in cortile.

Ma ero veramente nata

Non ricordo.

Se incontrai la luce della vita

nel tuo sguardo, allora

tu mi sei madre e sposo.

 

Ketty Daneo

Feb. 14
francesca
 
 

Non ti pare meraviglioso?

Io non ti conoscevo,

tu ignoravi la mia esistenza.

Pensa; e se le strade della vita

sulle quali noi camminiamo

non si fossero mai incontrate?

Una inezia, un ostacolo qualunque,

e noi saremmo rimasti lontani,

non ci saremmo conosciuti mai.

Sono talmente convinto

che era necessario che noi ci incontrassimo

che questo pensiero mi fa paura.

Dovevamo incontrarci,

perché qualcuno ci guidava.

 

 - Pieter Van Der Meer –

Feb. 4
Bacio
francesca
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LA PICCOLA CHIAVE

 

Tu sei mio, io son tua,

di ciò devi essere convinto.

Sei chiuso nel mio cuore,

perduta è la piccola chiave.

Tu dovrai sempre rimanervi dentro.

 

(Anonimo tedesco, XII secolo)

 

 

 

Jan. 6
Traduzione

Ti Aspetterò Proprio Qui

L'oceano ci divide

Giorno dopo giorno

E sto lentamente diventando matta

Ho sentito la tua voce

Al telefono

Ma non ha placato il dolore

Non ti vedo praticamente mai

Come possiamo stare insieme per sempre?

Ovunque tu vada

Qualsiasi cosa tu faccia

Sarò qui ad aspettarti

O come si spezza il mio cuore

Sarò qui ad aspettarti

Ho dato per scontato

Per tutto il tempo

Pensavo che sarebbe durata in qualche modo

Ho sentito il riso ed assaporato le lacrime

Ma non posso essere vicino a te ora

Oh riesci a vederlo baby?

Mi stai facendo diventare pazza

Ovunque tu vada

Qualsiasi cosa tu faccia

Sarò qui ad aspettarti

A qualsiasi costo

O come si spezza il mio cuore

Sarò qui ad aspettarti

Mi domando come siamo arrivati a far sopravvivere

Questa storia d'amore, ma alla fine sono con te

Coglierò l'occasione

Ovunque tu vada

Qualsiasi cosa tu faccia

Sarò qui ad aspettarti

(Sarò, sarò proprio qui, oh ad aspettarti)

A qualsiasi costo

O come si spezza il mio cuore

Sarò qui ad aspettarti

Sarò qui ad aspettarti

Oh, ti amo

A qualsiasi costo

Qualunque cosa tu faccia

Ovunque tu vada

Non ti lascerò mai (Ti aspetterò)

Sarò qui ad aspettarti, ad aspettare te oh oh, te

Dec. 31
...
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Dec. 9
Un bacio
francesca
 
 

Lo sai?

 

Lo sai?

Lo sai?

 

Lo sai come ci si sente quando si ama qualcuno che ha fretta di buttarti via?

Lo sai come ci si sente quando si è gli ultimi a sapere che la serratura della porta è cambiata?

Se gli uccelli che migrano verso sud sono un segno di cambiamento

Almeno questo lo puoi prevedere, ogni anno.

L'amore, non sai mai quando, improvviso, finirà

Non riesco a farlo parlare

Forse trovando tutte le cose che ha preso per salvarci

Posso far sparire il dolore che scorre dentro me

Guardo i tuoi occhi per cercare qualcosa che mi riguarda

Sono in bilico e non so che altro dare

Lo sai come ci si sente quando si ama qualcuno che ha fretta di buttarti via?

Lo sai come ci si sente quando si è gli ultimi a sapere che la serratura della porta è cambiata?

Come faccio ad amarti Come faccio ad amarti Come faccio ad amarti Come faccio ad amarti . . .

Se tu proprio non mi parli, piccola.

Ripenso a ciò che ho fatto

Mi pongo una domanda: lei è necessaria?

E decide tutto sull'uomo che dovrò essere.

Riguardando gli ultimi 3 anni come ho fatto,

Mai sarei riuscito a capire che tra noi sarebbe finita così.

And decide all the man I can ever be.

Non vedere più il tuo visto sul mio cuscino

E' una cosa che non mi era mai capitata prima.

Ma dopo quello che è successo non capisco, non puoi mai capire quale sarà la prossima cosa che succederà nella vita

Lo sai come ci si sente quando si ama qualcuno che ha fretta di buttarti via?

Lo sai come ci si sente quando si è gli ultimi a sapere che la serratura della porta è cambiata?

Lo sai come ci si sente quando si ama qualcuno che ha fretta di buttarti via?

Lo sai come ci si sente quando si è gli ultimi a sapere che la serratura della porta è cambiata?

Lo sai?

Lo sai?

Lo sai?

Lo sai come ci si sente quando si ama qualcuno che ha fretta di buttarti via?

Lo sai come ci si sente quando si è gli ultimi a sapere che la serratura della porta è cambiata?

Lo sai come ci si sente quando si ama qualcuno che ha fretta di buttarti via?

Lo sai come ci si sente quando si è gli ultimi a sapere che la serratura della porta è cambiata?

Lo sai come ci si sente quando si ama qualcuno che ha fretta di buttarti via?

Lo sai come ci si sente quando si è gli ultimi a sapere che la serratura della porta è cambiata?

 

 

Sept. 21
Oggi vorrei lasciarti una delle canzoni che preferisco.
Ce ne sono tante che mi piacciono, ma come trasmette il vero amore questa, per come è il suo testo non ce n'è.
Always di bon jovi, la mia canzone. Quando sono triste  ascolto questa, e senza volerlo mi ricarica
Spero possa piacere anche a te. Almeno il testo tradotto in italiano...che ritengo poesia
Buon pomeriggio
Ti sorrido
 
francesca
 

Sempre

 

Questo Romeo sta sanguinando, ma non puoi vedere il suo sangue.

Niente,  solo alcune sensazioni che questo vecchio cane sta sollevando

Sta piovendo da quando mi hai lasciato, ora sto affogando nel diluvio

Lo vedi  sono sempre stato un combattente, ma senza te, io ci rinuncio

Non posso cantare una canzone d'amore nel modo in cui dovrebbe essere

Bene, suppongo di non essere più così bravo

Ma piccola , io sono così

E ti amerò piccola, sempre

E sarò lì, per sempre e un giorno, sempre

E sarò lì fino a quando le stelle non brilleranno più

Fino a quando il cielo scoppierà e le parole non faranno rima

so che quando morirò, sarai nella mia mente

e ti amo. Sempre

Ora le tue foto che hai lasciato  sono solo ricordi di una vita diversa

alcune ci hanno fatto ridere, altre piangere

una che facesti tu per dire addio

Cosa darei per passare le mie dita tra i tuoi capelli

toccare le tue labbra, sentirti vicina

Quando dici le tue preghiere, cerca di capire

ho fatto degli sbagli, sono solo un uomo

quando lui ti tiene vicina, e ti tira vicino a lui

quando lui dice le parole che tu hai bisogno di sentire

vorrei essere lui, vorrei che quelle parole fossero le mie

Vorrei dirtele fino alla fine

E ti amerò piccola, sempre

e sarò lì, per sempre e un giorno, sempre

Se mi chiedessi di piangere per te, lo farei

Se mi chiedessi di morire per te, lo farei

dai uno sguardo al mio viso, non c'è prezzo che non pagherei

per dirti queste parole

Bene, non c'è fortuna in questi dadi truccati

ma piccola se mi dai solo un'altra possibilità

possiamo impacchettare i nostri vecchi sogni e le nostre vecchie vite

Troveremo un posto dove il sole splende ancora

sì e ti amerò piccola, sempre

E sarò lì, per sempre e un giorno, sempre

Sarò lì fino a quando le stelle non brilleranno più

fino a quando il cielo scoppierà e le parole non faranno più rima

So che quando morirò, tu sarai nella mia mente

E ti amo, sempre

Sempre...

 

Sept. 20
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